“Back to the U.S.S.R.”: la rinascita di Stalin

A 63 anni dalla morte del capo sovietico il 45 per cento dei russi ritiene che l’era staliniana abbia fatto "del bene e del male"
scritto da ANNALISA BOTTANI

In vista delle elezioni della Duma del 18 settembre il Partito Comunista della Federazione Russa ha deciso di utilizzare l’immagine di Stalin per la propria campagna elettorale. Chi lo desidera può “posare” accanto alla sua effigie, portandosi a casa un ricordo dell’Impero che fu. Un segnale isolato? Non proprio. Secondo un sondaggio realizzato a dicembre del 2015 dall’istituto indipendente Levada Center, circa il 45% dei Russi ritiene che l’era staliniana abbia portato “equal parts good and bad”. Un trend confermato anche da alcune iniziative avviate sul territorio, tra cui l’apertura, a fine dicembre del 2015, a Penza, voluta sempre dal Partito Comunista, di un “centro culturale” dedicato alla sua figura.

Anche a livello governativo la situazione non è molto rassicurante. Secondo il primo ministro Medvedev, Olga Vasilyeva, nominata ministro dell’istruzione e della scienza al posto di Dmitry Livanov, licenziato il 19 agosto 2016, e già impegnata a lavorare per Putin all’amministrazione presidenziale, possiede “buone credenziali”. Fin qui nulla da eccepire. Peccato che tra queste “credenziali” vi sia, secondo The Moscow Times, una certa “nostalgia” per il periodo staliniano, di cui in passato aveva lodato “l’efficienza”: per il ministro le purghe erano “necessarie in quel periodo” e sono rappresentate “in maniera esagerata” nei libri di storia. La “primavera staliniana” che si sta manifestando in ambito civile e politico tocca anche la Chiesa Ortodossa in cui, dagli anni Novanta, si stanno consolidando le frange clericali a favore di Stalin.

Ma che ne è stato del processo di destalinizzazione avviato da Nikita Krusciov nel 1956? La morte di Stalin, avvenuta il 5 marzo 1953, non fu “metabolizzata” facilmente dalla popolazione e dalla dirigenza sovietica. Secondo lo storico Natan Ejdel’man, in quel periodo la popolazione viveva “sotto un sortilegio ipnotico particolare”. Persino Pertini, nel discorso tenuto al Senato il 6 marzo 1953, definì Stalin un “buon socialista” che si era sempre “battuto per la pace”.

Il 1956, anno della destalinizzazione (ma anche della violenta repressione della rivoluzione ungherese) e spartiacque storico per il Novecento, in realtà “è iniziato” nel 1953, secondo Demetrio Volcic, autore del saggio “1956 Krusciov contro Stalin” (Sellerio editore, 2006), con la condanna a morte del capo della polizia segreta Lavrentij Beria. La direzione collegiale alla guida del Paese dal 1953 al 1956 (Malenkov e, tra gli altri, anche Krusciov e Molotov) affidò a Krusciov l’esposizione della relazione al XX Congresso del PCUS del 14 febbraio 1956. Nessuna sorpresa, tuttavia: di Stalin venne ricordata solo la morte, mentre Krusciov si concentrò sulla “banda di Beria, smascherata dal Partito”, sul ripristino della “legalità socialista”, sugli insegnamenti di Lenin e sul nuovo corso della politica sovietica basata sulla “coesistenza pacifica tra sistemi economici e politici diversi”. Impossibile dimenticare anche le gravi e vaghe critiche al “culto della personalità”, di una “certa personalità” per l’esattezza.

Ma Krusciov era consapevole di essere stato, insieme ad altri, parte attiva nella gestione staliniana: secondo lo storico Dmitry Volkogonov, prima del Congresso, Krusciov “avrebbe fatto raccogliere circa undici casse di documenti”, riguardanti soprattutto il 1954 e il 1955, “nei vari archivi del comitato centrale del partito e di altri uffici, e li avrebbe fatti bruciare.” I “fatti sconcertanti” emersi dalla Commissione istituita prima del Congresso resero, però, inevitabile un’aperta condanna di Stalin: “Giunge sempre il momento della resa dei conti;”, disse Krusciov, “si può assicurare l’indulgenza del partito, non l’assoluzione; se vogliamo confessare apertamente gli abusi commessi da Stalin, questo è il momento giusto. Se aspettiamo il XXI Congresso sarà troppo tardi.”

Il 25 febbraio 1956 Krusciov – a porte chiuse – presentò, dunque, ad alcuni dirigenti del Partito il “rapporto segreto” in cui descrisse, come riporta Luciano Canfora nel saggio “1956 L’anno spartiacque” (Sellerio editore, 2008), il clima di terrore esercitato sistematicamente da Stalin “sul partito” a partire dagli anni trenta: il rapporto non rimase segreto a lungo e, seppur falsato in alcune parti, venne diffuso, forse volontariamente, negli Stati Uniti attraverso un Paese amico (ma, precisa Canfora, le congetture sono molteplici), per potenziare la destalinizzazione. Un processo che proseguì con lo spostamento della salma di Stalin dal Mausoleo di Lenin (1961), lo smantellamento dei Gulag e la liberazione/riabilitazione di molti prigionieri politici. Il testo non fu mai riconosciuto come autentico dai mezzi di comunicazione sovietici fino al 5 aprile del 1989, quando il mensile Izvestia pubblicò un “suo testo” del rapporto.

La gestione di Leonid Brežnev, “subentrato” a Krusciov nel 1964 dopo un colpo di stato e rimasto in carica fino alla morte (1982), vide, secondo Robert Conquest, il tentativo di riabilitare Stalin nel 1969 e nel 1979. Iniziative scongiurate grazie all’intervento di intellettuali sovietici e dirigenti comunisti stranieri. Alla fine degli anni Ottanta, mentre l’URSS si stava sgretolando, finì sotto processo “l’economia autoritaria” staliniana che aveva portato il Paese alla rovina. L’era di Gorbaciov, iniziata nel 1985 dopo i governi Andropov e Černenko, malgrado i numerosi tentativi di riformare il Paese, fallì a causa dell’opposizione conservatrice e del suo entourage di “burocrati del partito e reazionari neostalinisti” che riuscirono a destituirlo con un golpe. Il tracollo proseguì con Eltsin fino ad arrivare, nel 1999, all’era dello “Zar Vladimir Vladimirovič”, in cui il processo di destalinizzazione si è definitivamente affievolito.

Malgrado la condanna ufficiale della figura di Stalin da parte di Putin, in questi anni, secondo la giornalista Nadia Beard (“Stalin rises again over Vladimir Putin’s Russia, six decades after his death”, The Independent, 24 febbraio 2016), lo storytelling putiniano, focalizzato sulla volontà di ridare alla Madre Russia un ruolo di primo piano a livello internazionale, punta a rievocare le “gloriose” vittorie sovietiche conseguite, in particolare, durante la II Guerra Mondiale. Ed ecco risorgere Stalin, comandante dal pugno di ferro, nei panni dello strenuo difensore della patria contro i nazisti. Un ruolo enfatizzato sia dai libri scolastici sia dai programmi televisivi. Non è un caso che la “Giornata della Vittoria” (9 maggio), grazie a Putin, sia ormai una delle celebrazioni più importanti dell’anno. Il ricordo del brutale regime è, dunque, sempre più lontano.

Non aiutano i pesanti limiti imposti alla libertà di espressione e il ritorno di una certa “retorica staliniana”, utilizzata per bollare gli oppositori come “nemici dello Stato” e “spie straniere” (i cosiddetti “foreign agent”, che in Russia sono spesso associati all’attività di spionaggio). Quest’ultima “etichetta”, secondo il “New York Times”, è stata utilizzata di recente proprio per il Levada Center. Garry Kasparov, nel suo ultimo saggio “L’inverno sta arrivando” (Fandango Libri, 2016), riporta quanto espresso dall’analista Andrei Piontkovksij a proposito di Putin: “[…] è un uomo che ha brindato all’anniversario della nascita di Stalin” e “ha fatto rimettere al suo posto sul muro della Lubjanka – sede dei servizi di sicurezza federali – la targa commemorativa dell’ex capo del KGB Jurij Andropov.”

Secondo lo scrittore Lev Razgon, “il terrore servile di Stalin resta nelle ossa e nelle vene di gente che non lo ha mai conosciuto”. A 63 anni dalla morte di Stalin, sembra che, purtroppo, quel “sortilegio ipnotico” non sia ancora svanito.

Finito di redigere in data 7 settembre, alle ore 22

“Back to the U.S.S.R.”: la rinascita di Stalin ultima modifica: 2016-09-09T13:00:12+02:00 da ANNALISA BOTTANI

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