Oscurità di Moro? Niente di meno vero. Difatti ne pagò il prezzo

Dalla Costituente con Dossetti alla solidarietà nazionale passando per il Governo con La Malfa e il movimento del sessantotto l'idea di una "terza fase" come democrazia sostanziale
scritto da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

Il centenario della nascita di Aldo Moro non può e non deve imperniarsi sui “misteri” della fine, del cosiddetto “Affaire Moro” per dirla alla Sciascia. Anche perché su di essa, non molti lo sanno, ancora s’indaga – è presente in questa legislatura una Commissione bicamerale speciale all’uopo costituita con una legge apposita.

Son altri, credo e per alcuni versi spero, i motivi per cui la vicenda umana e politica di Aldo Moro rimane tra quelle centrali della storia del nostro Paese: il passato comune a Paolo VI ma anche certamente ai “professorini” costituenti come Dossetti, La Pira, Fanfani e altri ancora (Mortati era già professore non “ino”…); o nella costruzione di una politica interna che progredisse in democrazia tenendo conto della politica estera degli anni della “guerra fredda”; oppure la capacità di immaginare una “terza fase” della democrazia italiana che seguisse la crisi dei partiti da lui “letta” e raccontata già dal 1968 per oltrepassarla in una democrazia davvero compiuta dell’alternanza su cui costruisce il confronto con Berlinguer, di fatto originando una formula, la solidarietà nazionale che era al momento l’unica praticabile.

Non è il caso di fare un mediocre riassunto di una vita così ricca e peraltro già Bodrato su ytali lo ha fatto benissimo con gli occhi e la mente di un testimone diretto.
Tuttavia mi preme mettere in luce il tratto comune, dossettiano oltre che montiniano che il “professorino” Aldo Moro introduce e da allora svolge articolandolo nella modalità diverse con cui lo impiegherà.

Come detto Aldo Moro è tra i costituenti più giovani ma con una specificità giuridica e di conoscenza del diritto e del dibattito sul diritto e sulla storia che agita i cattolici democratici che hanno letto Maritain e Mounier, e che insistono sulla centralità della persona, che non è “le masse” ma nemmeno l’individuo liberale e liberista che gli è spesso contrapposto.

Giorgio La Pira, Aldo Moro, Giuseppe Dossetti, tre giovani professorini all'Assemblea costituente

Giorgio La Pira, Aldo Moro, Giuseppe Dossetti, tre giovani professorini all’Assemblea costituente

In questo senso Moro non è protagonista tanto quanto un De Gasperi nel pieno della maturità politica o un Dossetti, eppure condivide quel comune sentire, che è già diverso, dai cattolici che erano stati popolari sotto il fascismo come De Gasperi.
Entrambi vogliono costruire la nuova democrazia e utilizzare la Costituzione come riferimento imprescindibile ma vi è una differenza molto forte che crescerà col tempo: De Gasperi vuole ricostruire una democrazia liberale che il fascismo ha cancellato e vede nel governo il punto di comando rispetto ai partiti e al parlamento: i dossettiani, e i professorini in genere, invece ripudiano come fatto passato la democrazia liberale e ritengono che la Costituzione sia il riferimento di una nuova democrazia, sostanziale, dove lo Stato non è “etico”, evidentemente, ma non svolge nemmeno la funzione di semplice “notaio”.

La persona-cittadino non è spettatore: é esso stesso Stato e pertanto partecipa e concorre attraverso la rappresentanza in parlamento e il governo che però deve accettare pesi e contrappesi e soprattutto la presenza di corpi intermedi come i partiti e l’associazionismo o il sindacato) alla definizione di obiettivi sociali che non debbono essere né ideologici né dati una volta per tutte, ma rinnovati nella democrazia continuamente.

Dunque se non c’è uno Stato etico evidentemente non basta lo Stato “relativo”: il nuovo Stato, quello del secondo comma dell’articolo 3 ha finalità sociali ben precise.
Questa impostazione è di rifiuto della destra e di competizione con i comunisti più che di anticomunismo.

E spiega molte cose che poi verranno e che accennavamo in apertura. Spiega il Moro che dopo l’addio di Dossetti non segue Fanfani (che sceglie il dominio del governo attraverso il partito che si fa Stato: analisi simile a Dossetti ma declinata all’utilità del mezzo, da parte di Fanfani); spiega il Moro che apre ai socialisti e conosce il “tintinnar di sciabole” e dunque percepisce direttamente i limiti di una politica estera circondata dalla guerra fredda fino al punto di sigillare i confini e minacciare anche chi ne é all’interno (i colloqui durissimi con Kissinger; le minacce di filo arabismo “‘à la Mattei”).

Spiega il Moro che già nel 1968 in un governo longevo per l’epoca (dal 1966 più di due anni…) continuando a frequentare l’università e fare lezione interpreta il movimento studentesco e di contestazione come anche una vicenda “edipica” nei confronti dei partiti della Liberazione e da allora fino al rapimento non smetterà mai di segnalare l’urgenza del loro rinnovamento in attuazione del dettato costituzionale pena lo scavalcamento e l’annientamento soprattutto nelle coscienze (che difatti avverrà anni dopo per tutti alla fine della lunga curvatura di risacca democratica favorita anche da Tangentopoli e mani pulite nel 1992-1993).

Spiega il Moro che di fronte alla crisi dei partiti contemporanea alla vittoria elettorale di Dc e Pci, i “due vincitori” che non vincono e una democrazia bloccata in piena guerra fredda, al complesso e certamente interessante ma ideologico” compromesso storico” di Berlinguer (post Cile di Allende precipitato in dittatura…) propone una “solidarietà nazionale” che prepari alla “terza fase” della democrazia italiana, che per uno della generazione di Moro e per la sua formazione non poteva contemplare un compromesso permanente al governo Dc- Pci ma una competizione leale che avrebbe dovuto mettere da parte le destre del nostro Paese.

Tutto questo, dalla sua radice maritainian-mouneriana passando per l’esperienza dossettiana fanno dire che il suo rapimento ed uccisione non poteva rispondere a criteri di casualità o di minore capacità di reazione tattico -militare della sua scorta….ma chi ci vuol credere? È la sua idea di società e di Stato, la stessa di Piersanti Mattarella, di Bachelet, di Ruffilli – guarda caso – che fa ritenere pienamente ideato e pianificato il rapimento e forse anche l’uccisione.

Non è questione di complotti o di infiltrati e perfino nemmeno di Loggia P2…
Cose che ovviamente vanno conosciute e vagliate… ma il senso di una vita a cento anni dalla sua nascita è in una idea progressiva di Stato che indica tra i suoi fini la crescita sociale e politica del Paese, una cultura di nuova cittadinanza fondata sulla persona, i partiti, i sindacati; un’apertura alla società che si autorganizza,insomma l’idea che avevano i “professorini” dossettiani che una Costituzione non è un elenco giuridico di regole né una formula algebrica – oggi diremmo un algoritmo – ma anche un potente strumento di democrazia “sostanziale”.
Qui sì, un’eredità di cento anni e non solo della sua tragedia finale.

Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per i cento anni della nascita di Aldo Moro

Oscurità di Moro? Niente di meno vero. Difatti ne pagò il prezzo ultima modifica: 2016-09-23T16:02:22+00:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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