Gianni Pellicani e Venezia. La politica, il governo della città

scritto da CLAUDIO MADRICARDO
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Gianni Pellicani (http://www.fondazionegiannipellicani.it/content/gianni-pellicani)

Mario Rigo ricorda volentieri al telefono il significato di quell’esperienza amministrativa da lui capeggiata che ha avuto protagonista Gianni Pellicani. È il 1975, l’anno che segna il cambio prima nel Paese e poi in città, assegnando alla sinistra a livello nazionale, allora rappresentata da PCI, PSI e PDUP-DP, il 47 per cento dei suffragi e al PCI ben il 33,3 per cento, solo due punti in meno della DC.

Alle amministrazioni che la sinistra governava da sempre, si affiancarono nuove giunte rosse. Prima in regioni quali la Lombardia, il Piemonte e la Liguria. Poi, nei mesi successivi, in molte città della penisola, come Roma, Torino e Napoli. E fu la volta anche di Venezia. Dove per altro, come osservava qualche tempo fa Gianfranco Bettin in un’intervista a ytali., il PCI già da prima aveva saputo dimostrarsi forza di governo, decidendo di votare assieme alla DC la mozione che avrebbe aperto la strada alla Legge Speciale.

Una maturità politica riconosciuta e premiata dal voto popolare che portò alla nascita della prima giunta rossa cittadina, con sindaco Mario Rigo, socialista, e come vice il comunista Gianni Pellicani. Del quale in questi giorni ricorre il decennale della scomparsa e al quale la Fondazione a lui intitolata dedica un convegno sul “Riformismo a Venezia e in Italia”, in programma sabato 23 aprile allo IUAV con la partecipazione del presidente emerito Giorgio Napolitano (locandina a fondo pagina).

È sempre Rigo che fa risalire la solidità di quel sodalizio che portò entrambi a varare la prima giunta rossa agli anni di gioventù in cui lui e Pellicani vissero a Noale, diventando amici. Dove mentre uno approdava al socialismo, l’altro, forse toccato dalla durezza della vita che lo aveva privato del padre ancora bambino, abbracciava scelte politiche più radicali, iscrivendosi al PCI, diventandone un funzionario. Una carriera che lo portò a essere eletto la prima volta nel ’60 consigliere comunale e che gli offrì l’occasione di vivere quel cambio di passo del ’75 che segnò, come ricorda ora Rigo, “una svolta molto forte di orientamento a sinistra, per cui l’indicazione fu di un’alleanza tra socialisti e comunisti”.

Negli accordi presi dai due partiti di sinistra a livello nazionale, Venezia, come Milano e altre, è destinata alla conduzione socialista. E Rigo, pur non contando sull’appoggio di tutto il PSI veneziano, diventa sindaco con vice Pellicani. A lui furono affidate le deleghe pesanti, quale il bilancio, la Legge Speciale, i rapporti col mondo del lavoro. Il che la dice lunga su quale dei due partiti alleati poggiava nella realtà la nuova giunta. Così, sia per il potere di fatto esercitato sia per le doti di leadership connaturate, Pellicani assunse in breve un ruolo ben più ampio di quello cittadino, tanto da meritarsi il soprannome di Doge Rosso.

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Comizio di Gianni Pellicani a Dolo, 1 maggio 1971 (archivio Gianni Pellicani)

Sostiene Michele Mognato, che è stato segretario di sezione all’Erminio Ferretto di Mestre negli anni ‘80, che Pellicani abbia rappresentato il vice sindaco per eccellenza, l’uomo con i piedi per terra che è riuscito a dare un contributo fondamentale alla Legge Speciale prima, e allo sviluppo dell’Aeroporto poi. E che sia riuscito inoltre a esprimere una spinta propulsiva che senza dubbio gli va riconosciuta come merito, “contribuendo a cambiare nella grande stagione delle giunte di sinistra il volto del Paese e il ruolo stesso dei Comuni”. Un uomo di parte certamente, ma che sapeva che su alcune battaglie importanti per la vita civile bisognava lavorare anche con gli altri partiti.

Sta di fatto che Pellicani, è Rigo a ricordare, “spingeva sempre a un confronto intelligente e a competere su posizioni impegnate”. Una dialettica nello schieramento di governo che premiò la giunta nelle successive elezioni dell’80, dalle quali anche la stessa posizione di Rigo, su cui non tutto il partito era concorde, uscì rafforzata. Di fatto un riconoscimento da parte degli elettori della bontà dell’azione di governo che si era basata su un grande spirito di collaborazione tra i due partiti, ma era anche ancorata al valore aggiunto rappresentato dal rapporto personale tra Rigo e Pellicani. Un aspetto che non solo fece vivere alla giunta una navigazione senza scosse, ma le consente ancora oggi di essere ricordata come un’epoca serena e uno dei periodi fausti per lo sviluppo della città.

Non che mancassero i problemi. Tutt’altro. Per quanto riguarda Mestre, per esempio, la cittadina di ventimila persone di prima della guerra si era trasformata in una città di duecentomila abitanti e cresceva, anche durante il primo quinquennio della giunta rossa, di sei settemila abitanti l’anno. La città viveva in altre parole un fenomeno d’inurbamento forzato che rendeva assai ardua ogni regolamentazione. “Era una sorta di Far west”, ammette oggi Rigo. Una realtà disastrata in cui le scuole spesso dovevano fare i tripli turni. Dove le strade mancavano all’ottanta per cento di asfaltatura e dove ogni concetto di governo urbanistico era assente.

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Gianni Pellicani con Giorgio Napolitano e Emanuele Macaluso (archivio Gianni Pellicani)

Se questi erano i problemi di Mestre, neppure il centro storico viveva un’epoca felice, fosse solo per la mancanza di manutenzioni urbane che saranno permesse solo dal varo della Legge Speciale, gestita da Pellicani in modo efficace ed intelligente. Grazie alla quale la città cominciò a cambiare aspetto. Del resto, che Pellicani fosse dotato di una buona dose di pragmatismo e che fosse ben ancorato agli obiettivi che si prefiggeva, è cosa da tutti condivisa da chi ebbe modo di conoscerlo. “Per lui, commenta Davide Zoggia, la politica doveva essere soprattutto sostanza, e non immagine. Ho l’impressione che in questi anni soffrirebbe un po’”.

Pur lontano dalla corrente migliorista cui Pellicani apparteneva, Roberto D’Agostino, che ebbe modo di frequentarlo negli ultimi anni della sua vita, ricorda che come politico appartiene a un’epoca ormai dimenticata. Un’epoca in cui “il politico dirigeva in quanto politico. Possedendo Pellicani una visione generale, un disegno. E cercando di conformare alla realtà questa sua visione. Con un rispetto profondo della cultura e della conoscenza dei problemi”. Tutto il contrario di quanto accade oggi con i politici moderni. Un uomo capace che sapeva governare, con una grande autorevolezza, che faceva sì che il suo giudizio, anche da vice sindaco, costituisse in realtà la linea su cui l’amministrazione si sarebbe poi mossa.

Un politico vecchia maniera di cui è andato perso lo stampo, che a livello locale, lui migliorista, entrò in conflitto con l’ala “berlingueriana” di Valter Vanni, di Renato Morandina e di Cesare De Piccoli. Che lo sconfiggono. Ma che di lì a poco, riconoscendo le sue doti di gestione, gli aprirono la strada alla presidenza dell’Aeroporto di Tessera. Dove in molti sostengono abbia segnato la svolta decisiva per lo sviluppo dello scalo. Assolvendo il secondo importante compito per cui va ricordata la sua figura, dopo la prova offerta ai tempi del varo e della gestione della Legge Speciale.
Davide Zoggia, allora presidente della provincia, ricorda alcuni episodi cui ha assistito. Racconta di quando, governando Prodi e poi D’Alema, Pellicani prendeva il telefono e chiamava direttamente i ministri per ottenere appoggio e finanziamenti, ma anche solo per far conoscere cosa poteva diventare l’aeroporto di Venezia.

Un’opinione non da tutti condivisa però, se in seguito Paolo Costa, divenuto sindaco, pensò bene di sollevarlo dall’incarico, dimostrando che dopo le gestioni politiche era giunta l’epoca della supremazia tecnocratica. Chiudeva con ciò un’era in cui la politica era stata, nel bene o nel male, al comando, spiazzando in primo luogo il partito che lo aveva eletto e che mai gli perdonerà l’affronto.

E chiudeva conseguentemente anche l’epoca di Gianni Pellicani, che meglio di altri aveva interpretato a livello locale quella fase in cui la politica, auspicabilmente provvista delle doverose capacità, dirigeva. Sono gli anni di una profonda frustrazione in Gianni Pellicani, che si lamentava di non avere davanti a sé un grande orizzonte per la sua azione politica, data l’età. Per quanto, come già all’epoca degli impegni nazionali, anche sul finire della sua vita Pellicani non abbia mai tralasciato di partecipare alla vita politica del partito.

Uomo di vecchio stampo. Anche nell’obbedienza e nella disciplina di partito. Pure in questo un uomo d’altri tempi, considerata la frammentazione e la litigiosità vissute oggi dal partito in cui ha militato, al suo stato liquido che con ogni probabilità lo avrebbe fatto inorridire. Basterà ricordare la vicenda della scelta del candidato del centro sinistra nel 2005, che si situa negli ultimi mesi di vita di Gianni Pellicani. E la direzione provinciale in cui il partito scelse di appoggiare il magistrato Felice Casson con soli dieci voti di scarto.

Fu allora che inaspettatamente, come ricordano oggi Michele Mognato e Davide Zoggia, respinta la proposta di Massimo Cacciari, allora esponente della Margherita, di candidare Alessio Vianello, Pellicani si allineò per disciplina alla maggioranza uscita da un paio di riunioni tribolate. Durante le quali si escluse di candidare un DS, una decisione a quanto pare ricorrente e per nulla fausta nella storia di questo partito. Anche a seguito dell’intervento diretto dell’allora segretario generale Piero Fassino.
Che pare abbia imposto la linea agli indecisi, chiamato al telefono da Cesare De Piccoli. Il seguito è noto. Si scelse di appoggiare Casson, nemmeno iscritto al partito. E fu poi il disastro, con la schiacciante vittoria di Cacciari e della Margherita, con i DS ridotti al lumicino in consiglio comunale e per lungo tempo fuori anche dalla maggioranza.

Quanto a Pellicani, si sa che egli aveva inizialmente lavorato a candidare un uomo che al partito apparteneva. Non gli deve esser stata quindi lieve la scelta della disciplina. Se ancora oggi i presenti alla votazione ricordano di essersi un po’ stupiti. E se a distanza di qualche mese da quei fatti e poco prima di morire pare che Gianni Pellicani abbia ammesso l’errore, confidando ad alcuni amici la sua profonda amarezza.

claudiomadricardo

@claudiomadricar

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Dopo il convegno su Pellicani. Riforme di ieri, “riforme” di oggi” di Roberto D’Agostino

Gianni Pellicani e Venezia. La politica, il governo della città ultima modifica: 2016-04-22T16:17:55+00:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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