Ricordando Luce d’Eramo. Quella visita a Dachau, novembre 1993

scritto da LIVIO ZANOTTI

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In occasione del novantesimo anniversario della nascita (Reims, Francia, 17 giugno 1925), l’Università della Sorbona-Paris3 organizza prima a Parigi e poi a Roma, in collaborazione con La Sapienza, un seminario che analizza e celebra l’opera letteraria della notissima scrittrice italiana Luce D’Eramo, saggista, autrice di numerosi romanzi sulle problematiche dell’uomo alla sfida con il suo tempo e lei stessa testimone diretta di un’epoca cruciale per i destini europei e del mondo.
Ci uniamo a quanti altri nel corso degli anni hanno scambiato con Luce considerazione e affetto, con un ricordo personale che è anche omaggio a un sacrificio da lei vissuto e per noi memoria condivisa.

Dachau (Baviera), novembre 1993
Comincia a nevicare mentre passiamo sotto questa scritta che non riesco a non guardare: Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi. È qui, a soli sedici chilometri, dalle birrerie di Monaco colme di cori, boccali spumeggianti e l’acre odore di urea avvertibile fin sulla strada, che l’hanno esposta la prima volta. Solo dopo è diventata l’osceno esibito come sigla di tutti i campi di concentramento e sterminio. È stato il capo delle SS, Heinrich Himmler, a volere questo campo fin dal 1933, subito dopo che Hitler ha ottenuto il potere. Si è occupato personalmente dei lavori.
Non sono ancora completati quando il nuovo regime comincia a rinchiudervi comunisti, omosessuali, ebrei e zingari tedeschi, ritenuti non più tali dall’ eugenetica nazista. Alla fine della prima settimana i detenuti sono già centinaia. La contabilità è scrupolosa. “La feccia untermenschen”, scrive Himmler. E Dachau diventa il modello sperimentale dei campi della morte: laboratori di chirurgia e medicina che usano i detenuti come cavie, i forni crematori a ciclo continuo, le false doccie che invece dell’ acqua sputano il micidiale gas Zyklon B, l’ acido cianidrico volatile che la I.G.Farben sperimenta con gli internati.

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Dalla sedia a rotelle che mia moglie Alicia spinge a fatica sulla neve fresca, Luce D’ Eramo si guarda attorno senza lasciar trasparire particolari emozioni. Cerca di orientarsi nella vastità uniforme che abbiamo davanti. Le capita ogni volta che torna qui. Il campo era diviso in varie zone separate, una città concentrazionaria. Ci sono mappe, fotografie, percorsi segnalati per muoversi da una parte all’ altra dei diversi gruppi di baraccamenti. Cinquant’ anni prima, questa mostruosa menzogna fu per lei il luogo della verità.

Un crudele paradosso, ma è stato così. Lucetta aveva 18 anni, gambe robuste e una testa che non poteva frenare i dubbi della coscienza avida di certezze assolute. Era arrivata fin qui volontariamente, a rischio della vita e senza sapere il prezzo che avrebbe comunque pagato. Cercava una sua pace interiore. Vi trovò le sofferenze più atroci. Ma invece di cercare il modo di fuggire via, se ne lasciò impigliare, incapace di sottrarsi a un destino che sotto i suoi occhi attanagliava decine e decine di migliaia di persone, troppo simili a sè per abbandonarle.

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“Il dolore metafisico era più forte di quello fisico?”, mi viene di domandarle.
“Queste cose lasciamole dire a Jaspers. . .”, risponde Lucetta che sapeva essere ironicamente brusca e reprimeva così altri sobbalzi del cuore un po’ malandato.
Lucetta era nata in Francia da una famiglia fascista. Una famiglia di potenti gerarchi, non semplicemente gente di fede littoria. Fino ai dodici anni era andata a scuola al centro di Parigi, VI arrondissment. Suo padre faceva l’ imprenditore edile, e sull’ esempio di D’Annunzio aveva voluto e ottenuto anche il brevetto di pilota d’aerei da caccia; sua madre presiedeva il Fascio della capitale francese, facendo assistenza ai connazionali immigrati. Luce non ci ha mai detto come fossero diventati fascisti. Il tema non l’ appassionava. Senza che vi fosse necessariamente nessuna ragione speciale. Semplicemente i rapporti familiari le risultavano faticosi.

In Italia erano rientrati nel 1938. E già al liceo, prima in Ciociaria e poi a Roma, aveva cominciato a sentire dai compagni antifascisti voci sulle deportazioni, sulla caccia agli ebrei, sui campi in cui scomparivano centinaia di migliaia, milioni d’ internati. Dopo il 25 luglio, la caduta del fascismo, il padre viene chiamato a fare il sottosegretario all’ Aeronautica nella repubblica di Salò. In famiglia Lucetta insiste affinchè le dicano come stanno davvero le cose; ma non ottiene risposte convincenti.

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L’antisemitismo, le persecuzioni dei diversi le restano come chiodi conficcati nella testa. Ma neppure si rassegna a credere alle storie che le raccontano i coetanei con i quali ha maggiore confidenza.
È una decisione repentina, quella di mettersi un mattino in tasca il denaro che è riuscita a risparmiare –solo qualche centinaio di lire-, e fuggire di casa. Deve andare a vedere con i propri occhi, non ce la fa più a sopportare l’ incertezza che le martella il cervello. “Senza dire una parola a nessuno, non potevo fidarmi di nessuno”, ci ripete mentre ci addentriamo nel campo, diretti all’ estremità opposta. Dove alloggiavano i lavoratori volontari, tra i quali dopo aver patito la fame ed essersi presa una polmonite da cui si salva a stento, Lucetta è riuscita a farsi annotare.

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Ma questo è accaduto al suo secondo arrivo in Germania. In quanto i genitori, grazie ai rapporti che avevano con le autoritè tedesche, al suo primo tentativo riescono a rintracciarla attraverso la Gestapo e farla mettere su un treno per l’ Italia. Alla stazione di Verona, però, dal finestrino lei nota un gruppo di deportati, intuisce che sono ebrei e scende dal treno. Vuole osservarli meglio; e parlarci, se le riesce. Si avvicina al gruppo, si avvicina troppo e le SS pensano invece che sia una di loro che sta tentando di allontanarsene, così la spingono insieme agli altri su un vagone piombato. Lei si lascia trascinare, non grida, non dice chi è.

Trenta ore dopo si ritrova nuovamente a Dachau, mezza morta. Eppure non spaventata. Di fronte alla minaccia dell’ inedia, la vitalità dei suoi diciott’ anni, la voglia di sapere s’ impongono prepotenti e la spingono a sfruttare ogni sotterfugio, ogni scaltrezza pur di non soccombere. Un pezzo di pane, una strisciolina di wurstel sono un giorno in più di vita. I suoi compagni sono polacchi, romeni, bulgari, francesi, spagnoli: tutti stranieri, cioè nessuno. . . “Una guerra è un sommovimento di milioni di persone, una babele di lingue, una migrazione più impressionante di qualsiasi esodo biblico. Tutti parlavamo un pò di tedesco. Ma tutti capivamo quello che dovevamo capire, in qualsiasi lingua”, commenta Luce.

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Forse è allora che il suo sguardo ha preso a lampeggiare con un’ intensità che sembra non doverle far sfuggire il minimo dettaglio. È l’ occhio esploratore del falco pellegrino, che guarda lontano. E mette soggezione a chi non conosce la sua generosità. È un’ istintiva capace di una tenacia di cui ha indubbio bisogno, con il carattere intransigente che si ritrova. Si fa subito avanti, quando i tedeschi chiedono volontari per andare a tirar fuori morti e feriti di sotto le macerie dei bombardamenti aerei sempre più terrificanti che stanno radendo al suolo le città tedesche. Sa valutare anche la doppia razione di cibo promessa ai volontari.

A Magonza sta cercando di estrarre una donna da una voragine ed è sul punto di riuscirci, quando un muro lesionato le crolla sulle spalle. Perde conoscenza e si risveglia, ancora adesso non sa quanto tempo dopo, in un capannone mezzo buio, semisepolta da corpi senza più vita. Comincia a gridare, però si rende conto che la sua voce è appena un flebile lamento. L’ hanno buttata in una morgue improvvisata. Una suora di passaggio, prodigiosamente, la sente e la salva. Ma Lucetta ha la spina dorsale irrimediabilmente lesionata. Non sta più in piedi. Non potrà farlo mai più.

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A vent’anni è come se avesse già vissuto due vite e adesso ne comincia un’ altra. Anche in questa non si arrende mai. Torna a Roma, prende due lauree, sposa, fa un figlio, Marco, che ne eredita volontà di sapere e coerenza. Diventa scrittrice, apprezzata da critica e lettori. Affiora e prende forma così il motivo del perchè non teme di frugare a mani nude nelle viscere del mondo.

Le domando: “Pensi che allora fossi consapevole di dove ti aveva trascinato il bisogno di verità?”
“A Dachau non c’ erano le condizioni per farsi domande sulla dimensione dell’ esperienza che stavamo vivendo: quando ci capitava di pronunciarla, la parola vi-ve-re era sicuramente riferita all’ immediato presente, significava non essere ancora morti. . . La parola verità non era più necessaria, ci stavamo dentro, sprofondati nella sua realtà più macabra”, spiega Lucetta. E di seguito ricorda la conversazione con un polacco che però affermava di essere russo ed esplicitamente la corteggiava. “Quando riusciremo ad uscire, devi venire con me. . .”, diceva lui.
“Esisteva l’amore a Dachau?”, l’ interrompe Alicia interdetta.
“Esisteva anche il sesso, lo cercavano anche le SS. L’ amore invece era solo nostro, di noi reclusi: molto nei ricordi, qualcosa nella speranza, ma anche in qualche sguardo, nell’ atto generoso di cedere l’ultima briciola di cibo che eravamo riusciti a conservare, nel residuo desiderio dei corpi martoriati… finchè morte non ci spinga nel buio dell’ ignoto . . .”

Livio Zanotti

Livio Zanotti

Ricordando Luce d’Eramo. Quella visita a Dachau, novembre 1993 ultima modifica: 2016-05-30T18:15:54+00:00 da LIVIO ZANOTTI

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