Oggi il voto. Enigma spagnolo

scritto da ETTORE SINISCALCHI

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La Spagna torna oggi al voto per le politiche, a sei mesi dal 20 dicembre e dagli inutili tentativi di formare un governo. La Brexit si misura per la prima volta nelle urne europee, all’indomani del referendum britannico, che ha avuto un impatto immediato in Spagna, per le fitte relazioni economiche tra i due paesi.

A partire da Gibilterra, enclave britannica alle porte di Spagna con scambi commerciali attorno ai 700 milioni di euro l’anno, una cifra tutto sommato ridotta che è però significativa nella popolazione spagnola prossima al territorio britannico. Ben più alte le cifre degli investimenti finanziari, oltre 62 miliardi di euro investiti dalla Spagna in Gran Bretagna e 24 nel flusso inverso, entrambi i dati in crescita negli ultimi tre anni. La bilancia commerciale, in attivo, vede Madrid esportare prodotti per oltre 18 miliardi di euro e importarne da Londra per circa 12,5. Se si aggiunge il fatto che più di 300mila britannici vivono stabilmente in Spagna, in maggior parte pensionati che si godono il riposo al sole di Spagna, nella Comunità Valenziana e nelle Baleari le «colonie» più numerose, si capisce forse meglio perché la Borsa di Madrid è stata la più colpita dal risultato del referendum.

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Influirà Brexit nel voto? Queste sono elezioni con un fortissimo valore interno e in questo senso il referendum è stato usato nelle ultime ore di campagna elettorale. I giornali hanno ipotizzato che il timore dell’instabilità potrebbe premiare le forze tradizionali, Partido popular (Pp) e Partido socialista obrero español (Psoe), e danneggiare i nuovi partiti, Ciudadanos (C’s) e Unidos Podemos (Up), la coalizione tra Podemos e Izquierda unida (Iu).

Così Pedro Sánchez ha immediatamente messo in collegamento il referendum col voto interno, invitando gli spagnoli a «non votare con la paura» e a «scegliere la stabilità», affermando che «i referendum non sono buoni perché caricano sulla cittadinanza problemi che devono risolvere i politici», una uscita non brillante in un paese in cui la richiesta di partecipazione e la messa in discussione delle «élites delegate» sono molto alte. Ma il parallelo principale viene fatto col referendum catalano, l’araba fenice o lo spauracchio perfetto della politica spagnola. Ricercato in ogni modo dagli indipendentisti catalani (di centro e di sinistra), dato per possibile (in ossequio al principio democratico ma con una posizione contraria alla secessione) da Podemos, evocato come male supremo dal Pp, da C’s e dalle componenti centraliste e meridionali del Psoe (che ha smarrito la sua scommessa federalista nelle beghe interne), il referendum catalano viene evocato come il rischio populista e nazionalista, di cui Brexit ha già dato prova.

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Mariano Rajoy ha tentato di rasserenare, dicendo che non ci saranno conseguenze immediate e affermando che «abbiamo bisogno di stabilità e di una maggiore integrazione europea», il capo del governo non poteva fare diversamente, per tranquillizzare cittadinanza e mercati. Lo stesso copione è stato seguito da Albert Rivera, che ha parlato di «paura e rancore», per poi dirsi preoccupato «dell’immobilismo e della paura che bloccano la Spagna». Pablo Iglesias ha parlato di «giorno triste per l’Europa», un ultimo avviso che bisogna cambiare le politiche di austerità che stanno «spegnendo il sogno europeo». Bisogna «agire prima che sia troppo tardi» non solo con maggiore integrazione ma con una svolta decisa nelle politiche economiche, eliminando il pareggio di bilancio per consentire gli investimenti statali che permettano di far ripartire l’economia e abbandonando la pratica di «socializzare le perdite e privatizzare i profitti».

Il tentativo di buttare sulle spalle di Iglesias la Brexit evocando vecchie dichiarazioni critiche sul meccanismo dell’euro, ancorché poco fondato (le manifestazioni dei viola sono le uniche in cui sono i militanti a sventolare le bandiere blu dell’Ue che altrove vengono formalmente posizionate dalle organizzazioni), suggerisce un certo nervosismo. I sondaggi, vietati nell’ultima settimana, sono in questi ultimi giorni abbastanza discordanti, mentre procedevano di pari passo nelle scorse settimane. Segno, forse, che siano più strumenti di propaganda elettorale.

Quello proposto dal Periodico de Andorra, (versione locale del quotidiano nazionale di Barcellona El Periodico, vicino ai socialisti) è l’unico accessibile da tutti, essendo il principato dei Pirenei, situato tra Spagna e Francia, non soggetto alle norme elettorali spagnole. Quello di venerdì, il penultimo, ieri  un altro, è stato fatto tenendo conto della Brexit e sembra confermare che il voto britannico potrebbe avvantaggiare Pp e Psoe che recupererebbero voti rispettivamente su C’s e Up. Pochi decimali che non modificano le tendenze ma che potrebbero non consentire a Up il sorpasso sui socialisti, quanto a numero di seggi, perché in voti assoluti la tendenza sembra confermata. Altri sondaggi disegnano uno scenario diverso. L’avvenuto sorpasso in voti e seggi di Up sul Psoe e addirittura un testa a testa col Pp.

Torniamo, dunque, alle caratteristiche interne del voto, che in dicembre ha sancito la fine del bipartitismo spagnolo a fronte del mancato sviluppo di un bipolarismo che compensi la frammentazione del quadro politico. A destra come a sinistra non si riescono a costruire alleanze e l’altra ipotesi, un governo di larghe intese tra Pp, C’s e Psoe (in forme diverse, tra astensione per favorirne il varo e patti reali di governo) sembra più il sintomo di questa difficoltà che un’opzione realistica. I richiami alla situazione «all’italiana» evocata da alcuni commentatori spagnoli e accolta senza riserve dalla stampa nostrana, rischiano di essere fuorvianti.

Le larghe intese sono state in Italia una risposta a due caratteristiche fondamentali: la frammentazione dei partiti, con l’irrompere di 5stelle, e il quadro normativo e istituzionale che rende gli esecutivi italiani più “deboli” rispetto al Parlamento di quanto non siano quelli spagnoli. Le riforme in cammino sono un tentativo di rispondere alla nuova contingenza politica e di aggiornare la struttura istituzionale. In Spagna, invece, gli esecutivi non sono deboli. Solo il primo ministro riceve la fiducia del Parlamento, può licenziare i ministri e sostituirli senza dover sottoporre il governo al pericoloso rito di una nuova votazione, può indire elezioni anticipate, può essere sfiduciato solo se esiste una maggioranza alternativa in grado di varare immediatamente un nuovo esecutivo. In Spagna la questione è esclusivamente politica e riguarda la crisi di fiducia verso la politica classica. Non a caso sono sorti due partiti nuovi, uno che guarda a sinistra e uno che guarda al centrodestra. E quello che è mancato dopo il voto di dicembre sono state, appunto, soluzioni politiche.

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La campagna, dopo l’alleanza tra Podemos e Izquierda Unida, si è polarizzata nello scontro tra Up e Pp, che ha estromesso dal centro della scena C’s e il Psoe, che hanno dovuto faticare per riconquistare i riflettori. Albert Rivera ha spostato il tiro sui popolari, in particolare su Mariano Rajoy, che costituisce il principale ostacolo alla possibilità di un governo coi socialisti. Da qui gli attacchi al candidato popolare, giunti fino a sollecitare una ribellione generazionale interna al Pp. . L’ultimo scandalo del Pp, la diffusione da parte del quotidiano on-line Público di conversazioni registrate tra il ministro degli Interni Jorge Fernández Díaz (vicinissimo a Rajoy) e il direttore dell’Ufficio anticorruzione catalano, Daniel de Alfonso, per la costruzione di dossier contro i politici catalani, tocca pesantemente Rajoy, tanto che alcuni hanno letto la filtrazione dei nastri come una mossa per levare di mezzo l’ingombrante candidato.

Dal canto suo Sánchez ha messo ogni energia nel tentativo di mobilitare l’elettorato socialista, per richiamare alle urne gli astenuti e fermare quelli attratti dal voto ai viola di Iglesias. Il segretario socialista è quello che ha più da perdere in questo voto. Le tensioni interne, solo momentaneamente placate dalla campagna elettorale, sono pronte a esplodere, in misura più o meno virulenta in ragione del risultato elettorale. Attualmente, l’unica chance di mantenere la guida del partito risiede nella possibilità di formare e guidare un governo. Una possibilità che sembra ancor più remota oggi che all’indomani dell’ultimo voto.

Quali sono dunque gli scenari possibili? Restando così i rapporti di forza non è possibile scartare neanche una nuova ripetizione del voto. Sarebbe lo scenario peggiore, aumenterebbe le tensioni, vedrebbe nuove discese dell’Ibex (l’indice della Borsa di Madrid), potrebbe aumentare considerevolmente la già alta delusione degli spagnoli verso la politica, toccando anche i partiti nuovi che su questa hanno fondato la loro forza. Una possibilità che alcuni settori popolari e socialisti non vedono, per questo, come la peggiore.

Il “governo ampio” tra Psoe, Pp e C’s avrebbe alti costi soprattutto per il Psoe. Un “suicidio politico” viene definito da tutti, spinto da ambienti dell’Ue (al prossimo vertice sulla Brexit la Spagna sarà rappresentata da un capo del governo facente funzioni e la situazione è sempre meno apprezzata a Bruxelles) e da gruppi mediatici e di interesse spagnoli.

Un governo delle sinistre costituisce l’alternativa possibile, vista la negativa di C’s e Podemos a collaborare in qualsiasi forma. Anche se le sinistre dovessero trovare la maggioranza assoluta, per Sánchez sarà molto difficile accettare un governo con Iglesias presidente o proporgliene uno non guidato da lui.

Venerdì i leader hanno chiuso la campagna elettorale. Mariano Rajoy lo ha fatto nella Plaza de Colón di Madrid, tra dj e bandiere azzurre del Pp, descrivendo il Pp come “un muro contro Podemos”.

Sempre a Madrid ma in Plaza de la Ópera, Albert Rivera ha chiamato il migliaio di partecipanti a ribellarsi “alla polarizzazione”, invitando ancora Pp e Psoe a scegliere con chi stare. L’atto più grande è stato quello di Up, dove lo stato maggiore di Podemos e delle liste alleate, galiziana, valenziana e catalana, oltre al segretario di Iu, Alberto Garzón, ha riunito oltre diecimila persone. “Il voto utile è quello a Unidos Podemos” è stato il messaggio lanciato da Iglesias. Lontano da Madrid è invece andato Pedro Sánchez, che a Siviglia, accanto alla nemica interna Susana Díaz, ha messo in scena l’unità del Psoe, chiedendo un voto per il paese e contro gli avventurismi. «Se le estreme ci attaccano – ha detto – è perché siamo nel luogo giusto, nella socialdemocrazia».

La Spagna va dunque al voto nell’incertezza ma con una grande voglia di contare e di esprimere nelle urne le proprie speranze e le proprie delusioni. Sperando che gli attori politici siano all’altezza.

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Ettore Siniscalchi

Le foto della manifestazione di venerdì di Unidos Podemos sono dell’autore

Spagna al voto nella frammentazione. Un “Monti” a Madrid? di Claudio Madricardo

Oggi il voto. Enigma spagnolo ultima modifica: 2016-06-26T09:42:41+00:00 da ETTORE SINISCALCHI

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