Perché non può essere Boldrini a sfidare Renzi pigliatutto

scritto da GUIDO MOLTEDO

Vecchia storia, quella dei presidenti della camera che “usano” la loro carica e postazione istituzionale, sopra le parti, per fare politica, di parte, condizionare la politica, fare lotta politica, prepararsi una propria seconda vita politica. Adesso è la volta di Laura Boldrini,

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La presidente della camera fa parlare di sé, per le sue prese di posizione esplicitamente politiche, in polemica evidente con il presidente del consiglio.
Il 21 febbraio, intervenendo a una iniziativa delle cooperative dell’agricoltura ad Ancona Laura Boldrini attacca, pur senza citare direttamente Matteo Renzi: “L’idea di avere un uomo solo al potere, contro tutti e in barba a tutto a me non piace, non mi piace”. La presidente critica anche la scelta del governo di non adeguarsi ai pareri del parlamento sui decreti attuativi del jobs act. Renzi a caldo non commenta (“Un problema suo”, si limita a dire) ma la reazione dei vertici del Pd è durissima anche se la minoranza si schiera con la presidente. Pochi giorni dopo stessa dinamica sull’ipotesi che l’esecutivo metta mano a un decreto sulla Rai.

A una settimana di distanza in un’intervista all’Espresso Renzi frena sui decreti ma attacca la presidente: “È uscita dal suo perimetro istituzionale”.
Immediata la replica della Boldrini: “Difendere l’Aula è il mio primo dovere”.

Come si diceva, è una vecchia storia, questa della battaglia politica aperta lanciata dalla terza più alta carica dello stato.

In un lungo e ben curato servizio sull’Ansa Alessandra Chini e Serenella Mattera scrivono che “è quasi una regola della seconda Repubblica. O forse una maledizione di Montecitorio. Il presidente della Camera e il capo del governo sono destinati a sfidarsi fino – in alcuni casi – alla crisi”. “Lo scontro tra il premier Matteo Renzi e Laura Boldrini è, infatti, solo l’ultimo di una lunga serie”, scrivono Chini e Mattera, ricordando le “parole grosse volate tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, Fausto Bertinotti e Romano Prodi”. “Ma non solo. C’era Irene Pivetti sullo scranno più alto dell’Aula quando la ‘sua’ Lega fece cadere il governo Berlusconi I. E Pier Ferdinando Casini era la terza carica dello stato quando l’Udc costrinse al rimpasto il secondo governo Berlusconi.

Se si percorrono i trecento metri che dividono Montecitorio da palazzo Madama, neppure lì troveremo la serenità istituzionale che ci si aspetterebbe. Chi occupa la seconda carica dello stato forse interviene meno, meno esplicitamente, nell’agone politico del suo omologo alla camera, ma non è che stia davvero al “posto suo”. Amintore Fanfani, che è stato tre volte presidente del senato, (anche per questo l’avevano soprannominato “rieccolo”), era, con Aldo Moro, uno dei due cavalli di razza della Dc. Giovanni Spadolini guidava il suo Partito repubblicano. Franco Marini la sua corrente. E non parliamo né di seconda né di terza repubblica, ma di uomini, Marini compreso, della prima. E nella seconda repubblica come dimenticare il dimenticabile Marcello Pera?

Certo, formalmente erano forse ineccepibili, ma non si può dire che fossero politicamente inerti.

Percorriamo da Montecitorio altri quattrocento metri e raggiungiamo il Colle più alto, dove l’essere fuori della politica dei partiti e della fazioni dovrebbe essere il prerequisito. Ma lo si può ancora affermare dopo le esperienze che abbiamo visto da Francesco Cossiga fino a Giorgio Napolitano? Anche qui, impeccabilità costituzionale, perfino nel caso specifico di Cossiga, ma sappiamo quanto queste figure, compresa quella più pacata di Carlo Azeglio Ciampi, abbiano contato e pesato nella guerra politica dei trent’anni ultimi.

Dunque, o bisogna constatare che la cultura istituzionale, e costituzionale, lascia molto a desiderare in Italia, e non solo negli anni post-prima repubblica, o bisogna semplicemente prendere atto che nessuna carica pubblica può essere al riparo dal conflitto politico, specie in un paese, come l’Italia, estremamente conflittuale.

Il punto critico, in un contesto così fatto, è la posizione del presidente del consiglio dei ministri, sempre erroneamente definito premier o primo ministro (altra sgrammaticatura istituzionale e costituzionale con un evidente sottotesto politico).

L’identificazione, ormai accettata come un fatto fuori discussione, della carica del presidente del consiglio e della carica del segretario o leader del primo partito, pone problemi di potere che non sono dissimili, anzi ben più seri, da quelli posti dalla politicizzazione delle massime cariche dello stato, di cui si è detto sopra.

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Nella prima repubblica, i casi del doppio incarico (allora si diceva così) di Bettino Craxi e di Ciriaco De Mita, e in precedenza di Amintore Fanfani (ma si risale agli anni Cinquanta) furono deflagranti per la sorte degli interessati stessi ma anche del quadro politico del momento. Si legga a questo proposito la colta analisi di Rodolfo Ruocco.

C’erano i partiti allora, certo, che rivendicavano il loro ruolo e, ancora di più, il loro potere, il potere dei notabili che ne guidavano le correnti.
Adesso che la politica organizzata è debole, è ovvio che la forza si sposti e si concentri su e dentro palazzo Chigi. Ma non è un buon motivo perché essa trovi i necessari contrappesi, non nelle aule parlamentari, popolate di nominati, ma, com’è avvenuto finora, nelle presidenze di camera e senato. E al Quirinale.

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Sono gravi distorsioni politiche e istituzionali alle quali ci stiamo abituando e/o rassegnando, ma tutto questo ci umilia come cittadini e come elettori. Per ora, di positivo, c’è un presidente della repubblica, Sergio Mattarella, che dà mostra di voler fare esclusivamente il capo dello stato e non il capo politico. E, se si vuole prendere alla lettera quel che afferma Matteo Renzi, il suo improvviso ripensamento sulla forma-partito può anche far bene sperare.

“Dobbiamo – ha spiegato a Marco Damilano – ritornare a un partito in cui essere iscritti, avere la tessera del Pd in tasca, significhi contare nelle scelte. Serve una strada nuova rispetto al vecchio modello di partito ormai superato, ma anche rispetto al partito all’americana che era il mio sogno iniziale”.

Ottima idea. Resta però la domanda: il leader di questo “nuovo” Pd sarà anche presidente del consiglio?

Perché non può essere Boldrini a sfidare Renzi pigliatutto ultima modifica: 2015-03-06T18:19:21+02:00 da GUIDO MOLTEDO

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