Gianni Pellicani. Il ricordo dei giornalisti politici

scritto da GUIDO MOLTEDO

 

      

Gianni Pellicani, lo ricordano bene i giornalisti politici che seguivano le vicende del Pci e di quel che poi sarebbe diventato il partito di Botteghe oscure, dopo la svolta della Bolognina, alla fine degli anni Ottanta e inizi anni Novanta.

Abbiamo chiesto ad alcuni di loro di scrivere per ytali. un pezzo su di lui, e di metterli insieme, questi pezzi, così da comporre un “mosaico” che ne sia il ritratto umano e politico di dirigente nazionale. Un omaggio in occasione del decennale della sua scomparsa.
Leggerete qui di seguito Nino Bertoloni Meli, del Messaggero; Paolo Corallo, allora dell’Ansa; Paolo Franchi, del Corriere della Sera; Mario Lavia, allora della Fgci e poi della Dire; Alberto Leiss, allora dell’Unità; Antonio Satta, allora dell’Adn Kronos.

Mi ha colpito, quando ho chiesto a questi amici e colleghi di partecipare al ricordo di Gianni, l’immediata adesione all’idea, in una sintonia empatica con un personaggio che non faceva nulla per piacere e per risultare simpatico ai giornalisti, come era in voga nella politica diventata in quegli anni frizzante e piaciona con i media, e poi sempre più. Evidentemente, col tempo che è passato, anche nel ricordo, i tratti di Gianni, la serietà e il rigore,rinnovano rispetto e stima in chi lo conobbe.

Serio, talvolta burbero, non musone. Chi ebbe modo di conoscerlo bene, ne ricorda bene il piacere della conversazione intelligente, la battuta pungente, l’ironia, lo stile asciutto ma sempre gentile e cordiale.
Chi lo frequentò a Roma, di Gianni apprezzò le qualità di dirigente nazionale, poco pensando anche alla sua dimensione di dirigente locale, a Venezia e nel Veneto. Per circostanze di lavoro, io ebbi modo di conoscere il Pellicani di Botteghe Oscure e poi, anche se nella sua fase finale, il Pellicani veneziano. Credo che proprio questa combinazione, nazionale e locale, che caratterizzava diversi dirigenti del Pci, non tutti, fosse un dato importante nel tragitto politico di Pellicani. Nell’immaginario prevalente erano soprattutto gli emiliani a essere visti come politici concreti, perché legati a realtà dove governavano. Infatti, anche se come corrente non aveva un grande seguito, il pensiero riformista (o migliorista) aveva nelle regioni rosse la sua applicazione.

Questa miscela di cultura di governo locale e di visione nazionale (e internazionale), che era propria di un partito come il Pci, connotava Pellicani, con una forte passione per la politica, nel suo caso, molto più spiccata di quanto si potesse notare, per dire, in un dirigente del suo rango dell’Emilia.

Pellicani, anche nel linguaggio del corpo, era un combattente appassionato, eppure riflessivo. Testimone diretto del malore di Berlinguer sul palco di Padova, portava con sé – ma questa è un’opinione personale – un dolore profondo. La cognizione che, da allora, dopo Berlinguer, il Pci non sarebbe stato lo stesso. A me dava l’impressione che quel dolore l’accompagnasse anche nel corso travagliato della svolta, specie nei passaggi più drammatici e laceranti. Era convinto della necessità della svolta, ma sembrava soffrisse sia per il distacco definitivo dal Pci sia per una conduzione della svolta che talvolta gli sembrava temeraria. Legato a Napolitano, Macaluso, Ranieri, Turci, Morando, Cervetti, i Borghini era leale con Occhetto, che lo volle coordinatore del governo ombra, apprezzandone le doti di concretezza, di senso politico e, appunto, l’affidabilità.

In seguito, di Occhetto sarebbe stato apertamente critico, ma sempre con posizioni motivate e coerentemente collegate a un’impostazione di fondo del suo pensiero.

Anagraficamente, quattro anni più di Occhetto, era l’anziano del gruppo ristretto di “giovani” – D’Alema, Fassino, Turco, Veltroni, Mussi – che prima si affiancò a Natta nella gestione del dopo-Berlinguer e poi a Occhetto nel tentativo del “nuovo” Pci, poi nella svolta e dopo. Aveva una buona intesa con Petruccioli, più giovane di una decina d’anni, che era il suo rovescio, nel senso che era un occhettiano con la testa migliorista, e Pellicani era un migliorista ma leale al segretario, e come poteva essere diversamente per uno cresciuto in quella scuola?

Allora ero de il manifesto, e Pellicani aveva una grande considerazione del nostro lavoro. S’arrabbiava con noi, ma riconosceva che spesso, più di altri, coglievamo quel che succedeva dentro il bottegone. Come a tutti i vecchi comunisti, gli dava soprattutto fastidio – quando ancora esisteva il Pci – che definissimo lui e i suoi compagni miglioristi. Caso mai riformisti. rettificava. Aveva ragione. Dicevamo miglioristi, sapendo di far loro dispetto. Ma credo che lo irritasse soprattutto l’idea che, dall’esterno, s’insinuasse che non c’erano i “comunisti”, ma i berlingueriani, i miglioristi, gli ingraiani, e che dunque la lotta nel Pci fosse vista come una lotta cristallizzata in correnti. Alla stregua di tutti gli altri partiti. Essì, Pellicani, anche lui, credeva nella diversità del Pci.

[Guido Moltedo]

NINO BERTOLONI MELI
Il 22 luglio del 1989 viene presentato al Senato in pompa magna il governo ombra del Pci (poi Pds). È la prima volta che si tenta un esperimento del genere in Italia (ma con Achille Occhetto, allora leader del partito nonché premier ombra, le novità sono pressoché giornaliere), e l’esperimento durerà fino al 1992, quasi un governo ombra di legislatura.

Coordinatore è nominato Gianni Pellicani, in pratica il braccio destro di Napolitano svolge insieme le funzioni di portavoce, ministro per i Rapporti con il Parlamento, macchina organizzativa, animatore interno ed esterno. È un governo ombra zeppo di esponenti miglioristi: oltre a Pellicani, ci sono Gianni Cervetti alla Difesa; Sergio Segre alle Questioni europee; Gianfranco Borghini all’Industria; Ada Becchi alla Casa e Territorio; e soprattutto c’è lui, il capo dell’ala migliorista, Giorgio Napolitano, ministro ombra degli Esteri.

Non è uno shadow cabinet all’insegna del manuale Cencelli, i miglioristi non sono la componente maggioritaria nel Pds (sinistra e ingraiani contano di più), ma sono quelli che ci credono maggiormente, si impegnano, ci mettono la faccia. Non così la sinistra, che “presta” il solo Sergio Garavini alle Infrastrutture, mentre Alfredo Reichlin guida l’Economia, ma lui già allora è un ingraiano spurio che guarda al centro, e infatti aderirà alla svolta della Bolognina di lì a pochi mesi. Pellicani si sente coinvolto, si immerge, crea uno staff che lo affianchi.

Alla prima riunione esterna del governo ombra, tenuta a Rimini sul problema delle alghe in Adriatico, cura i minimi particolari, “mi raccomando, fate domande, ci teniamo, è una cosa importante”, chiede ai giornalisti, che comunque non avevano bisogno di particolari sollecitazioni, erano accorsi in massa, un po’ per la novità, un po’ perché il Pci futuro Pds era comunque un oggetto da curare.

Ma erano anni di vita grama, ogni volta che si votava a Botteghe Oscure erano dolori, nessuno voleva scendere in sala stampa a commentare l’ennesimo arretramento elettorale. Di solito toccava a Fabio Mussi, spigliato e dalla battuta pronta. Ma qualche volta il toscanaccio di Piombino riuscì a sottrarsi, e con la scusa che c’era il governo ombra con tanto di coordinatore, quale migliore occasione per far scendere Pellicani? Fu così che Gianni da Venezia fece il suo esordio in sala stampa, alle prese con i risultati poco edificanti di un turno elettorale, qualcuno scrisse “è sceso Pellicani che sembrava un cane bastonato con le orecchie penzoloni”. Apriti cielo. “Io cane bastonato? Io mordo”, la reazione a caldo, tanto che la volta dopo, stessa scena stesso luogo, Pellicani avvertì prima di entrare in conferenza stampa: “Sono qui, tranquillo e disteso, e con le orecchie ben all’insù, se qualcuno scrive il contrario lo querelo”. Scherzava, ovviamente, ma Pellicani era così, sanguigno e immediato, tutto l’opposto del suo gran capo Napolitano, l’aplomb fatto persona. E quando serviva sapeva tirar fuori gli artigli, diventava uomo di parte vero, come quando, lasciando la sala ormai disadorna del congresso di Rimini che aveva appena bocciato Occhetto come segretario, incrociando i giornalisti a braccetto di Napolitano chiosa: “Così un’altra volta impara a fidarsi della sinistra e a diffidare di noi”, con ciò mettendo la firma e il sigillo al fatto che nel segreto dell’urna erano stati (anche) i miglioristi a organizzare l’imboscata.

PAOLO CORALLO
L’appuntamento era per dopocena, nella sede della Fondazione Nenni in Via del Corso, quasi di fronte alla direzione del Psi. Giuseppe Tamburrano, ospite e organizzatore dell’incontro, aveva messo le cose bene in chiaro: “Io ti invito, ma a patto che tu non scriva nulla di quello che vedrai e sentirai”.

Clima carbonaro, anche se poi la realtà fu molto più semplice di quanto le premesse facessero supporre. Il fatto era che Tamburrano aveva organizzato un confronto a porte chiuse tra esponenti del Psi e rappresentanti dell’ala “migliorista” del Pds per vedere se si riusciva a discutere senza le solite polemiche che avvelenavano i rapporti tra i due partiti.

Una dozzina di persone in tutto: da una parte la delegazione socialista guidata da Giuliano Amato, dall’altra i “miglioristi” capeggiati da Giovanni Pellicani. La presenza dei due già faceva capire l’importanza che si dava da entrambe le parti al tentativo di mediazione di Tamburrano. Erano assenti solo Craxi e Napolitano, che però avevano sicuramente dato il loro placet all’iniziativa.

Giuliano Amato, brillante come sempre, spiegava le ragioni di certe posizioni assunte dai socialisti, e non usava certo un linguaggio diplomatico. Mi colpì, ad esempio, quando definì “un ricatto” una recente mossa di Craxi nei confronti della Dc. La sua non voleva essere una critica, ma semplicemente un chiamare le cose col loro nome. Né gli interlocutori fecero gli scandalizzati, limitandosi a chiarire che questo l’avevano capito benissimo da soli (della serie: qui nessuno ha l’anello al naso).

Più introverso, Pellicani interveniva parlando a bassa voce, piegando il busto in avanti e con lo sguardo fisso a terra, come chi ragiona ad alta voce, scegliendo con calma le parole, con quella cura caratteristica di chi era cresciuto nel Pci. Incassava alcune stilettate nei confronti di Achille Occhetto con l’espressione di chi sa che certe penitenze sono inevitabili, e pazientemente riportava il discorso sulle prospettive, su quel che si poteva fare per sbloccare un quadro politico cristallizzato e in crisi. Appariva però chiaro che a dare le carte erano i socialisti, a dispetto dei risultati elettorali che li condannavano a essere ancora i fratelli minori della sinistra italiana. Si era alla vigilia dello tsunami di Tangentopoli, ma lì nessuno ne aveva ancora sentore. Da entrambe le parti c’era solo la consapevolezza che occorreva lavorare per superare la frattura tra socialisti ed ex comunisti. E la discussione era, come si sarebbe detto un tempo, fraterna, da compagni. Un inizio incoraggiante, anche se i fatti avrebbero dimostrato di lì a poco che era troppo tardi.

PAOLO FRANCHI
Di Gianni Pellicani ricordo tante cose, ma in primo luogo una straordinaria, innata capacità di tenere insieme l’ésprit de finesse e l’esprit de geometrie, l’acume intellettuale dell’uomo colto e il realismo, sino al limite (mai varcato) del disincanto, del politico di razza. Ci siamo frequentati quasi quotidianamente soprattutto a Montecitorio, lui deputato “migliorista” prima del Pci, poi del Pds, io giornalista del Corriere, negli anni cruciali della svolta di Achille Occhetto, dei referendum elettorali di Mario Segni, di Tangentopoli e del collasso della Prima Repubblica.

Non fu mai stato, come si diceva allora, un “nuovista”. Aveva chiari i mille perché della fine di un mondo che era stato il suo, ma intuiva più e meglio di tanti altri le fattezze del mondo nuovo alle porte, e di sicuro non gli piacevano neanche un po’. In ogni caso, a sorreggerlo e a tenerlo in campo c’era una passione politica mai urlata, ma inesausta. Nel clima stralunato di quegli anni, avere a che fare con un personaggio così certo non bastava a rassicurarti, ma altrettanto certamente ti aiutava a guardare alle persone e alle cose con un po’ di quel distacco e con un po’ di quella ironia (e di quella autoironia) che praticava indefessamente.

Forse non è elegante ricordarlo in questa circostanza, ma mi piace farlo: di Gianni, che non faceva sconti a nessuno, amavo moltissimo le battute, non saprei dire se di impronta veneziana o anglosassone. Una volta, nel vivo della guerriglia politica a Botteghe Oscure, mi capitò di definire “romeno” per un suo intervento a gamba tesa un dirigente pidiessino dell’epoca, Mauro Zani, e lo chiamai scherzosamente “Zanescu”. Lì per lì Gianni non disse nulla. Poi mi raggiunse in un capannello nel Transatlantico, mi chiamò da parte, e mi segnalò serissimo il mio errore: “Zanescu è un cognome da romeno di montagna, le sue sono parole di romeno di pianura. E quindi si chiama Zanu”.

MARIO LAVIA
Dei “miglioristi” Gianni Pellicani aveva certamente due tratti tipici: era rigoroso e un gran signore. Rigoroso, perché quando ti diceva una cosa, la diceva in modo che non si potesse equivocare: era “quella” cosa, non un’altra.

Stavamo dunque attenti alle virgole, quando ci parlava, a noi giovani cronisti. Personalmente lo ricordo anche come dirigente comunista quando io, metà anni Ottanta, militavo nella Fgci: una volta, in una riunione nazionale – doveva esserci anche Nichi Vendola, che era il responsabile ambiente, non ce le mandò a dire, noi proto-ambientalisti, lui rappresentante di una cultura di governo e industrialista. Però anche quando era duro nella sostanza era un signore nella forma. Di figure così la politica nevrotica di oggi avrebbe un gran bisogno.

ALBERTO LEISS
Ho vissuto i primissimi anni della mia infanzia in Cadore e a Mestre e Venezia: quando sento parlare qualcuno con quella particolare cantilena veneta avverto una antica risonanza affettiva, familiare.

Mi accadeva anche con Gianni Pellicani, che ho conosciuto negli anni turbinosi della “svolta” del Pci di Occhetto e in quelli immediatamente successivi, quando un certo numero di dirigenti dell’ex Pci, tra cui Pellicani, cercavano di consolidare la funzione di quel nuovo-vecchio partito che era nato indiscutibilmente male.
Io avevo appoggiato la “svolta”, cogliendone le intenzionalità “di sinistra” che le attribuiva Occhetto, e con lui Bassolino, ma simpatizzavo in realtà per le posizioni più critiche di sinistra (Tortorella e Ingrao, le amiche femministe della “quarta mozione”), e anche per i “riformisti” che mi apparivano più laici e aperti, come Macaluso e Pellicani.

Nel mio lavoro di cronista politico la raccolta del parere di Pellicani, che era coordinatore del “governo ombra” inaugurato in quegli anni, e esponente di spicco dell’area “riformista”, era un esercizio quasi quotidiano. E mi colpiva sempre la chiarezza, la laicità e l’indipendenza delle sue posizioni. Quando si discuteva dell’impeachment di Cossiga, mentre Napolitano e Chiaromonte temporeggiavano a rendere ufficiali le riserve di quell’area politica, lui e Macaluso non esitavano a dichiarare che comunque sarebbe stata giusta la libertà di scelta individuale.

Pellicani cercava di credere nelle possibilità del partito nato dalla “svolta”, plurale ma non in perenne polemica interna, e nella prospettiva di una sinistra unita. E da questo punto di vista più volte ho trascritto anche le sue critiche a Craxi. Non posso dire di averlo conosciuto bene, ma in quella sua cantilena veneta, spesso venata di ironia, nello sguardo sempre mobile, coglievo una specie di rassegnazione per una realtà della politica (e forse della vita) che raramente corrisponde alle nostre aspettative, ma che tuttavia bisogna affrontare con le armi dell’intelligenza, della cultura, del buon senso. Lo ricordo volentieri.

ANTONIO SATTA
Ho conosciuto Gianni Pellicani nel 1986, appena diventato giornalista parlamentare. Nella ripartizione tra gli altri redattori dell’agenzia di stampa dove lavoravo, mi venne affidato il Pci, forse il partito più difficile, visto che lì ancora imperava quella tradizione tardo cominternista per cui con i giornalisti si poteva parlare di politica, ma mai del partito. Ed invece il mio compito era raccontarlo, con quanti più retroscena potessi scovare, quel partito da due anni orfano di Berlinguer, guidato da un galantuomo come Alessandro Natta, che però sembrava il guardiano di una tradizione ormai soprapassata dai tempi.

Achille Occhetto scalpitava e altrettanto facevano Massimo D’Alema e Walter Veltroni, non ancora duellanti. Ma nel partito lo scontro non era ancora generazionale e vedeva contrapposti la grande maggioranza berlingueriana e la componente migliorista, guidata da Giorgio Napolitano. Oggetto della contesa era il rapporto con il Psi di Bettino Craxi, considerato un “gangster” da Natta e da gran parte della sua maggioranza, mentre per Napolitano e gli altri miglioristi era un interlocutore obbligato, con cui (più prima che poi) si sarebbe dovuto costruire il grande partito socialdemocratico che in Italia mancava.

Ovviamente le posizioni non potevano essere espresse con questa chiarezza, ma secondo le liturgie del centralismo democratico, andavano decrittate, cogliendo le differenti sfumature semantiche negli articoli, negli interventi in aula o in direzione, nelle dichiarazioni dei vari dirigenti.
Rassegnato a lunghe ed ellittiche conversazioni in Transatlantico, per carpire da un cenno, da un aggettivo, o talvolta da un silenzio del parlamentare Pci, che cosa stesse veramente bollendo in pentola in quel partito, l’incontro con Gianni Pellicani, rappresentò una svolta.

Laicamente migliorista in un partito in cui la militanza era ancora vissuta con spirito religioso, Pellicani non usava giri di parola. All’epoca era responsabile degli Enti locali, il che significava avere la supervisione sulla formazione delle liste e sulle alleanze che si formano nelle varie regioni, ma i decenni passati in consiglio comunale a Venezia e soprattutto l’esperienza da vicesindaco della Città, lo avevano liberato da quel formalismo nei comportamenti e nel linguaggio che erano la cifra degli inquilini di Botteghe oscure.

Gianni era soprattutto un amministratore e aveva quelle caratteristiche che trovai poi, per esempio in Renzo Imbeni, quando dopo aver fatto il sindaco di Bologna, sbarcò in Transatlantico. Era abituato ad affrontare problemi concreti e cercare la soluzione di maggior buon senso per risolverli, quindi se doveva intervenire in aula, scrivere un articolo per l’Unità o rispondere alle domande di un giornalista, lo faceva evitando luoghi comuni e frasi fatte.

Non era prodigo di soffiate sulle riunioni interne (quelle, semmai, le dispensavano altri che pubblicamente inneggiavano all’ortodossia), ma se ne fregava della diplomazia di partito e se ci parlavi anche solo per cinque minuti avevi svoltato la giornata, sapevi esattamente che cosa stava succedendo.

Non era un carattere semplice, non faceva l’amicone per avere un trattamento migliore da parte dei cronisti parlamentari, e se non era d’accordo con quello che avevi scritto, aveva un modo molto diretto per fartelo sapere. Ricordo ancora qualcuno dei “franchi confronti” che ebbi con lui. Ma con gli anni cominciammo a non parlare solo di politica e a poco a poco, diventammo amici.

Caratteri ed età diverse, ma alla fine le sensibilità contano più del resto e scoprire l’umanità nascosta sotto la scorza del politico navigato fu una rivelazione. Mi ricordo di una conversazione su un altro dirigente comunista di quei tempi, uno di primo piano. Gianni, giocando con le reminiscenze togliattiane, lo definì “totus politicus”, ma proseguendo la conversazione mi fu chiaro che non era un vero complimento, perché nell’unidimensionalità della politica lui vedeva l’appannamento della componente umana. E capii il senso ancora più profondo del suo ragionamento, quando qualche anno dopo nacque il mio primo figlio e lui mi mandò in clinica un regalo personale: una campanella d’argento da mettere sulla culla.

Un oggetto forse d’altri tempi, un fleur fanèe delicato e malinconico che mi piacque molto. Lo misi sulla culla e Gabriele ci giocò molto, tanto da riuscire ad ammaccarlo. Lo conservo ancora, con tutte le sue ammaccature e mi è sempre molto caro, soprattutto per le parole che Gianni mi disse quando c’incontrammo, le stesse che mi aveva già detto il mitico “Tricarico”, il compagno della vigilanza di Botteghe oscure che gli faceva da autista e segretario tutto fare e a cui aveva dato il compito di recapitarmi il regalo. “I figli sono importanti, avrebbero tanto bisogno di noi, ma siamo sempre via a fare altro. Non sprecare il tempo”. E mentre me lo diceva aveva gli occhi lucidi.

Ecco perché oggi che mi si chiede un ricordo di lui, non mi va di parlare del politico concreto, del riformista che avrebbe voluto anche in Italia un forte Partito del lavoro, del legislatore che ha scritto la riforma finanziaria dei Comuni o del king maker che dietro le quinte ha contribuito al successo di più di una giunta veneziana. Tutti capitoli di una lunga vita pubblica, importante e di successo.

Il ricordo che ho di lui è un altro. Sono quegli occhi lucidi, uno squarcio d’umanità che dimostra come non sia stata gratis la scelta di fare il “rivoluzionario di professione”, vecchia definizione (che lui usava con un po’ di civetteria) per definire il mestiere della politica.

 

      


      

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Gianni Pellicani. Il ricordo dei giornalisti politici ultima modifica: 2016-04-22T16:18:01+00:00 da GUIDO MOLTEDO

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2 commenti

Dopo il convegno su Pellicani. Riforme di ieri, “riforme” di oggi | ytali 29 aprile 2016 a 19:12

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Anni 70, quando Venezia era un laboratorio politico | ytali 6 maggio 2016 a 17:10

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