Callas, un mito oltre la stessa leggenda

A Verona una mostra che è un percorso attento e affascinante nella vita di trionfi e di solitudini del soprano più amato e incompreso del ventesimo secolo
scritto da MARIO GAZZERI

Per i solleciti ma pragmatici dipendenti dell’anagrafe di New York, un nome come Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulos sarebbe stato francamente troppo. Se ne era subito accorto il padre, emigrato dalla Grecia, che sbarcato pochi anni prima con la sua famiglia nella metropoli della East Coast, aveva provveduto a semplificare il cognome in Kalos (bello). Nome che poi, nei quartieri greco-americani della città, venne da allora trascritto in Callas, così come Kalos veniva grosso modo pronunciato. Caddero pure i prenomi Anna, Cecilia e Sophia e rimase solo Maria. Maria Callas, una bambina grassottella che amava la musica e studiava pianoforte, forse per compensare la latitanza di una madre che non l’amava.

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Maria Callas ritratta da Andy Warhol

L’inizio di una favola
Sembra l’inizio di una favola. Ed è proprio così. Maria era sgraziata, sovrappeso, portava gli occhiali ma aveva una voce che fu notata in occasione delle feste, delle ricorrenze della comunità greca d’America. Non una voce bella. Una voce sublime. Insomma, il classico brutto anatroccolo di Andersen che infine scopre di essere un regale cigno. Torna in Grecia nel ’39, a 16 anni. Vi resterà per poco anche perché l’aver cantato in un concerto per le truppe d’occupazione italo-tedesche le inimicherà una parte della popolazione. Ritorna a New York dove lentamente cresce quella fama destinata ad alimentare, negli anni successivi, la leggenda, il mito.

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L’omaggio di Verona
Il successo non fu immediato. Nella metropoli Usa, un’audizione al Metropolitan (dicembre 1945) non fu giudicata soddisfacente e neanche l’aiuto dell’agente teatrale Eddie Bagrozy, che l’aveva scritturata per cantare nella Turandot a Chicago, le portò fortuna. L’evento fu infatti annullato. Ma a Verona, nella cui arena trionfò per la prima volta in Italia quasi settant’anni fa, il 2 agosto del ’47, la sua voce si levò vibrante nel ruolo della Gioconda di Ponchielli, quasi un segnale di speranza e di rinascita nell’Italia delle macerie materiali e morali del primissimo, cupo dopoguerra. Ed ora, nella città scaligera, sta per chiudersi una mostra che è un percorso attento e affascinante nella vita di trionfi e di solitudini del soprano più amato e incompreso del ventesimo secolo. Nei corridoi e nelle sale di Palazzo Forti, complice la semioscurità dalla quale sembrano emergere come da un sogno gli abiti di scena, i gioielli, i ritratti, le gallerie fotografiche dei suoi trionfi e i vestiti che Maria indossò nelle cene e nelle visite ufficiali, si avverte ancora la sua magica presenza.

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Callas vista da Pier Paolo Pasolini

Presenza scenica
Quella presenza scenica che ne fece un’attrice drammatica di primo piano, quasi da teatro tragico greco, e che, da sola, bastò a farle surclassare in poco tempo la rivale di sempre (ma, non va dimenticato, anche una delle poche vere amiche negli ultimi mesi di vita), Renata Tebaldi. Maria, che pochi anni dopo doveva lasciare il marito e mentore Giovan Battista Meneghini per perdersi nel “grande inganno” tesole da Onassis, ebbe l’immenso merito di riunire il popolo italiano attorno all’anima dell’Opera lirica, tra i più autentici principi identitari della nostra nazione, uscita lacerata dal conflitto perduto e dal veleno della guerra civile. Se la Francia dell’Ottocento ha avuto i Balzac, i Flaubert, i Maupassant, gli Zola, l’Italia ha costruito la sua individualità unica e preziosa anche grazie ai Verdi, Bellini, Donizetti, Puccini. E Maria Callas ebbe il grande merito di ricordarci tutto questo.

La fine
Il declino della Divina fu lungo, triste e si colorò di quella solitudine che albergava in lei da sempre e che solo la gloria e i trionfi avevano tenuto nascosta. I filmati delle sue ultime apparizioni, non sul palcoscenico ma in alcuni “recital” per un pubblico bendisposto e senza “loggionisti” , preludono ad una fine solitaria. Abbandonata da Onassis, si rifugia a Parigi scontando nel vuoto di un lussuoso appartamento la fine di quella voce che l’aveva tenuta in vita, venerata dal pubblico dei teatri di mezzo mondo. Gli amici si dissolvono, come l’eco degli applausi dei tempi d’oro. Gli ultimi “recital” a Londra (con Giuseppe di Stefano) e a Tokyo sono solo il preludio della fine. La voce non c’è più. Gli unici veri amici, soprattutto Pasolini, sono lontani, impegnati. Soltanto la rivale d’un tempo, Renata Tebaldi, le sarà vicina fino alla fine. Le due parleranno spesso al telefono e diventeranno amiche. Il 2 agosto del 1977, Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulos si congeda dalla vita.

Callas, un mito oltre la stessa leggenda ultima modifica: 2016-09-13T23:09:41+02:00 da MARIO GAZZERI

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