La politica di Aldo Moro, leader della generazione montiniana

scritto da GUIDO BODRATO

Gli incontri organizzati in ricordo di Aldo Moro, a cento anni dalla sua nascita, e a quasi quaranta dalla strage di via Fani e dall’assassinio del Presidente della Dc, inducono a riflettere sulla sua politica, ed in particolare sull’attualità del magistero politico di un uomo che ha ispirato la sua azione al messaggio cristiano, alla politica come servizio verso la comunità.

La mia riflessione può iniziare da un libro che considera Moro una delle più importanti figure della “stagione montiniana”, “Aldo Moro, dall’Azione cattolica all’azione politica”, scritto da Giovan Battista Scaglia, che ha vissuto con lui gli anni dell’università, tra la metà e la fine degli anni ’30, quando Moro era il presidente della Fuci e il cardinal Montini, il futuro Paolo VI, ne era assistente ecclesiastico, e lo ha affiancato come sottosegretario alla presidenza del consiglio negli anni ’60/’70. Le pagine di questo libro permettono di collocarlo nel tempo “che gli è stato dato di vivere”, e permettono di ricordare “lo studioso che ha portato nella politica il suo abito mentale di severità, di ponderatezza, di cautela; uno studioso che precede senza impazienza, senza avventatezza, tenendo conto di tutto, dei fatti e delle opinioni, delle notizie e dei consigli, sapendo che alla fine sarà sua la responsabilità di decidere.”

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Nella lettera inviata il 21 aprile del ’78 agli “uomini delle Br” “ignoti ed implacabili avversari di questo uomo degno ed innocente”, perché restituissero la libertà a Moro, Paolo VI lo definisce “uomo buono ed onesto, amico di studi e fratello di fede”; e nella preghiera rivolta il 13 maggio al Dio della vita e della morte lo definisce “Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico.” Si può parlare, anche per Moro – come ha fatto la figlia di De Gasperi per suo padre – di ‘un uomo solo’”? Scaglia scrive :“Una solitudine che qualcuno ha chiamato superbia, ma che in realtà non è che l’inevitabile isolamento del capo che alla fine non può che affidarsi alla propria intuizione, e scegliere per se e per gli altri…con coraggio”.

A qualche storico la prudenza e il realismo di Moro sono parsi espressione di una politica rassegnata e rinunciataria; in realtà erano il rifiuto di ogni illusione conservatrice, esprimevano la coerenza e la fermezza di una linea, ed insieme la modernità e la capacità di adeguarsi a situazioni diverse, in un mondo che non è immobile. Moro era convinto che “la storia non può essere fermata. Può sbagliare chi spinge e chi trattiene, ma l’avvenire non appartiene a chi sta fermo”.

Questa visione nel Moro politico, seriamente dedito al suo lavoro ma sdegnoso di ogni demagogia, matura gradualmente ed emerge sempre più nitida: dagli anni della Assemblea Costituente (1946/48) anni vissuti intensamente con Dossetti, Lazzati, Fanfani e La Pira, i professorini che hanno scritto la costituzione di una repubblica “fondata sul lavoro” e sulla centralità del Parlamento; agli anni della responsabilità di presidente del gruppo parlamentare (1953/’55); alle concrete esperienze di ministro, dal 1955 al ’59 e poi nuovamente negli anni della contestazione, della violenza di piazza, dello stragismo nero e del terrorismo rosso.

Lo stile del politico, il suo modo di intendere il ruolo del leader, si manifestano in modo pieno con la responsabilità di segretario del partito. “Il segretario, espressione di una maggioranza, e rispettoso dei suoi diritti, deve essere il segretario di tutto il partito” poiché, come aveva già affermato De Gasperi, “i democratici cristiani sono tutti necessari”. Alla convinzione che la centralità della Dc richiedeva la sua unità, Moro è restato sempre fedele; nell’ultimo discorso, da molti ritenuto il suo testamento spirituale, pronunciato il 28 febbraio del ’78 all’assemblea dei senatori e dei deputati democristiani, per convincerli dell’importanza di votare compatti il governo di unità nazionale, emerge questa sua profonda convinzione.

Ma la ricerca dell’unità e l’importanza assegnata al dialogo, non nascondevano la disponibilità a qualunque compromesso, e questa verità è apparsa chiara quando si è posta la questione dell’apertura ai socialisti che stavano lasciandosi alle spalle l’alleanza con i comunisti ed imboccando la via dell’autonomia, ed è diventata anche più chiara nel Congresso democristiano del ’69, quando sceglie la strada della minoranza, poiché si è reso conto che si era aperto, in termini non più eludibili, il problema del superamento della Dc come perno di tutte le maggioranze di governo, e sta diventando sempre più difficile governare un paese reso inquieto dalla stessa crescita economica e dalle trasformazioni sociali che la caratterizzano.

Moro ha sintetizzato quella situazione politica con una frase che è restata incompresa: “Di crescita si può morire”. I mutamenti economici e sociali erano così profondi che stavano mettendo a rischio gli stessi assetti istituzionali del paese. Sono gli anni in cui si radicalizza, anche nel linguaggio dei giornali, la polemica contro la partitocrazia, contro i partiti che occupano le istituzioni, contro la Dc, il “partito-stato”.

Questi sono per Moro anni durissimi, poiché si delinea un contrasto di fondo tra una politica caratterizzata dalla ricerca del dialogo con i sindacati e la sinistra, e dalla riflessione sui cambiamenti che stanno caratterizzando la società italiana; ed una involuzione che a Moro appare come la più pericolosa per un partito di ispirazione cristiana: quella di un partito che si identifica con la gestione del potere. Contro questa tentazione Moro pronuncia al congresso appena ricordato “una durissima requisitoria, con parole precise e pesanti, che cadono come sferzate in una sala tesa e gremita”. “Una denuncia severissima, in apparenza inutile… Una pagina molto triste…” ha ricordato Scaglia, “che forse gli è costata la presidenza della Repubblica”.

Tuttavia sarà ancora Moro, come leader di una minoranza formata dai suoi amici e dalla sinistra del partito, a gestire le scelte degli anni segnati dalla “democrazia difficile” e dalla tormentata navigazione verso una “democrazia compiuta”. Per definire quella situazione, quella crisi della Dc (e non solo della Dc) Moro ha parlato in quella circostanza di “idee senza forza, contro una forza senza idee”.

Moro era stato tra i primi a riflettere sul ’68 italiano, sulle inquietudini dei giovani che anticipavano l’autunno caldo del ’69; e sarà Moro, incurante delle ironie che in molti casi colpivano le sue parole, a parlare di “convergenze parallele” con i socialisti e di “strategia dell’attenzione” verso i movimenti giovanili e le stesse opposizioni, senza tuttavia sottovalutare i rischi di una transizione caratterizzata dal referendum del ’74 sul divorzio e poi dal nuovo corso avviato da Berlinguer,. Ormai anche il leader del Pci si erano convinti che si era esaurita la “spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre”.

Negli anni del compromesso storico e della solidarietà nazionale, la polemica sulla oscurità dei discorsi di Moro lascia il posto al riconoscimento che le sue riflessioni hanno fatto riscoprire la vera politica, fatta non dalla contesa per il potere, ma dalla ricerca disinteressata del bene comune, una politica che esprime “la risposta della ragione alle sfide della storia”.

C’è una straordinaria continuità tra ciò che Moro dice in questa tormentata fase della politica italiana, e ciò che ha scritto sulla rivista Studium quarant’anni prima: “Bisogna che la politica si fermi in tempo…riconoscendo i suoi limiti”, poiché la politica non è tutto, non è tutta la vita. Una politica, quella di Moro, che non concepisce la legittimità di una decisione se non è fondata sul consenso, una politica che non è disposta a pagare la popolarità con la rinuncia alla coerenza, una politica di moralità, di serietà e di coraggio che sono le radici di una visione democratica incardinata sulla Costituzione repubblicana.

Sono degli anni di piombo, insanguinati dal terrorismo, dei “giorni del tormento”, iniziati il 16 marzo del ’78 con la strage di via Fani, le parole che ricordavano a tutti gli italiani questo pensiero di Moro: “Questo Paese non si salverà, e la stagione dei diritti si rivelerà effimera, se non sorgerà un nuovo senso del dovere.”

Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per i cento anni della nascita di Aldo Moro

La politica di Aldo Moro, leader della generazione montiniana ultima modifica: 2016-09-22T11:52:40+02:00 da GUIDO BODRATO

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