Carlo D’Angiò, un canto ribelle e pienamente contemporaneo

Lo scorso 6 settembre è morto il fondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare – negli anni Settanta – in sodalizio con il maestro Roberto De Simone ed Eugenio Bennato. Quale è il suo lascito?
scritto da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

Un artista come Carlo D’Angiò quando muore lascia cordoglio ma anche tante opere con le quali confrontarsi per continuare a ricordarsi di lui e di quello che ha rappresentato.
Alcuni artisti più di altri però rappresentano una svolta culturale rilevante e molto spesso quelli che rappresentano una svolta sono anche quelli che sono più nascosti, più pudichi, più attenti ai loro ed agli altrui sentimenti.
È il caso di Carlo D’Angiò e del suo sodalizio importante con Bennato e prima ancora,con lo stesso Bennato nella Nuova compagnia di canto popolare (NCCP).

Quale è il lascito di Carlo D’Angiò? Certamente quello di belle canzoni senza specificazioni e certamente di avere unito la tradizione delle sua terra (tutto il Sud, forse il Mediterraneo) con una capacità musicale forte, moderna, capace di “ritrovare” ma anche di non lasciare isolato e abbandonato il canto popolare italiano al mero folk tradizionalista.

È semplice e difficile nello stesso tempo. Perché è una questione che non riguarda semplicemente la musica italiana e tantomeno la “canzonetta” italiana, ed è questo il motivo della grandezza di Carlo D’Angiò, Bennato, Roberto De Simone, perché riguarda il tema stesso della cultura popolare in genere e della cultura popolare italiana in particolare, senza riguardo per Nord, Sud, Est e Ovest, Appennini o Alpi.

Per farla breve, dovremmo ritornare indietro, negli anni Settanta/Ottanta dello scorso secolo quando il recupero dei canti popolari corrispondeva, da un lato, a un accenno quasi folkloristico e, dall’altro lato, a un’attenzione che considerava questi fatti, rinvenimenti fuori dal tempo, “reperti archeologici” da collocare in teche di vetro dentro un museo.

Cosa che era successa, per esempio, proprio in quegli anni per i musei della vita contadina, nati con uno scopo purtroppo esclusivamente didascalico e quindi destinati a diventare luoghi di irrigidimento cadaverico della cultura viva che avrebbero voluto raccontare (basti pensare a quanti musei inutili o inutilizzati e presto chiusi corrispondeva invece un capolavoro di vita reale come L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi,per intenderci).

Ecco, proprio negli anni in cui perfino il festival di Sanremo nel suo
mischiume nazionalpopolare nazionalpopulista decise di portare addirittura in televisione al sabato sera le canzoni del passato folkloristiche come quelle del duo di Piadena o di Maria Carta o di tantissimi altri esponenti eccellenti, interessanti singolarmente ma sostanzialmente in una condizione di “nuovi mostri” da esporre anch’essi in una teca – in questo caso dietro il vetro della televisione – invece la Nuova compagnia di canto popolare come altri pochi gruppi, proprio con De Simone, d’Angiò e Bennato si metteva a studiare – diremmo scientificamente – non a caso D’Angiò era ingegnere e Bennato un fisico – la struttura linguistica, sintattica e anche le modalità in cui veniva fruita, di centinaia di canti e ballate popolari, non per farne una raccolta polverosa, ma scegliendo una strada nuova: non quella della riproduzione acritica è un po’ lasca del canto antico ma quello della nuova costruzione attraverso il “riuso” delle parole, della sintassi, costruendo con questi mattoncini una nuova cosa, la versione, nella modernità, di un canto popolare, costruzione che sia musica e fatti di oggi.

Dunque, la tradizione del canto popolare così come narrata da D’Angiò e da Bennato e De Simone e altri a principiare da NCCP a Musicanova e dintorni non è nulla di più distante da quello che è il melodico napoletano che certamente ha grande spazio a Napoli, a Catania e un po’ in tutto il Sud (ma pure la Pausini al Nord che è?…) e soprattutto dal kitsch che sì, ci condanna alla ripetizione continua.

Ed è una cosa che riguarda non solamente il Sud Italia ma anche il Nord: non c’è nulla infatti di più lontano dall’originale della ripetizione paraleghista e caricaturale di quello che invece sarebbe il senno, la saggezza e anche la follia di Bertoldo.

Un esempio per tutti,che ho avuto l’occasione proprio di rileggere in questa estate si riferisce a un libro,uscito nel 2010, di Eugenio Bennato con prefazione per l’appunto di D’Angiò che s’intitola “Brigante se more. Viaggio nella musica del sud” in cui Eugenio Bennato racconta tanto della musica popolare del nostro Sud (e non solo) col pretesto di questa ballata scritta per uno sceneggiato di Anton Giulio Majano (Majano faceva sceneggiati, non fiction).

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E la storia di questa canzone che molti (in specie su internet tra una scia chimica e l’altra…) hanno raccontato come se Carlo D’Angiò e Bennato l’avessero sostanzialmente rubata o ripresa dalla tradizione orale popolare di canti dei briganti per poterla replicare e quasi “svendere”al giorno d’oggi.

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La cosa, paradossale, è raccontata, con chiarezza illustrando quello che è il senso vero della canzone popolare: e cioè intanto l’originalità di questa ballata e il fatto che questa canzone inganna perché “Brigante se more” è stata scritta da due autori moderni che sanno utilizzare in un dialetto interregionale le parole dell’epoca in cui declina il periodo del brigantaggio e utilizza la giusta sintassi e utilizza però anche una forma moderna dal punto di vista della ballata, da un punto di vista musicale.
Che funzionava molto bene in televisione e che funziona talmente bene da diventare quasi un inno anche per le giovani band pop e perfino rock del Sud e non solo. Ebbene questa ballata è un paradosso attivo: viene cantata moltissimo da alcuni in una forma tradizionale per utilizzo di musica e metrica e sostituendo addirittura anche le parole, soprattutto nei punti in cui si fa riferimento al rapporto con la religione e la libertà e in quello in cui il brigante racconta di non tenere per nessun potere costituito compreso i Borboni. Dunque per alcuni ci fu un “gomblotto” di Carlo D’Angiò e Bennato per rivendersi una canzone già nota dell’ottocento umiliando valori religiosi e perfino il re delle Due Sicilie…non dico altro perché il libro è assolutamente godibile ma quello che è importante è soprattutto il capitolo 19: “Nun ce ne fotte d’o rre Burbone” perché racconta esattamente quello che è il senso generale di una canzone popolare che sappia parlar d’oggi e quindi come questa ballata sia stata scritta per situarsi in un luogo di rivolta del Ventesimo secolo e non come la riedizione di una frusta storia passata.

Dice Bennato in quel capitolo: “se nel passato la musica popolare ha riguardato i temi della civiltà contadina emarginata, a volte idillica e addirittura felice, a volte animosa e urlante rivendicazioni verso il potere della cultura dominante, deve oggi dare voce ai cittadini del 2000 e interpretare le moderne dinamiche sociali che hanno come poli la nuova casta del potere televisivo e i paria della nuova emigrazione, per fare solo un esempio di spunti contemporanei”

Bennato ci racconta qui una canzone popolare che lui e Carlo d’Angiò hanno praticato come elemento altro rispetto al folk e una diversa musica popolare che insomma abbia come nemici quelli che lui definisce “enfasi e fiocchetti colorati”.

E certamente Carlo D’Angiò, ancor più di Bennato e De Simone, non ha mai vissuto di enfasi e fiocchetti colorati, e basta ascoltare le sue canzoni, basta ascoltare i suoi canti popolari così contemporanei… Arricchiti da un’ironia che gli fa onore e che gli fa dire alla fine della sua prefazione a “brigante se” dopo il racconto di tutte le traversie anche legali su Internet: “da allora quando inventiamo una nuova canzone (s’intende con Bennato e pochi altri…ndr) invece di firmarla con i nostri nomi scriviamo direttamente ‘pezzo di tradizione orale raccolto dal vivo’ e c’inventiamo pure dove e come l’abbiamo trovato”.
Ci mancherà Carlo d’Angiò. Come artista e come uomo.

Carlo D’Angiò, un canto ribelle e pienamente contemporaneo ultima modifica: 2016-09-13T22:16:53+02:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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