Romney è il favorito per la Casa Bianca. Ma non correrà

scritto da GUIDO MOLTEDO
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Lo sfidante di Obama nel 2012 è il più forte tra i repubblicani nei sondaggi. Sembrava imminente l’annuncio della sua discesa in campo. E invece ha gelato i suoi supporter. Non si candiderà
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Hillary Clinton è una personalità forte, un personaggio amato e odiato, “larger than life”, e su di lei è già stato scritto e detto tantissimo. Altro ancora sarà scritto e detto. Che sia lei la candidata alla successione di Barack Obama, non ci sono dubbi allo stato attuale, anche se l’interessata non ha ancora annunciato la sua intenzione di “correre” nelle presidenziali del 2016. Di fatto, Hillary occupa tutta la scena del Partito democratico.

E così, inevitabilmente, i riflettori sono tutti puntati verso il campo repubblicano, dove ancora si stenta a capire chi riuscirà a farsi largo nella folla degli aspiranti sfidanti di Hillary e a misurarsi con la potente macchina organizzativa e finanziaria che la spinge verso la Casa Bianca.

In genere, a questo punto della partita, importante è soprattutto capire chi dei candidati ha il nome più riconoscibile tra gli elettori che parteciperanno alle primarie indette per selezionare il “nominato” ufficiale, con la ratifica poi della Convention. Ebbene, secondo un sondaggio Rasmussen, il repubblicano più popolare è Mitt Romney, già “Republican presidential nominee” nel 2012, sonoramente battuto da Barack Obama.

L’ex.governatore del Massachusetts ha il 24 per cento del sostegno tra i 787 intervistati del campione, elettori repubblicani. Seguono Jeb Bush con il 13 per cento, il neurochirurgo e opinionista Ben Carson con il 12, il governatore del Wisconsin Scott Walker (11), il senatore del Kentucky Rand Paul (7), il governatore del New Jersey Chris Christie (7), il senatore della Florida Marco Rubio (5) e l’ex governatore del Texas Rick Perry (5).

Come si vede, è un drappello nutrito di contendenti. Che già sono in campo, sia girando da settimane ormai gli Stati Uniti, per preparare il terreno delle primarie, sia partecipando a incontri-scontri, in una sorta di allenamento collettivo in cui si comincia a scambiarsi colpi, ma senza l’intenzione apparente di tirare pugni sotto la cintola.

La discesa in campo di Romney avrebbe potuto alterare gli equilibri di un confronto nel quale nessuno dei contendenti, tranne Jeb Bush, è un peso massimo, in termini di nome e di finanziamenti, un confronto nel quale si trovano tutti più o meno allo stesso livello. Romney è dunque il nemico di tutti gli altri candidati. Ne parlano tutti con rispetto, ma con vena visibile di acidità.

Perché si dava ormai per scontato che Romney sarebbe tornato in campo, nonostante la sconfitta cocente del 2012 e nonostante la partecipazione sfortunata a diverse primarie presidenziali?

Nella scorsa campagna elettorale per le elezioni di medio termine, Romney è stato molto attivo al fianco dei candidati repubblicani al Congresso. Come Jeb Bush. Come Rand Paul. Come Ted Cruz e Marco Rubio. E come Hillary Clinton, sul versante democratico. Insomma, si è mosso come gli altri aspiranti candidati alla Casa Bianca nel 2016, più per presentare le proprie credenziali e tastare il terreno che per dare una mano ai candidati.

Sì, è detto: riecco Mitt Romney. Ma non era dato per finito? Un pensionato ricchissimo, con tante e grandi mansion, marito, padre e nonno felice che viene beccato dai fotografi mentre guida la sua Suv e fa benzina a un distributore self.

Già in quei giorni si poteva misurare la forza tutt’altro che appannata di Romney tra gli elettori repubblicani. Secondo un sondaggio della Quinnipiac University, Romeny aveva il 19 per cento delle preferenze tra gli intervistati, Jeb Bush l’undici, Chris Christie e il Ben Carson otto, Rand Paul sei. E in un ipotetico duello con Hillary Clinton, Romney avrebbe ottenuto il 46 per cento dei voti, Hillary il 45. Insomma, quel che sembrava surreale fino a qualche tempo fa, il ritorno di Romney, è invece realtà.

Romney, come i suoi consiglieri e i suoi principali sponsor e finanziatori, è mormone. Nelle precedenti corse presidenziali, la sua fede era considerata un handicap, un ostacolo, addirittura il suo tallone d’Achille. Al punto da tenerla “bassa” se non proprio nasconderla. Nello strano mondo delle chiese della destra evangelica, che muovono molti voti conservatori, i mormoni sono spesso considerati alla stregua di una setta (cult), non ultimo per la rete che tiene uniti i membri e i fedeli della religione che ha a Salt Lake City la sua “San Pietro”,

Dovendo tornare in campo, Romney e i suoi consiglieri hanno pensato che questa volta, l’impaccio delle precedenti sfide presidenziali dovrà rovesciarsi nel suo contrario, in una carta a sua favore.

Così, in un lungo articolo il New York Times interpella diversi stretti collaboratori e sostenitori di Romney, da cui emerge un disegno preciso teso a presentare il devoto mormone che si rimette in gioco perché spinto a farlo dalla sua fede stessa, che peraltro, come egli stesso ha pubblicamente detto, non è la fede di un comune credente, ma una fede praticata come pastore e missionario, una religione che ha plasmato e definito la sua vita non solo privata e famigliare ma anche pubblica e politica. Non per vanità, non per riscatto rispetto alle precedenti sconfitte, ma per rispondere a una chiamata della sua fede, ecco perché Romney sembrava deciso a tornare a vestire i panni del candidato presidenziale.

Tra i mormoni, racconta il New York Times è popolare “la profezia del cavallo bianco”, secondo la quale la costituzione americana resterà attaccata a un filo e sarà salvata da un cavallo bianco, la chiesa mormone stessa o una figura profetica della chiesa. Romney pensa che sia lui? Quando gli veniva chiesto se avrebbe potuto essere lui, questa figura, sorrideva, stringeva le spalle, ma non diceva di no. La religione, per lui, è la lente attraverso cui leggere gli scacchi e i successi della sua sua vita.

E dire che Romney, dopo tutto, è di gran lunga il migliore dei possibili candidati repubblicani alla presidenza. Che la presidenza resti in mano democratica nel 2016, sarà dunque terribilmente importante.

Ci ha pensato su a lungo, negli ultimi giorni, con i suoi più stretti collaboratori a Boston, con la famiglia. Sulla sua decisione di rinunciare alla corsa deve anche aver pesato il giudizio fortemente negativo sul suo conto espresso da Rupert Murdoch, a cui ha fatto rumorosamente eco un editoriale del Wall Street Journal, il quotidiano del magnate dei media. che ha definito Romney “proteiforme”, la sua squadra “mediocre” e discutibili le sue qualità organizzative e manageriali, vista la sconfitta del 2012.

Adesso la strada è spianata per Jeb Bush, lui sì, tra l’altro, nei favori di Murdoch. L’ex governatore della Florida è ormai lanciatissimo nella corsa, impegnato com’è in una campagna in tutta l’America per raccogliere fondi e sostegni nel partito e e tra i ricchi donor, molti dei quali finora legati a Romney. Esono già in azione due comitati di azione politica (Pac) – Right to Rise si chiamano entrambi, con una strategia mirata essenzialmente a raccogliere simpatie nella classe media.

Romney è il favorito per la Casa Bianca. Ma non correrà ultima modifica: 2015-01-27T00:08:17+01:00 da GUIDO MOLTEDO

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