Il biglietto vincente della lotteria che Brugnaro ha buttato via

scritto da GUIDO MOLTEDO
palazzo chigi

Palazzo Chigi

Nei palazzi romani, anche negli ambienti del centrosinistra di rito renziano che sotto traccia, ma neppure tanto, l’hanno sostenuto nella sua ascesa alla poltrona di Ca’ Farsetti, corre voce – chi ripetendola con un sorriso chi con viso serio – che l’uomo non ponga limiti a se stesso.

Ha un alto concetto di sé e intende dimostrarlo. Agli italiani. Non lo invitano ancora ai talk show? Quando raffinerà un po’ il suo gergo, evitando di figurare come la macchietta veneta dei film “commedia all’italiana”, lo faranno di sicuro, ci dicono in Rai e a La7. E allora sarà più chiaro e anche plausibile che le sue mire addirittura puntano a un obiettivo ben oltre il perimetro triveneto e sotto il Po. Quando si lascia andare, senza neppure la complicità di un calice di troppo, racconta la trama di un film che lo vede protagonista. Il set? Un palazzo tra Montecitorio e la galleria Sordi, attualmente residenza di un suo ex collega sindaco. E oggi anche alleato.

La simpatia e perfino un certo sodalizio tra i due sono un dato di fatto. Non c’è bisogno della “batteria” di Chigi per sentirsi al telefono. Tra amici, c’è il cellulare. Può creare imbarazzo, questa liaison, nel Pd locale che siede sui banchi dell’opposizione? “Certo, e allora? Se alle prossime elezioni generali, ci sarà bisogno di sostegni forti in Veneto, perché Matteo dovrebbe farsi tanti scrupoli? Il suo imperativo è vincere, a ogni costo. Dovrebbe forse contare su un partito sgretolato che non riesce più a mettere insieme i suoi pezzi?”. Così un renziano che sa come va il mondo oggi.

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Ca’ Farsetti e Ca’ Loredan in una vecchia stampa. Ospitano, insieme alla sede del Municipio di via Palazzo a Mestre, oltre a uffici e servizi, le attività istituzionali del Comune di Venezia

Naturalmente, come un perfetto circolo vizioso, questa relazione quasi speciale non fa che disorientare e alimentare proprio lo spaesamento del Pd locale,  il problema principale ben individuato dai renziani nazionali che lo denunciano come l’ostacolo da rimuovere con l’avvicinarsi delle prossime elezioni, altrimenti non c’è che Brugnaro. Anzi, già c’è nei calcoli di certi strateghi romani.

Qualcuno nel Pd veneziano, per vantaggio personale o per realismo politico, ne ha preso atto e si è mosso di conseguenza. Essì, è stato proprio questo canale privilegiato con Renzi, oltre all’instancabile attivismo del sindaco e al dato obiettivo della grave situazione finanziaria del Comune, che il 25 novembre scorso aprì la strada a una delle trovate che, poi, per qualche settimana ha fatto parlare di un cambio nella governance cittadina: il “patto del Todaro”.

Alludiamo a quell’accordo stipulato intorno a un tavolo alle Maschere e suggellato da un caffè corretto al Todaro tra il primo cittadino e i parlamentari veneziani – non Casson – con l’obiettivo di agire uniti nei confronti del governo per strappare misure a favore di Venezia nella Legge di Stabilità. Poi, quel patto si è subito squagliato come un gelato del Todaro, le cose sono andate come sono andate, con Brugnaro in corsa solitaria a presentare il conto dei fondi di legge speciale sottratti negli anni a Venezia e a presentare dossier sugli extra costi di gestione in una città considerata speciale ma non trattata come tale da Roma. E i parlamentari chiusi in un significativo silenzio, a voler segnalare le distanze da un comportamento improntato più a protagonismo personale che a interventi coordinati del gruppo.

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Luigi Brugnaro e Matteo Renzi sul balcone di Ca’ Farsetti il 15 ottobre scorso (fonte:http://www.comune.venezia.it/)

Anche perché nel frattempo il rapporto diretto tra Farsetti e Chigi si è andato rafforzando. Tanto che Brugnaro vede Claudio De Vincenti, sottosegretario alla presidenza del consiglio, presentandogli un documento sulle necessità della città all’insaputa dei parlamentari veneziani. Che, visto l’addio al gioco di squadra tanto richiesto da Brugnaro, lo lasciano solo al suo destino. Dice uno dei protagonisti  del Todaro: “L’uomo d’impresa prestato alla politica considera evidentemente perdita di tempo, un impaccio inutile, i passaggi intermedi che sono la norma, non per i politici di professione, ma per il buon funzionamento dei processi democratici”.

A tessere la trama della relazione con la Roma renziana era stato agli inizi il sottosegretario all’economia Pierpaolo Baretta, ex democristiano e cislino, con aspirazioni a presentarsi alla carica di sindaco per il centro sinistra (ma senza le primarie!). La sua mini-area politica all’interno del Pd aveva mal vissuto la candidatura di Casson, uscito vincitore alle primarie, sparendo poi quando si è trattato di sostenerlo nella sfida contro Gigio (si parla anzi di un soccorso bianco, il suo, alle bandiere fucsia del futuro sindaco).

A disegnare lo scenario di un potenziale destino nazionale per l’esperienza Brugnaro era stata proprio ytali. ancora in campagna elettorale, sulla scorta di quanto andava allora teorizzando Renato Brunetta, suo grande protettore e garante a Palazzo Grazioli, che per primo aveva visto nell’ex capo di Confindustria Venezia l’occasione ghiotta di mandare finalmente all’opposizione una classe politica che aveva governato Venezia per più di un ventennio. Forse uno dei primi a ragionare creativamente – per rovesciarlo – sul miracolo ottenuto da Cacciari nel 2005 contro, ironia della sorte, Felice Casson.

 

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Il presidente del consiglio e il sindaco di Venezia, 15 ottobre 2015 (fonte: http://www.comune.venezia.it/)

Brugnaro ha in seguito generosamente riconosciuto il suo debito nominando uomini vicini a Brunetta ai vertici del sottogoverno cittadino. Poi, nei mesi scorsi, in una lunga intervista con Claudio Cerasa de Il Foglio , attovagliati al Cason di Mestre (anche Gigio pratica la politica gastronomica alla Silvio), si tratteggiava l’ipotesi di un destino nazionale, adesso con un senso più realistico rispetto alle nostre previsioni, essendo nel frattempo Brugnaro diventato sindaco, in un paesaggio politico desertificato, non solo nel centrosinistra ma anche nel suo stesso campo.

Il neo sindaco di Venezia era presentato nel ritratto di Cerasa come personaggio capace di un respiro più ampio dei confini della città.

Nei media, e nella destra nazionale, il successo di Brugnaro diventava intanto un nuovo paradigma politico da replicare altrove, anche in città distanti e diverse da Venezia. Venezia, laboratorio politico. Di orrende e fetenti alchimie per la sinistra e di promettenti e mirabolanti ricette per la destra.

In realtà, in molti si aspettavano dal nuovo sindaco una novità di altro segno, paragonabile alle esperienze di governo trasversali che andavano di moda nello scorso decennio. Per esempio, nella prima presidenza Sarkozy, con il coinvolgimento nel governo di pezzi grossi, e anche icone, del Partito socialista. Sotto sotto (a volte neppure sotto sotto) in diversi, nel centrosinistra speravano in un Brugnaro trasversale, addirittura ecumenico, in modo tale da rientrare dalla porta principale nel gioco delle poltrone (il patto del Todaro va visto anche in questa cornice).

Chi si opponeva a un simile abbraccio era Renato Brunetta, proprio lui socialista, in origine della sinistra socialista, tra i primi a salire sul carro del Berlusconi trionfante, anche lui, il Cavaliere, a modo suo, generosamente aperto ad accogliere transfughi e intellettuali in fuga dalla prima repubblica, meglio se di sinistra.

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Un poster “trasversale” della campagna elettorale di Luigi Brugnaro

Oggi, la stella di Renato è decisamente declinante. Come presidente dei deputati berlusconiani impiega il grosso del suo tempo per conservare la presidenza del gruppo. Neppure un secondo da dedicare alla sua città. Con Silvio l’amore ormai è a giorni alterni. Costante però è l’antipatia o, comunque, l’ostilità verso Renzi. Per Brugnaro è un bel problema, restare leale al suo kingmaker e insieme legarsi al nuovo king romano.

A sciogliere il nodo ci penserà lo stesso Brunetta, destinato inevitabilmente e presto a perdere il ruolo nazionale che detiene attualmente.

Non importa discettare se Brugnaro abbia o meno le qualità e la stoffa per assurgere a una posizione nazionale di rilievo. Conta il fatto che egli riempie un evidentissimo vuoto politico, rispondendo così a una delle leggi fondamentali della fisica politica. Nel Triveneto un tempo c’erano Galan, Sacconi, Cacciari, Costa, Tosi, Illy, ma anche personaggi come Gentilini. Oggi?

Oltre al sindaco di Venezia, c’è la presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani. E Luca Zaia. Il presidente del Veneto è forte, ha vinto e rivinto a valanga. Ex-ministro, certo, ma personaggio estremamente connotato come locale. Territoriale. Il suo avversario, Flavio Tosi, ha provato a uscire dal perimetro veronese. Ma con quale risultato? Di essere scaricato anche nello stesso Veneto. Zaia potrà aumentare la sua forza nazionale in virtù di un flop (rispetto alle attese) della Lega di Salvini. Ma non è che si costruiscano grandi palazzi sulle macerie.

Quindi, ecco il vuoto che circonda la laguna. Un vuoto che peraltro copre praticamente tutta la penisola e le isole, dove non si vedono (ancora) emergere personaggi di rilievo che possano rimpiazzare i protagonisti ormai in via d’uscita delle precedenti fasi politiche.

Brugnaro ha in mano il biglietto vincente della lotteria di capodanno. Ma tutto fa pensare che gli sia sfuggito di mano e fatalmente sia finito sotto una grata per strada. E che lui non se ne sia ancora reso conto. Perché altrimenti guiderebbe la città con il piglio e la testa di chi ha, appunto, in tasca il biglietto della vita. Volerebbe alto. E invece? È un sindaco “nazionale” (e lo è perfino a livello internazionale) non per idee o misure di cui i veneziani menano vanto ma delle quali si vergognano un po’, come i trevigiani all’epoca dello sceriffo Gentilini. La Venezia di sinistra ovviamente non lo ama, lo vive come un marziano per giunta arrivato dalla “campagna”. E nella Venezia moderata e ben pensante?

Eletto con un mandato preciso che gli chiedeva il cambiamento dopo le ultime giunte di centrosinistra, dalle prime scelte fatte è invece sembrato premiare la continuità con il passato. Nella scelta degli uomini di cui si è circondato all’interno dell’amministrazione, e passi visto che lo hanno votato, sia nella filosofia di fondo che ispira il suo governo. Il che ha generato un certo disincanto in quei settori, maggiormente pensanti, che lo avevano votato perché facesse uscire la città dalla palude in cui l’aveva costretta l’ultimo centro sinistra, perché portasse aria nuova e andasse a intaccare gli eterni equilibri e le rendite di posizione su cui vive la città. Speranza vana, e presto se ne è reso conto chi, ingenuamente, gli ha dato il voto. La cui sola consolazione rimane quella di aver mandato a casa una classe dirigente che negli anni aveva sempre più mal operato, segnando una drammatica lontananza tra governo e cittadini.

Roberto D’Agostino, in una recente analisi sul prossimo congresso del Pd veneziano pubblicata da ytali. pone un interrogativo fondamentale, da cui dovrebbe partire chiunque faccia politica, sotto ogni latitudine. Quali forze sociali devono essere al centro dell’azione politica del partito prima, e del possibile futuro governo? D’Agostino non se lo chiede espressamente, forse lo lascia implicito, e non riesce a formulare la domanda come andrebbe posta: che differenza c’è tra il blocco sociale con cui hanno governato gli ultimi governi di centro sinistra e il blocco sociale con cui governa Brugnaro? A nostro parere, eccettuata qualche sfumatura, poco o niente. E la dimostrazione la si trova proprio nel non voler affrontare i temi cardine che un governo cittadino che sinceramente volesse incidere sugli equilibri si dovrebbe porre. In primo luogo, e per fare un facile esempio, il controllo turistico, non affrontato dal centro sinistra se non a chiacchiere, congelato da Brugnaro con la scusa dell’impossibilita’ giuridica di porre ZTL pedonali. Insormontabili difficoltà o mancanza di volontà politica da parte di Brugnaro? Propendiamo per la seconda.

Spetta a Gianfranco Bettin, leader storico dei Verdi ed ex assessore, l’ironico riconoscimento via Twitter dell’abbandono da parte di Brugnaro delle velleità su cui aveva tessuto la sua campagna elettorale riguardo le magnifiche sorti e progressive in economia e sviluppo che a Venezia avrebbe arrecato il suo governo:

Ottima analisi @LuigiBrugnaro su #extracostiVenezia conferma ciò che abbiamo sempre sostenuto: città penalizzata da tagli, si deve cambiare.

Già cambiare. Rivendicando aiuti da parte di uno Stato che si troverà costretto a riversare le sue risorse nella manutenzione del Mose? È forse credibile questa prospettiva? O non sarebbe invece meglio puntare sulle risorse che una città come Venezia potrebbe ricavare dalla miniera turistica mettendo in piedi una battaglia che riconosca le ZTL pedonali o almeno le assegni una quota di quei quattrocentomila euro di IVA che ogni giorno mediamente versa nelle casse dello Stato? E cambiare perché poi, imboccando una strada differente da quella già percorsa dal centro sinistra che negli anni ha svenduto la città invadendola di eventi a beneficio di un turismo mordi e fuggi? Se poi è lo stesso Brugnaro che pare voler continuare su quel sentiero e anzi sembra esprimere un’idea di sviluppo per la città che sempre più assomiglia a un business plan di una parco tematico?

Sempre D’Agostino nel citato articolo su ytali. in un passaggio afferma che con la vittoria di Brugnaro una città a maggioranza di sinistra e di caratura internazionale ha visto vincere una coalizione politicamente di destra e culturalmente fondata sulle pulsioni della profonda campagna veneta. Nulla da eccepire sul carattere di destra della coalizione che ha sostenuto Brugnaro. Qualcosa avremmo invece da dire sul tema della campagna veneta la quale, oltre a essere un luogo dal fascino indiscutibile, rischia di essere usata da D’Agostino, e con lui da molta sinistra, in termini auto assolutori e come una foglia di fico dietro a cui nascondere quello che un tempo si sarebbe potuto chiamare “sradicamento dalle masse”. Che è appunto una delle cose che a nostro parere ha portato alla sconfitta del centro sinistra nelle elezioni del giugno passato.

E se Brugnaro è riuscito vincitore è perché ha saputo dare l’illusione fin dalla campagna elettorale di un coinvolgimento della gente sempre tenuta a margine dei processi decisionali dal centro sinistra. Che privilegiava il dialogo con le categorie, che neppure Brugnaro disdegna ovviamente, ma che in qualche misura, probabilmente fittizia, riesce a superare. Un’illusione che intelligentemente ha voluto tener viva in seguito con i tavoli di consultazione dove la gente è accorsa in massa. A sentire soprattutto lui, raramente a fare proposte, visto che il più delle volte ha assistito a un lungo soliloquio di una personalità debordante. Ma il risultato non cambiava. Finalmente si veniva concretizzando agli occhi del cittadino negletto di Tarù o di Favaro una città apparentemente policentrica, dove Tarù aveva la stessa dignità di Cannaregio. Se questo è poco!

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Matteo Renzi, segretario del Partito democratico

 

E sulla riproposizione da parte di Brugnaro di una città policentrica, delle tante città del territorio, il centro sinistra farebbe bene a riflettere. Perché a Brugnaro, pur avendo fatto poco o nulla tanto che più volte si è visto costretto a rivendicare il numero delle delibere per far notare che il suo governo esiste, pare riuscito un piccolo miracolo di comunicazione. Che non c’è solo un centro su cui confluiscono le risorse, ma che esse vengono spalmate sull’intero territorio, e che la musica della Fenice per Natale ora la si può sentire anche in Piazza Mercato a Marghera. E ribaltando i tavoli e gli ambiti istituzionali, facendo strame spesso del politicamente corretto, ha imposto un rapporto diretto tra se stesso e la città.

Quanto a lungo possa durare questo rapporto e quanto saprà fare per Venezia, se essa sarà il suo trampolino di lancio per un’avventura nazionale, quando già la vorrebbe palcoscenico della diplomazia internazionale, nel tempo si vedrà. Probabilmente il risultato finale sarà poco o nulla, a giudicare dalle premesse e dalla sostanziale leggerezza e scarsa originalità del pensiero che ispira la nuova amministrazione. Potrebbe essere una parentesi in cui almeno si mettono a posto i conti e le società partecipate in linea col mercato, come spera qualche moderato di area Pd? Forse, ma nemmeno è detto, visto che Brugnaro non sembra avere molta intenzione di sfoltire il numero delle aziende del socialismo comunale. Nel mentre il rimandare sine die soluzioni a problemi impellenti per rincorrere disinvoltamente il miraggio di uno sviluppo infinito quale panacea di tutti i mali, potrebbe sì assestare il colpo finale a una città che non avrebbe bisogno di ulteriori macerie nel proprio panorama urbano (g. m. e c. m.)

riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Una buona analisi sui primi sei mesi dell'”era Brugnaro”. Perché fare politica significa riflettere in modo non banale su quanto accade, usando in modo non occasionale intelligenza (politica appunto) e visione. Nell’assordante silenzio dei partiti tradizionali locali, spetta alla società civile organizzarsi anche su questo. E’ tempo di aprire un dibattito che vada oltre il contingente e la risposta “colpo su colpo”. Perché continuando così vincono e vinceranno ancora quelli che stanno distruggendo la Città: gli speculatori (di ogni tipo, con o senza cravatta) e i bigi burocrati che puntano sull’idea che tanto i politici cambiano ma loro restano. Proviamo in questo nuovo anno ad aprire davvero un laboratorio di idee per Venezia? La Città ne ha un enorme bisogno.

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Giampietro Pizzo, presidente della Rete italiana di Microfinanza

aggiornato il 4 gennaio 2016, h 20.06

Il biglietto vincente della lotteria che Brugnaro ha buttato via ultima modifica: 2016-01-03T19:51:05+00:00 da GUIDO MOLTEDO

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