La destra xenofoba, ovvero la risacca della crisi

scritto da FRANCO CARDINI


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ella loro paradossale inconciliabilità, Salvini e Meloni stanno tentando di ridefinire, se non addirittura di far risorgere, una destra italiana dai connotati diversi da quella storica. Il nodo più grave e serio resta la xenofobia. Esso appare come il vero collante e il richiamo ideologico-demagogico- propagandistico-elettoralistico più efficace per questa nuova destra populista.

Meloni-Salvin

L’Italia è un paese inadatto al bipartitismo, sia pure imperfetto: vale a dire alla distinzione della sua società civile o comunque delle sue forze votanti (mentre l’insondabile macchia degli sfiduciati, dei disimpegnati, degli incerti fino al rifiuto o all’impossibilità di scegliere si allarga) in due grandi blocchi, uno dei quali sia grosso modo espressione delle forze liberistiche e l’altro di quelle espressione del disagio sociale. Vedete già che, fin da questa prima incerta definizione, si debba constatare come le comode distinzioni di un tempo (conservazione versus progresso, patriottismo versus internazionalismo, identitarismo versus tolleranza e via dicendo) non sono più applicabili alla situazione presente.

D’altronde in Italia (e anche in altri paesi: ma in misura minore) la “classica” distinzione tra una destra e una sinistra “storiche”, entrambe affiorate e consolidatesi in età postrisorgimentale, non poteva reggere – come per certi versi non reggeva né in Francia, né in Spagna – data la forte presenza della Chiesa e di un’opinione pubblica cattolica che da una parte era avversaria delle idee di fondo della destra (patriottismo e liberismo) ed era animata da un più o meno forte e pronunziato senso di giustizia sociale del resto intrinseco al cristianesimo, dall’altra detestava le componenti radicali anticlericali e anticristiane e l’ostentazione di agnosticismo e di ateismo di gran parte della sinistra.

Fu questa la ragione di fondo per la quale tanta parte del ceto medio e medio-basso della società italiana, avverso alla destra dei privilegi ma ostile all’apparato ideologico progressista e impaurita dalla Rivoluzione d’Ottobre e dal “biennio rosso” dilagato in tutta Europa tra 1918 e 1920, finì per convertirsi o per adeguarsi al fascismo: il soreliano Mussolini, che dalla storia e dalla lettura dei classici del dottrinarismo socialista francese dell’Ottocento aveva tratto una buona consapevolezza della facilità con la quale una certa estrema sinistra e una certa estrema destra possano convergere sulla base del comune sentire antimoderato e antiborghese – gli esempi, dalla Vandea antigiacobina ai moti antiunitari del meridione d’Italia, non fanno difetto – ne trasse ispirazione per la sua idea di un movimento politico nuovo, nato dallo sconvolgimento sociale della Grande Guerra, che unisse l’idea di origine giacobina di “nazione” – progressivamente “scivolata” a destra, dai moti del 1830 e del 1848 in poi, e “catturata” dalle borghesie in funzione antisocialismo – agli aneliti (o se si preferisce anche alle pure velleità) di una giustizia sociale che tuttavia non si lasciasse contaminare dal dottrinarismo socialista-“scientifico” (marxiano) e non dovesse perciò entrare in conflitto con la chiesa e il sentire religioso.

Da qui l’attenzione di Mussolini per la dottrina sociale della Chiesa, la sua ammirazione per le tesi del Toniolo, la sua elaborazione del corporativismo che, sulla base del principio della “conciliazione tra il capitale e il lavoro”, tranquillizzava un paese la cui colonna vertebrale era costituita da piccoli e piccolissimi proprietari immobiliari e fondiari, da artigiani, da commercianti, insomma da gente che (come già aveva insegnato il mazzinianesimo con il suo associazionismo artigianale e operaio) aveva bisogno di sentirsi protetta da una rete solidaristica comunitaria ma temeva qualunque forma di collettivismo e di centralismo politico-economico.

Le definizioni del fascismo rispettivamente offerte da Gramsci (“rivoluzione passiva”) e da Togliatti (“regime reazionario di massa”) possono sembrar paradossali ma sono in realtà rivelatrici. Il Duce pilotò questa ideologia in fieri, del quale tanto egli quanto Giovanni Gentile, nel famoso testo dedicato alla definizione dottrinale del fascismo, sottolineavano il carattere werden, fatto di “prassi e pensiero”, verso il corporativismo, forma ibrida eppure per molti versi originale di solidarismo interclassista retto da un reticolo giuridico-istituzionale di organizzazioni parallele statali, politiche e sindacali e volto al radicamento di una sorta di socialismo di stato gerarchico, verticistico e dirigista animato da una forte, onnipresente, in parte pretestuosa eppure non trascurabile etica del senso dello stato, della dignità del lavoro, della virtù del risparmio.

La memoria del fascismo come “passato-che-non-passa”, risolta magari nella banalizzazione della “nostalgia” per un tempo nel quale l’Italia era o pareva non solo più forte e rispettata, ma anche più onesta e ordinata, ha a lungo agito e continua ad agire passando, trasfigurata e sotto certi versi irriconoscibile, di generazione in generazione.

Tuttavia le forze politiche che in modo più esplicito o e diretto si rifacevano a questa concezione sociopolitica, fatta apposta per far saltare gli steccati tra destra e sinistra e per confondere i parametri all’una e all’altra solitamente attribuita, non riuscirono mai nel troppo lungo dopoguerra italiano a sviluppare in modo adeguato quella stessa eredità che pur rivendicavano e a conferirle una forza dinamica in grado di rinnovarsi.

Già il fascismo ormai prigioniero dell’abbraccio stritolante con la Germania nazista aveva inconsapevolmente fatta propria l’idea geopolitica del Lebensraum volto a Oriente per finir con l’identificarsi con un’ideologia frontalmente opposta al comunismo; e in ciò il suo itinerario si era presentato come convergente proprio con la tattica del comunismo stalinista il quale, al fine di egemonizzare l’azione di tutte le forze europee che in qualche modo avrebbero potuto opporglisi, aveva coniato il principio dell’”antifascismo militante di massa” del quale si era sistematicamente servito per eliminare come “socialfascista” qualunque istanza in disaccordo con esso.

La pregiudiziale anticomunista (“visceralmente” tale, come l’avrebbe definita Indro Montanelli) si sarebbe unita nel dopoguerra al nuovo fenomeno della “guerra fredda” per indurre le forze di destra variamente tentate dall’eredità neofascista a una reductio di essa al primato dell’anticomunismo che fatalmente rischiava di far scomparire qualunque tratto distintivo e originale dell’esperienza fascista riducendola a una forma di radicalismo anticomunista: ciò presiedette all’atrofizzazione in seno a quell’ambiente di qualunque tentativo di ricerca di una “terza via” originale tra atlantismo liberarista da un lato e socialismo reale dall’altro alla supina accettazione del principio della sovranità limitata europea attraverso l’accettazione della tutela da parte della NATO.

matteo salvini

Eppure, il disagio permaneva e si manifestava attraverso le varie forme della tormentata rinunzia alla specificità neofascista: sino alla rinunzia al primato della specificità sociale rispetto alla nazionale (passaggio da Msi ad An), quindi alla fusione con una destra neoliberista e qualunquista che aveva trovato il suo caudillo in Berlusconi, infine alle prospettive di un abbandono della stessa destra berlusconiana e postberlusconiana ormai disorientata per approdare all’abbraccio centrista del nuovo caudillismo renziano che d’altronde ha frammentato e polverizzato al sinistra.

Contro tale mainstream, ci sono per la verità sempre stati, dagli Anni Sessanta in poi, sintomi di disagio tradotti dall’uscita dall’universo della destra che più o meno a torto si qualificava come estrema di gruppi e gruppuscoli tentati dalla sirena terrorista, dal radicalismo ideologico spinto fino al neonazismo o all’esoterismo, dalle istanze controrivoluzionarie del tradizionalismo cattolico, dallo sviluppo delle tendenze antiborghesi e antiamericane fino al flirt con il castrismo-guevarismo e al fasciocomunismo.

La sinistra ha, con qualche rara eccezione, il torto di non aver mai voluto studiar con attenzione queste istanze marginali, di averle sempre considerate superficialmente come una lunatic fringe, di non averne mai colto le potenzialità nei momenti di crisi: l’ottusità con la quale i “Centri Sociali” si ostinano a non riconoscere l’affinità socioculturale e socioesitenziale che obiettivamente li lega all’odiata Casa Pound ne è la prova.

In modo più scopertamente diretto e populistico il leghista Matteo Salvini, con una dose di maggior prudenza e flessibilità politica l’unica possibile leader presentabile dei “Fratelli d’Italia” Giorgia Meloni, consapevoli di dover pescare in un bacino di utenza politica ed elettorale comune nonostante la loro in apparenza paradossale inconciliabilità (erede delle mai negate istanze antitaliane e anche antirisorgimentali il primo, dell’ovvio patriottismo unitarista appena appena tinto di pigmentazione fascista la seconda), stanno tentando di ridefinire, se non addirittura di far risorgere, una destra italiana dai connotati diversi da quella storica: una destra che non si neghi ai temi della giustizia sociale (e qui la presenza nella Chiesa di un “papa giustizialista” potrebbe in qualche modo favorirla) e che si distingua dall’“estrema destra storica” (rappresentata ormai dall’atlantismo-liberismo della sua trimurti giornalistica Il Foglio-Il Giornale-Libero); una destra che riparta alla ricerca della possibile definizione plausibile dell’identità italiana ma che finalmente impari – come tradizionalmente le forze di destra in Italia, gruppuscoli élitari a parte, non hanno mai saputo fare – a superare il ridicolo micronazionalismo italico “stringiamci a coorte – siam pronti alla morte”) e a rideclinare nell’opposizione all’Europa dell’euro, della BCE e della “troika” anche temi europeistici e mediterranei.

In queste nuove, sia pure finché si vuole velleitarie e almeno finora oscure istanze, affiorano voci di critica nei confronti dell’alleanza NATO, posizioni differenti da quelle solitamente destrorse a proposito dei rapporti con la Russia e magari con l’Iran (mentre la destra convenzionale, dai berlusconiani a una parte di quegli stessi che pur militano del PD, continua a farsi dettare l’agenda di politica estera dalla destra repubblicana statunitense), interesse per i “comunisti” greci: insomma, un quadro frammentario e contraddittorio ma ben più ricco e molto meno opaco di quello che per esempio affiora all’interno del Front National francese, che pur senza dubbio resta un modello e un traguardo per la coppia Salvini-Meloni.

Meloni

Su questo iniziale, incerto e tumultuoso cammino, le incertezze permangono senza dubbio molte. Il divorzio Salvini-Tosi potrebbe portare lontano: e mina la possibile prospettiva di una destra che a questo punto resterebbe, con quel che rimarrà della sinistra antirenziana, la sola a doversi opporre al “Grande Centro” evidentemente anche se non esplicitamente auspicato da Matteo Renzi.

Ma il nodo più grave e serio resta la xenofobia. Esso appare come il vero collante e il richiamo ideologico-demagogico- propagandistico-elettoralistico più efficace per questa nuova destra populista. Se essa gli si abbandona, il guadagno in termini di voto è assicurato: ma il costo è il permanere nel limbo della volgarità e della grossolanità, la dipendenza da un tema demagogico portante unico, il rischio di lasciarsi trascinare dalla ferale accoppiata xenofobo-antimusulmana.

Se appartenessi a quella neodestra, studierei bene il Mediterraneo e, al sud di esso, l’Africa; non mi limiterei all’analisi superficiale degli sbarchi a Lampedusa e di chi li manovra, arrivando al massimo a individuare i centri del nuovo mercato di schiavi vicini ai jihadisti; andrei oltre scandagliando i motivi per i quali gli africani fuggono dall’Africa e denunziando l’abbraccio mortale delle lobbies multinazionali con i locali governi corrotti, dei guasti all’ambiente e dello sfruttamento spregiudicato del territorio e delle sue risorse che esso ha prodotto senza creare alcuna ricaduta in termini di occupazione e di crescita socioculturale delle popolazioni locali.

Andando avanti in quest’analisi, si potrebbe scoprire che il mondo è molto più complesso di quanto non possa apparire visto dalla prospettiva della piccola imprenditoria veneta in crisi, e che la miseria delle masse africane (le “moltitudini”, direbbe Toni Negri) si collega drammaticamente all’impoverimento delle società europee, mentre esistono forze finanziarie e parassitarie che su entrambe speculano. Perché questo è il nodo di tutto: la corretta individuazione del nemico, che non è certo il profugo di Lampedusa né il musulmano che lavora in Lombardia e vorrebbe solo un posticino per mandar avanti al famiglia e una piccola moschea dove pregare.

La destra xenofoba, ovvero la risacca della crisi ultima modifica: 2015-03-09T03:58:07+02:00 da FRANCO CARDINI

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1 commento

semi 9 Marzo 2015 a 16:32

estremamente interessante ;ma fa anche un po’ paura

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