Islam a stelle e strisce, tra integrazione e paura

scritto da GUIDO MOLTEDO

C’è un problema islamico in America? C’è ragione di mettere in evidenza e denunciare una diffusa e crescente islamofobia? Se c’è, questo fenomeno, è paragonabile a quello che vive l’Europa?
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DETROIT.Nei giorni di lutto e di sbigottimento dopo l’uccisione di tre giovani americani di fede islamica a Chapel Hill, ci s’interroga e si discute molto in tv, sui media tradizionali e soprattutto sui nuovi media dell’esistenza e della portata di una questione specifica di intolleranza, anche con forme di odio, verso gli americani islamici, tali da produrre crimini come quello di un tranquillo pomeriggio, martedì scorso nella Carolina del Nord. L’uccisione di Deah Shaddy Barakat, 23 anni, Yusor Mohammad Abu-Salha, 21 anni, sua mioglie e sua sorella Razan Mohammad Abu-Salha, 19 anni., da parte del vicino di casa, Craig Stephen Hicks.
La polizia locale nega che si sia trattato di un “hate crime”, di un crimine dettato dall’odio razziale e religioso. Un banale conflitto tra vicini per motivi di spazio auto finito in tragedia.

È quel che sostiene la moglie di Hicks, Karen: “posso dire con assoluta cognizione che questo incidente non ha nulla a che fare con la religione o con la fede delle vittime, ma è da collegare a una lunga disputa di parcheggio che mio marito aveva con i vicini”. A riprova del carattere distante dalla tipologia classica del bianco arrabbiato e razzista, Karen ha detto anche che il marito è a favore del matrimonio omosessuale e dell’aborto.

La notizia dei tre giovani uccisi non è stata data tempestivamente dai media americani. Un altro segno che la cultura dominante americana vuole banalizzare l’accaduto. Questa la narrazione diffusa dai media internazionali che hanno dato addosso ai parenti americani. Il New York Times, con pacata fermezza, ricordava giovedì scorso che la polizia locale aveva reso noti i nomi delle vittime alle due di notte. Troppo tardi per i giornali. Tutto qui.

E infatti da giovedì in poi se ne scrive e se ne parla, eccome, sui media americani. Che in realtà sembrano avere tutto l’interesse, a sinistra e a destra, a enfatizzare l’accaduto come un “hate crime”. I media progressisti sono interessati a tenere desto, giustamente, il tema dell’inclusione e della convivenza etnica e religiosa in America; i media conservatori, per la ragione opposta, sono con le forze dell’ordine e ridicolizzano le “fissazioni” liberal, e sotto traccia, anzi spesso apertamente, alimentano tutte le paure e le fobie dei bianchi che si sentono minacciati da una mutazione demografica della società che li sta mettendo in minoranza.

Il problema è, in realtà, questo, soprattutto. Quello della paura dei bianchi conservatori e cristiani. E il Partito repubblicano e le forse dell’estrema destra speculano su queste paure, le alimentano.
Nel merito, se continua a esserci una questione specifica che riguarda la comunità nera, non si può dire lo stesso a proposito di quella islamica in America.

Negli stati dove è più considerevole la presenza di comunità arabe e islamiche, come Illinois, Michigan, New York e North Carolina, convivenza e integrazione sono visibili. Non c’è niente di paragonabile all’emarginazione e anche la discriminazione che vivono le comunità islamiche in molti paesi europei.

D’altra parte, le relazioni dell’America con il mondo islamico e l’immigrazione islamica in America hanno ormai una lunga storia. Basti ricordare che il primo governo a riconoscere gli Usa come nazione indipendente fu il sultanato del Marocco, guidato da Mohammed ben-Abdallah, nel 1777. Al tempo stesso, storicamente, va tenuto conto che una parte degli schiavi sradicati dall’Africa erano musulmani. Nella storia americana, la presenza musulmana, sia pure minoritaria, ha un ruolo importante e riconosciuto.

In effetti, prima dell’11 settembre, non si segnalavano, se non in misura minima, violenze verbali e fisiche nei confronti di americani di fede islamica. Secondo i dati della Fbi, prima degli attacchi alle torri gemelle, si segnalavano tra i venti e i trenta “anti-Muslim hate crimes”. Dopo l’11 settembre, nel 2001, la cifra è decuplicata, per poi assestarsi su una media negli anni recenti di cento-centocinquanta reati ogni anno, vandalismi, aggressioni verbali e fisiche.

Nel 2004, cioè non lontano dall’11 settembre, secondo un sondaggio Zogby, risultava che gli americani di fede musulmana hanno più alta istruzione e reddito più elevato della media degli americani in generale, e nel complesso si sentono ben integrati nella società statunitense.

Il Washington Post osserva che, con oltre 600 episodi criminosi nei loro confronti, “gli ebrei sono bersaglio per la loro fede molto più spesso di qualsiasi altro gruppo religioso, essendo i crimini antisemiti il sessanta per cento di tutti i religious hate crimes”.
Peraltro, il quotidiano ricorda che, secondo l’Fbi, “gli omicidi per motivo religioso sono rari” e che “se gli omicidi di Chapel Hill dovessero rivelarsi di natura religiosa sarebbero una tragica eccezione alla regola generale”.
http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2015/02/11/anti-muslim-hate-crimes-are-still-five-times-more-common-today-than-before-911/

Nessuno intende relativizzare un crimine come quello di Chapel Hill, decontestualizzando dalla cornice dell’odio religioso, anche se sarebbe facile farlo in un paese dove ci sono in circolazione 283 milioni di armi da fuoco, ogni anno se ne vendono 4.5 milioni di nuove e 2.5 milioni di seconda mano, e ogni anno muoiono 30.000 persone uccise da armi da fuoco, trenta al giorno.

Relativizzare, sopire, sicuramente non è questa l’intenzione dei dirigenti delle comunità islamiche americane, in crescente allarme per i riverberi del conflitto mediorientale e delle follie dell’Isis.
Inoltre, l’Fbi stesso intende vederci chiaro nel triplice omicidio, evidentemente insoddisfatta delle spiegazioni della polizia locale e, in ogni caso, molto attenta a che non si ripetano le dinamiche viste a Ferguson, a Staten Island e a Cleveland.

Se non altro, si vuole reagire preventivamente alla prevedibile contestazione del doppio standard: se a uccidere fosse un islamico e le vittime fossero stati bianchi? Si sarebbe parlato allora di crimine dettato dall’odio?

Così, mentre in migliaia partecipavano ai funerali dei tre giovani alla N.C. State University, in un campo di calcio vicino all’Islamic center, l’Fbi incaricava una squadra investigativa di condurre “un’inchiesta parallela”.

Sarà un caso, ma la decisione presa dai capi della Fbi colpisce per la sintonia evidente – su un piano solo apparentemente diverso e distinto – con un importante discorso pronunciato giovedì dal direttore dell’agenzia James B. Comey di fronte agli studenti della Georgetown University, un discorso davvero di portata storica, soprattutto considerando certi trascorsi della Fbi.

Comey ha dedicato gran parte del suo intervento alle difficili relazioni tra la polizia e gli africano-americani, nei quartieri in cui è più alto il tasso di criminalità e di omicidi, ambienti in cui gli agenti “sviluppano un cinismo che annebbia i loro atteggiamenti rispetto alla razza”, come scrive il New York Times.

Citando la canzone “Everyone’s a Little Bit Racist” tratta dallo show a Broadway “Avenue Q”, il direttore della Fbi ha detto che i poliziotti, d’ogni razza, si rapportano agli uomini neri e bianchi in modo diverso. Cosicché accade che certi agenti esaminino gli africano-americani con più attenzione ricorrendo a scorciatoie mentali che “diventano quasi irresistibili e forse perfino razionali da certi punti di vista” dal momento che gli arresti di neri sono molto più frequenti che quelli di bianchi”.
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In questi giorni di uscita nelle sale del film Selma, dedicato a Martin Luther King, gli spettatori vedranno anche la figura di J. Edgar Hoover, il direttore della Fbi che spiava il leader nero, per controllarlo, screditarlo e ricattarlo.

Oggi il discorso di Comey ci parla di un’agenzia che, almeno nelle intenzioni dichiarate, contrasta i discendenti diretti, ideologicamente parlando, di Hoover, ancora numerosi nella società bianca statunitense.

Islam a stelle e strisce, tra integrazione e paura ultima modifica: 2015-02-13T20:56:54+02:00 da GUIDO MOLTEDO

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