La fine del voto disgiunto e i timori dei candidati repubblicani al Congresso: con Trump o senza Trump?

scritto da ARNALDO TESTI

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Agli alti e bassi delle fortune di Donald Trump nei sondaggi di opinione si accompagnano le speranze e i timori dei candidati repubblicani alla Camera e al Senato. Meglio prendere le distanze dal controverso candidato presidenziale, per evitare di condividerne la rovina, nel caso che alla fine prevalga la rovina? D’altra parte: è davvero buona politica irritare i suoi elettori più affezionati, inimicarseli, rinunciare al loro sostegno, nel caso che Trump ne raccolga molti, e vinca o anche magari perda – ma per poco?

Una generazione fa si poteva contare con più tranquillità sul voto disgiunto, sul cosiddetto ticket splitting. Non era inusuale che gli elettori votassero per il candidato di un partito a una carica, e per il candidato dell’altro partito a un’altra carica: a seconda delle situazioni locali, della personalità coinvolte. Con il risultato che, nello stesso giorno, un distretto elettorale poteva produrre maggioranze favorevoli a un deputato o senatore repubblicano e a un presidente democratico – o viceversa. Ora non più, o meglio ciò è diventato più raro.

Nelle ultime tornate elettorali si è rafforzato lo straight-ticket voting: l’abitudine a votare la lista di partito secca, cioè i candidati dello stesso partito per tutte le cariche, dalla testa della scheda elettorale in giù. Non è una novità nella storia americana, è stato così nell’Ottocento, quando l’identità di partito era forte e plasmava fortemente i comportamenti dei cittadini. Poi la cosa si è diluita nel corso del Novecento, soprattutto nel secondo dopoguerra. Per riprendere dagli anni 1970s in poi, come si vede dalla figura qui sotto (fonte e spiegazioni, se proprio siete curiosi, sono in calce al post).

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Dopo il 2000 il trend negativo del ticket splitting si è ulteriormente accentuato. Secondo il più recente National Election Study esso ha raggiunto un minimo storico alle presidenziali del 2012 (Barack Obama incumbent contro Mitt Romney) quando ha riguardato solo il 10% degli elettori. Una bella caduta rispetto al picco del trenta per cento del 1972 (Richard Nixon incumbent contro George McGovern), quando il grande voto disgiunto fu dei molti democratici che rifiutarono di votare il candidato presidenziale del loro partito, McGovern appunto.

Il declino del ticket splitting è importante in vista delle elezioni del prossimo novembre 2016, perché è connesso con l’aumentata partisanship di un elettorato sempre più polarizzato. Se gli elettori si dividono secondo fratture di parte sempre più nette, è ragionevole pensare che siano meno disposti a votare per qualche candidato del partito avverso. E così è probabile che in una elezione presidenziale le fortune di un candidato down-ballot, alla Camera o al Senato, siano legate alle fortune del capofila, il candidato alla Casa bianca.

Il destino bello o brutto di Trump è quindi il destino degli aspiranti repubblicani al Congresso? Non è detto – la sua candidatura troppo eccentrica, estrema, potrebbe cambiare tutto, rompere il trend (una ripetizione a parti rovesciate del 1972?). Ma chi lo sa davvero, ora? Mentre è ora che il dilemma Trump o non Trump dovrebbe essere sciolto, prima che sia troppo tardi.

Post Scriptum. Le grafiche qui sotto, che riprendo dal sito Daily Kos, illustrano il fenomeno in un altro modo, proponendo un’analisi comparata fra le elezioni del 2000 (Al Gore contro George W. Bush) e le elezioni del 2012. I dati messi in chart sono, nei due anni considerati, i risultati dei candidati repubblicani alla Camera dei Rappresentanti a confronto con i risultati dei candidati presidenziali dello stesso partito nei loro collegi elettorali. (I dati dei democratici sono complementari, visto che i collegi scelti sono quelli in cui la somma dei voti D+R è superiore al 99% dei voti espressi, cioè praticamente alla totalità.)

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La linea rossa diagonale mostra dove i candidati repubblicani alla Camera hanno la stessa percentuale di voto del candidato presidenziale repubblicano, quindi dove il voto di partito è perfetto: pochissimi casi nel 2000, moltissimi nel 2012. Nel 2000 i dati si disperdono, con tanti candidati alla Camera che prendono più voti o meno voti di Bush a seconda delle circostanze locali, dove quindi gli elettori fanno ticket splitting. Nel 2012 invece i dati si addensano intorno alla linea presidenziale, al voto per Romney, segnalando un intensificarsi dello straight-ticket voting.

Nel 2012, dopo il primo mandato di Obama, i fronti si compattano, gli elettori smettono di distrarsi e di vagare liberamente, si va allo scontro di partito.

Fonte della Figura “Indicators of Ticket Splitting, 1900-2000”: David C. Kimball, A Decline in Ticket Splitting and The Increasing Salience of Party Labels, in Models of Voting in Presidential Elections: The 2000 Election, Herbert F. Weisberg and Clyde Wilcox, eds. Stanford University Press, 2004, p. 162.

President-House Ticket Splitting: percentuale di rispondenti al National Election Study che, in ogni dato anno, dicono di votare per presidente e Camera in maniera disgiunta.

Split Districts: percentuale di collegi della Camera che, in ogni dato anno, hanno votato per presidente e rappresentante di partiti diversi.

Split Senate Delegations: percentuale di stati i cui i due senatori federali, in ogni dato anno, appartengono a partiti diversi.

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@ArnaldoTesti shortcutsamerica

La fine del voto disgiunto e i timori dei candidati repubblicani al Congresso: con Trump o senza Trump? ultima modifica: 2016-08-09T16:20:09+00:00 da ARNALDO TESTI

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