Se è davvero “storica” la vittoria di Grillo, che si fa?

scritto da GUIDO MOLTEDO

CkQoTalXAAAFCCq.jpg
Ricordate la grillina Paola Taverna e la sua stravagante uscita sul “complotto” per far vincere il M5S a Roma? Tanto stravagante non era, a leggere e a sentire i tanti che l’avevano presa sul serio. Nella sua bizzarria, confermava quanto si sentiva teorizzare a Montecitorio e dintorni. E cioè che, sì, Grillo e Casaleggio non puntavano alla conquista delle città – specie dell’ingovernabile Roma – e per questo proponevano candidati scarsi, convinti che alla poesia del successo elettorale sarebbe poi inevitabilmente seguita la prosa del governo con le sue mediazioni e i suoi interessi. Il che avrebbe poi fatto correre il serio rischio di compromettere l’obiettivo numero uno. Il governo del paese.

Adesso che quelle congetture appaiono retrospettivamente solo elucubrazioni, colpisce che l’establishment politico, nelle sue varie articolazioni partitiche e mediatiche, sia in fondo rimasto dentro quel mantra. E che tratti quello che Grillo definisce un “risultato storico” con le parole e le posture che si riservano a una “normale” seppur sgradevole domenica elettorale.

Certo, ci sono ancora due settimane per capire se quanto è successo il 6 troverà conferma il 19 giugno (anche una conferma parziale ma altamente simbolica come la presa di Roma).

Ma intanto c’è già materia abbondante per capire che – al di là della lettura anche particolareggiata delle percentuali e dei dati reali, dei flussi e degli spostamenti, della “demografia” dell’astensionismo ormai enorme e cronico – la grande domanda proposta dalla tornata di domenica ha a che fare esattamente con l’aggettivo usato da Grillo: “storico”.

È davvero “storica” l’affermazione del M5S?
La somma del successo grillino con l’astensione – se non sarà clamorosamente smentito nel secondo turno almeno uno dei due elementi dell’addizione – indica che si è ormai al capolinea del lungo percorso iniziato con la crisi dei partiti della prima repubblica. Per molti elettori, non è più possibile ridare fiducia alla classe politica che ha quella storia e che proviene da quella storia.

Adesso si è disposti – una notevole porzione di elettori lo è – a “provare” un’altra forma di politica e di governo, un altro tipo di rappresentanza politica, così come sono proposti dal movimento fondato da Grillo. Il voto di domenica segna un’apertura di credito verso i cinque stelle come mai prima si era visto. Se è così, è un fatto storico. La stampa mondiale l’ha capito, mandando a Roma cronisti che normalmente invia solo a ogni a morte di papa.

Per troppo tempo, si è demonizzato un fenomeno in crescita definendolo sbrigativamente e altezzosamente “antipolitica”, con il sottotesto che la Politica è quella “loro”, dei partiti novecenteschi e delle successive imitazioni di questo nuovo secolo, e che la politica “vera” può essere solo esercitata da “loro”, dai professionisti della politica vecchio stile.

Renzi ha cercato di contenere il montare di questo fenomeno nuovo, contrastando Grillo sul suo terreno, col proporsi prima come il rottamatore e l’asfaltatore dei vecchi gruppi dirigenti. Poi, nell’idea di lottare contro il tempo e contro un ciclo storico che favorisce ovunque il populismo, è andato a occupare la stanza dei bottoni. Immaginando di guidare, lui, dal palazzo, la trasformazione in corso.

La rivoluzione renziana è stata avversata dalle altre forze politiche e, soprattutto, dall’interno stesso del Pd, trattato come un tentativo di conquista del potere personale e di cricca, dai connotati autoritari, e mai considerato come l’ultima chance per rinnovare e rivitalizzare la politica dei partiti così come l’abbiamo conosciuta.

Fosse stata fondata l’analisi degli oppositori interni, Fassina avrebbe dovuto ottenere un risultato un po’ più decente. “Non sono contento, speravo di riuscire a intercettare un pezzetto di voti andati al M5S”, ha dichiarato a caldo.

Non si capisce come questa “intercettazione” avrebbe potuto aver luogo se l’obiettivo principale suo e della sinistra interna, dacché Renzi è segretario del Pd, non è stato il M5S, verso il quale ci sono stare manifestazioni affettuose, ma soprattutto la leadership renziana e il governo.

La crisi della vecchia politica, e quindi anche del Pd, è così seria che probabilmente anche un unanimismo dietro Renzi non avrebbe cambiato di molto la situazione, essendo essa figlia di un processo lungo, carsico, profondo, peraltro non solo italiano.

Ma almeno sarebbe stata più chiara la partita. e la posta in gioco: la sinistra ha Renzi come nemico principale? O il Movimento 5 Stelle?

Restano due settimane per pensarci su, e smetterla di segare il ramo su cui non c’è solo Renzi ma anche i suoi avversari interni, resta poco più che i tempi supplementari di una di quelle partite perse già nelle previsioni della vigilia, poi miracolosamente pareggiate (in fondo le parole di Renzi di commento al voto descrivono un pareggio), e che possono essere perfino raddrizzate?

guido

@GuidoMoltedo

Se è davvero “storica” la vittoria di Grillo, che si fa? ultima modifica: 2016-06-06T19:28:51+00:00 da GUIDO MOLTEDO

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento