L’albero della vita che avrei voluto vedere a EXPO

scritto da PIETRO GREPPI

Il progetto Warka Water, rinominato in Italia l’Albero della vita (forse per venire incontro ad esigenze di comprensione), nasce agli inizi del 2012 durante  un viaggio in Etiopia. Il viaggiatore in questione è Arturo Vittori, un architetto italiano che ha progettato il Warka Water, una struttura ispirata a un albero, in grado di produrre fino a novanta litri d’acqua al giorno.

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Il progetto era stato pubblicato sul sito del comitato scientifico ExpoCosa sia successo poi non è argomento di questo spazio anche se è molto intuibile, ma con questo articolo desidero far notare le motivazioni che pare siano alla base della difficoltà operativa dell’interessante progetto. Difficoltà che a mio parere riguardano in modo evidente la carenza di buonsenso e di pensiero etico.

Arturo Vittori

Arturo Vittori

Il progetto presenta numerosi aspetti positivi: si basa sul semplice principio naturale della condensazione dell’aria che produce acqua, reso possibile sfruttando 3 principi naturali, la pioggia, la nebbia e la condensa che si crea con l’escursione termica giorno/notte, che in alcune zone geografiche in Africa è molto accentuata.

Realizzarne uno in Africa costa poco (circa mille dollari), è facile da montare ed è costruito con materiali ecologici e facilmente reperibili (bambù, canapa e nylon). Quello che mi ha colpito è che questa semplicità e la sua alta accessibilità pare costituiscano “un ostacolo”, dal momento che non sembrano esserci possibilità di lucro.

Questo pare scoraggiare possibili investitori (servono circa trecentomila dollari per trasformare il progetto da prototipo a progetto vero).

Premesso che progetti come questo io credo dovrebbero essere finanziati dagli Stati, se il progetto andasse in porto, consentirebbe una vera rivoluzione.

Warka water di Arturo Vittori

Warka water di Arturo Vittori

L'albero dell'EXPO ideato da Marco Balich

L’albero dell’EXPO ideato da Marco Balich

Renderebbe infatti migliore la vita delle popolazioni nei territori dove l’acqua è un bene raro, situazione che comporta, oltre ad un elevato rischio per la salute, un aggravio notevole di lavoro per le donne già impegnate in molteplici mansioni domestiche che insieme ai bambini spendono molte ore al giorno per recarsi a piedi a reperire l’acqua, ed accentua l’impossibilità per i bambini di accedere all’educazione scolastica riducendo quindi il tasso di abbandono della scuola.

A differenza di molti altri progetti aventi scopo analogo, questo “albero” è apprezzabile per la facilità di costruzione e funzionamento, oltre a richiedere scarsa manutenzione. Permetterebbe una gestione diretta da parte delle comunità locali, che quindi non dipenderebbero da continui finanziamenti e aiuti esterni garantendo l’autosufficienza, che è notoriamente un valore importante per i paesi in via di sviluppo.

La struttura finita è alta circa dieci metri e pesa solo ottanta kilogrammi. È composta da cinque moduli che possono essere installati dal basso verso l’alto da dieci persone senza la necessità di ponteggi e data la sua leggerezza il sistema deve solo essere fissato al terreno.

All’esterno la struttura reticolare in fette di bamboo consente all’aria di passare, mentre all’interno una rete di nylon raccoglie le gocce di acqua dalla nebbia. La differenza di temperatura fra giorno e notte crea, come già detto, la condensa nel Collettore e da qui scivola per gravità nel serbatoio dell’acqua da dove poi arriva, attraverso un tubo, ad un rubinetto.

Personalmente è questo l’albero della vita che avrei voluto vedere a EXPO.

Pietro Greppi

Pietro Greppi

L’albero della vita che avrei voluto vedere a EXPO ultima modifica: 2015-11-13T11:37:33+00:00 da PIETRO GREPPI

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