Il Porcellum, l’Italicum, Mugabe e il cittadino arbitro

scritto da GIOVANNI INNAMORATI

L’11 ottobre 2005 il ministro Roberto Calderoli, nel pieno delle votazioni della Camera sulla riforma elettorale, il famoso Porcellum, chiacchierando con alcuni giornalisti nel cortile interno di Montecitorio, spiegò che il nuovo sistema serviva a impedire a Romano Prodi di vincere le elezioni politiche della primavera successiva. Nel giugno precedente, infatti, il centrosinistra aveva stravinto le elezioni regionali. Il giorno dopo Calderoli smentì i quotidiani che avevano riportato le sue parole ma ne nacque una querelle politica.

Due mesi dopo, il 13 dicembre, la vigilia dell’approvazione definitiva della legge da parte del Senato, Calderoli si fece più sfrontato, e ripeté il concetto davanti a più giornalisti:

Il povero Professore non si è ancora reso conto che, al di là della Lega che digerisce la riforma per ragioni di coalizione, la nuova legge elettorale va bene a tutti, soprattutto a chi nella sinistra, lo sta utilizzando per l’estremo tentativo di vittoria alle elezioni, per poi subito dopo farlo fuori senza neppure dover ricorrere, grazie alla nuova legge, al consueto teatrino di Bertinotti. Si faccia due conti il buon Prodi e si metta l’anima in pace: le elezioni non le vincerà, bene che gli vada le può vincere alla Camera dei deputati ma non al Senato, dopo di che, sarà un attimo trovare il D’Alema di turno….

In mattinata Romano Prodi aveva protestato vibratamente, definendo la riforma fatta per impedirgli di vincere una “legge indegna, adottata con metodo e con intenti incompatibili con il più elementare rispetto delle regole democratiche e della dignità stessa degli elettori”. Come tutti ricordano quella legge ha avvelenato i pozzi della politica fino all’approvazione dell’Italicum, dieci anni dopo.

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L’estrazione del lotto a Montecitorio (Museo di Roma) di Anonimo del XIX secolo http://storia.camera.it/

Il trucchetto del 2005, che fece assomigliare l’Italia allo Zimbabwe o ad altri Paesi governati da autarchi, sta per essere ripetuto nel 2016. Dopo l’ottimo risultato di M5s nei ballottaggi delle elezioni comunali del 19 giugno è stato riaperto il cantiere della riforma elettorale per impedire al partito di Grillo di vincere le prossime elezioni politiche al ballottaggio. Ma, in modo paradossale – tipico dell’Italia – non è il governo in carica a voler ricorrere al trucco; non c’è nessun Robert Mugabe a Palazzo Chigi, pronto alla macchinazione. Anzi il suo inquilino difende strenuamente il meccanismo del ballottaggio. Nelle ultime settimane però il pressing è aumentato, con la minaccia della minoranza interna del Pd di votare “no” al referendum costituzionale se non verrà modificato il sistema elettorale, così che il segretario-premier Matteo Renzi, ha affermato ripetutamente di essere disponibile a modificare l’Italicum, a patto di “migliorarlo”, però. Probabilmente Renzi avrà letto il bell’articolo di Francesco Morosini pubblicato su ytali il 5 agosto scorso in cui si spiegava che valeva la pena “salvare il soldato Italicum” e che è “assai facile fare peggio” visto che il nostro sistema è tripolare o forse quadripolare. In ogni caso sabato 10 settembre anche il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, preoccupatissimo che al referendum prevalga il “no”, ha perorato la causa delle modifiche all’Italicum, e in particolare dell’eliminazione del ballottaggio.

Insomma, il cantiere è aperto, anche se al momento non ci sono atti parlamentari concreti. Anche perché non ci sono nemmeno i numeri, specie al Senato, come ha sottolineato il capogruppo del Pd Luigi Zanda il 7 e il 10 settembre: M5s – giustamente dal suo punto di vista – non ha intenzione di discutere, mentre Forza Italia non è disponibile a farlo prima della celebrazione del referendum costituzionale, come ha detto il capogruppo Paolo Romani il 7 settembre. E invece la minoranza del Pd condizione il suo “si” al referendum all’inizio del confronto parlamentare sull’Italicum, il che rende abbastanza evidente la strumentalità di questa richiesta. Il tema comunque crescerà anche con l’appropinquarsi del 4 ottobre, giorno i cui la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sull’ordinanza del Tribunale di Torino contro la legge elettorale.

In questa riflessione non voglio proporre una analisi dei diversi possibili modelli elettorali o delle proposte già in campo, bensì fare un breve ragionamento sull’attuale sistema politico italiano. Sì, perché i modelli elettorali non sono buoni o cattivi in astratto, bensì sulla base del sistema politico del Paese; tanto e vero che alcuni Paesi europei (Spagna, Germania, Gran Bretagna) hanno visto andare in crisi il proprio modello dopo che per anni aveva “funzionato”, perché è cambiato il sistema dei partiti.

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Cerimonia a Montecitorio di Anonimo del XVIII secolo http://storia.camera.it/

Dunque il sistema italiano è bipolare, tripolare, quadripolare, o altro ancora? In genere a questa domanda si esita a rispondere spiegando che attualmente non è chiara l’evoluzione dell’area di centrodestra, il che è anche vero. Le elezioni comunali del 19 giugno hanno ridimensionato drasticamente la Lega Nord di Matteo Salvini, data nei sondaggi attorno al 12-14 per cento, pari o sopra Forza Italia. Il centrodestra ha vinto (Cosenza, Trieste, ecc) o comunque è risultato competitivo (Milano) laddove si è presentato nel modulo “berlusconiano” classico, cioè largo, unito e a trazione forzista e non leghista, tanto è vero che il mandato di Silvio Berlusconi a Stefano Parisi si fonda su questa ipotesi. Ma tale ipotesi è contrastata all’interno di Forza Italia da chi, come Renato Brunetta, Paolo Romani o Giovanni Toti, propongono sostanzialmente l’attuale assetto: esso implica uno spostamento a destra dell’asse complessivo della coalizione, lasciando a un futuro alleato minore (l’Udc di Cesa o un futuro soggetto guidato da Massimo Gandolfini) il presidio di un area clerico-moderata più centrale. Anche all’interno della Lega le tensioni tra il segretario Matteo Salvini e il governatore della Lombardia Roberto Maroni, avvengono sulla stessa faglia, con il primo che difende l’attuale assetto e il secondo propenso per il “modello Parisi”. E’ evidente che la vittoria del “si” o del “no” al referendum sarà determinante per l’affermazione dell’una o dell’altra ipotesi e per la ristrutturazione definitiva dell’area di centrodestra. L’affermazione del “sì” rafforzerebbe Parisi, ma anche l’area che fa riferimento oggi a Ncd, con un probabile riavvicinamento dei centristi di Alfano a Fi, con Salvini e Brunetta costretti a prendere atto del prevalere delle istanze moderate degli elettori di centrodestra.

Tuttavia, c’è un altro soggetto a contendersi i voti degli elettori di centrodestra: M5s. Nei ballottaggi del 19 giugno alle comunali, gli elettori di centrodestra che al secondo turno non avevano il proprio candidato da sostenere, hanno votato in massa per il Movimento di Beppe Grillo. Un fenomeno descritto dalle analisi dell’Istituto Cattaneo di Bologna. Il mercato elettorale è come quello delle auto: si tende a comprare l’auto della stessa marca di quella posseduta, e analogamente si tende a votare il partito votato nelle precedenti elezioni. Se il centrodestra non riuscisse a risolvere i propri problemi, così che non prevalesse né l’ipotesi Parisi né l’ipotesi Brunetta, l’appeal di M5s su questo elettorato sarebbe fortissimo, specie in caso di vittoria del “no” al referendum e assai probabile voto anticipato al 2017 (vedremo più sotto perché). A quel punto si tornerebbe a un bipolarismo con l’area di centrodestra presidiata da Grillo, e Lega, Fi e Fdi, marginalizzati a destra.

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Veduta della piazza di Montecitorio di Anonimo del XVIII secolo http://storia.camera.it/

Ma il referendum sarà dirimente anche per il futuro dell’area riformista e di quella antagonista, con un esito positivo delle urne che probabilmente porterà alla scissione della minoranza interna del Pd. Infatti Matteo Renzi vedrebbe rafforzata la propria posizione come segretario Dem, che diverrebbe difficilmente contendibile anche all’annunciato Congresso del 2017. In tal caso diverrebbe palese la “riserva mentale” che gli ex Ds hanno nei riguardi di un segretario del Pd che non sia espressione della loro “Chiesa”, di cui si è fatto interprete Massimo D’Alema. L’uscita a sinistra di Pierluigi Bersani, di Roberto Speranza e forse di Gianni Cuperlo implicherebbe una ridefinizione del profilo del Pd, ed aprirebbe prospettive meno asfittiche delle attuali per Sinistra Italiana e l’area che le ruota attorno, orfana di Maurizio Landini, ormai interessato più alla segreteria della Cgil. Viceversa la bocciatura della riforma da parte dei cittadini segnerebbe la fine della parabola di Renzi e la contendibilità della segreteria nelle primarie del 2017.

Lo stesso Pierluigi Bersani, in un lungo colloquio con alcuni giornalisti a Montecitorio 13 settembre, riportato il 14 da Goffredo De Marchis su Repubblica e da Carlo Bertini sul La Stampa, ha spiegato che tra lui e Renzi, o meglio tra le due anime del Pd, c’è “una diversa concezione della democrazia”. Bersani non non ha parlato di scissioni e anzi ha sottolineato che il Pd è un “partito largo, un partito grande”, dove dunque possono convivere addirittura due concezioni diverse della democrazia, anche se “mancano i luoghi per il confronto”, vale a dire riunioni degli organi ufficiali del partito. Bersani ha ricordato che in precedenti referendum decisivi per la storia italiani non tutti gli esponenti di un determinato partito hanno seguito le indicazioni di voto dello stesso, senza che ciò mettesse in crisi la sopravvivenza del partito: “non tutti i democristiani hanno votato ‘Repubblica’ nel 1946, e non tutti i comunisti hanno votato ‘aborto’ nel referendum del 1981”. Vero. Tuttavia, come ha osservato Claudio Cerasa sul Foglio il 14 settembre, quando a non seguire le indicazioni del Partito sono l’ex segretario (Pierluigi Bersani), l’ex capogruppo (Roberto Speranza), l’ex sfidante del segretario alle primarie per la guida del Partito (Gianni Cuperlo) e il dirigente che il 22 aprile 2005 determinò con la propria iniziativa politica la nascita del futuro Pd (Massimo D’Alema), è perlomeno farisaico parlare di “qualche esponente” che non segue le indicazioni di voto del Partito. Insomma il referendum, quale che ne sia l’esito, determinerà un nuovo assetto anche di tutta l’area di centrosinistra.

Paradossalmente l’unico soggetto stabile è M5s, vale a dire il soggetto anti-sistema per antonomasia. Anche se sta attraversando un grave momento di difficoltà per le vicende della Giunta di Roma, e per le faide interne, non vengono messe in discussione le sue scelte di fondo. A seconda del risultato del referendum costituzionale sarà rafforzato o indebolito, ma il suo profilo non ne risulterà modificato in entrambe i casi in modo determinante. Se vincerà il “no” la sua OPA sull’elettorato di centrodestra sarà più forte. Per certi versi ha ragione Pierferdinando Casini quando sostiene che “se vince il ‘no’, non vinceranno Brunetta e Salvini, bensì Grillo”.

Al netto dunque del Movimento Cinque Stelle c’è una fluidità nell’attuale sistema politico italiano di cui è difficile intuire la configurazione definitiva. O meglio, saranno gli elettori a determinarla al momento del referendum costituzionale. Se la riforma sarà approvata, verranno premiate le istanze più moderate e innovative all’interno delle diverse aree politiche e dei diversi partiti, mentre se essa verrà bocciata, ad essere premiate saranno le ipotesi più radicali e conservatrici. Da un punto di vista politologico, curiosamente le due istanze di fondo che si contrappongono sembrano ciascuna composte da ossimori: da una parte l’istanza moderata e riformista, dall’atra radicale e conservatrice. In realtà se guardiamo fuori dai confini nazionale queste coppie di apparenti ossimori si presentano anche in altre realtà: per esempio la moderata Merkel è stata estremamente innovativa sul versante dell’immigrazione e dell’integrazione dei profughi con il sui celebre “wir schaffen das”; dall’altra i radicali dell’AfD risultano molto conservatori con le loro istanze nazionaliste e protezionistiche. Ma gli esempi potrebbero riguardare anche Spagna, Francia o Gran Bretagna. L’Italia dunque è un laboratorio, e l’esito dell’esperimento lo determineranno gli elettori del referendum.

In questo quadro, dunque, è estremamente difficile indovinare oggi – cioè prima del referendum – quale potrebbe essere la legge elettorale adatta, visto che non è chiara la configurazione del sistema dei partiti in campo. Un vero azzardo, dunque, intervenire. Un criterio di fondo però può essere definito sin da subito.

Nel dibattito di queste settimane viene riproposta la classica contrapposizione tra “rappresentanza” e “governabilità”, con i critici del ballottaggio che sostengono che in questo momento è meglio sacrificare la seconda in favore della prima. Non voglio entrare ora nel merito delle varie proposte in campo: per esempio lo “Speranzellum”, cioè la proposta della minoranza Dem basata sui collegi uninominali a turno unico comprime molto di più la rappresentanza che non un proporzionale con premio di maggioranza come è l’Italicum. Quello che mi preme sottolineare è un’altra “riserva mentale” che viene celata in questi ragionamenti, cioè che occorre abbandonare l’unica acquisizione valida della Seconda Repubblica: il cittadino arbitro, secondo la felice espressione del compianto professor Roberto Ruffilli, non per nulla ucciso nel 1988 dalle Br come Aldo Moro dieci anni prima.

Nelle elezioni gli attori in campo sono gli elettori, i candidati e i partiti. I diversi sistemi elettorali distribuiscono il potere in maniera diversa a questi tre soggetti. Nel proporzionale puro con preferenza, in vigore dal 1948 al 1992, il potere di determinare l’indirizzo della politica del Paese in mano agli elettori era bassissimo; quello in mano ai parlamentari eletti era leggermente più alto (a loro spettava votare la fiducia del governo); il potere detenuto dai Partiti era massimo, potendo decidere essi le alleanze di governo dopo le elezioni. All’elettore è stato attribuito più potere nella determinazione della politica del Paese con il Mattarellum, grazie alla nascita di coalizioni prima del voto, e con l’iniziativa politica dei due Poli in campo di indicare il candidato premier (il centrodestra sin dal 1994, il centrodestra dal 1996); con il Porcellum l’indicazione del candidato premier è stata formalizzata nella stessa legge, scelta confermata nell’Italicum.

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“Italia”, scultura in legno policromo di Giuliano Vangi, Sala Garibaldi del Senato http://www.senato.it/

L’abbandono del ballottaggio, è il sospetto che andrebbe diradato, non sottende l’intenzione di arrivare a un sistema che non dia un vincitore certo, così da sottrarre potere decisionale all’elettore e ricondurlo in mano ai partiti e soprattutto alle correnti interne che, grazie ai propri parlamentari che votano la fiducia, potranno aprire una contrattazione con il segretario del proprio partito? Se fosse così addio cittadino arbitro, con Ruffilli e Moro uccisi una seconda volta. Insomma prima di lasciar morire il “soldato Italicum” riflettiamoci bene.

Il Porcellum, l’Italicum, Mugabe e il cittadino arbitro ultima modifica: 2016-09-15T19:24:39+01:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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