Il referendum in Bosnia e il portafoglio di Putin

scritto da GIUSEPPE ZACCARIA

La domanda che domani, domenica 25 settembre, verrà posta in un referendum agli abitanti della entità serba di Bosnia potrebbe apparire innocente: “Sei d’accordo a celebrare il 9 gennaio come giorno della Rs?”. In quel giorno, dopo la più cruda fra le recenti guerre balcaniche venne fondata la Republika Srpska con capoluogo Banja Luka, che più tardi sarebbe stata riconosciuta dagli accordi di Dayton come parte costitutiva della federazione bosniaca. Ma sia pure a distanza di tanti anni, pare che quel referendum sia destinato a innescare chissà quali disastri.

La Corte costituzionale bosniaca, che ha sede a Sarajevo, l’ha appena definito “illegittimo”, secondo la Croazia è “inaccettabile”, Belgrado ha scelto di fare da spettatrice, le varie campane internazionali hanno ripreso a suonare a distesa per segnalare l’approssimarsi di una nuova crisi e la pericolosità della “polveriera balcanica”. Insomma, una recita già vista, che per i cultori del genere è stata di un certo interesse solo perché ha riproposto concentrate tutte le parti che si erano viste interpretare durante la crisi della ex Jugoslavia, un po’ come rivedere un vecchio sceneggiato partendo dalla sintesi delle puntate precedenti.

By Andrein - Own work, GFDL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6393512

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Non è mancato neppure il colpo di teatro finale, ossia la visita a Mosca del presidente di Banja Luka, Milorad Dodik, con tanto di dichiarazione di Vladimir Putin per dire che “il referendum appartiene ai diritti di ogni popolo” e controdichiarazione di Federica Mogherini, rappresentante della politica estera (?) della Ue, dove invece si afferma che “può rappresentare una sfida alla coesione, alla sovranità ed all’integrità territoriale della Bosnia Erzegovina” (frase in cui l’elemento più involontariamente comico sta nel termine “coesione”).

Fra poche ore conosceremo dunque i risultati della consultazione, nella quale è facile immaginare che i “sì” raggiungeranno il 99 per cento solo perché toccare il 101 sarebbe poco elegante. Da quel momento, le tendenze separatiste di una delle tre entità costitutive della federazione bosniache saranno certificate (quelle dell’Erzegovina, dove i croati appaiono sempre più insofferenti, per il momento paiono in fase di attesa), ma prima che si possa dire addio alla federazione dovranno trascorrere ancora lunghi anni di trattative, vertici e dichiarazioni con cui ciascun membro delle organizzazioni internazionali si sforzerà di giustificare l’esistenza del proprio ufficio.
Nel frattempo il Paese continuerà a impoverirsi e a girare a vuoto, stretto dai meccanismi di una costituzione che per fornire le massime garanzie genera massima inefficienza, visto che qualsiasi decisione dev’essere bilanciata fra le tre etnie, e per questo non viene mai presa.

Le ultime statistiche dicono che la federazione bosniaca, dal momento della presunta riunificazione. è stata abbandonata dal venti per cento dei suoi cittadini, e che un altro cinquanta per cento lo farebbe domani, se appena potesse. Quanto al resto, parlare non di sviluppo ma di semplice convivenza appare sempre più irrealistico: la parte serba continua a volersi agganciare alla politica di Belgrado (quando questa politica c’è), fra le montagne della parte musulmana continuano a nascere madrasse semiclandestine e si moltiplica il numero dei giovani che pur di sfuggire a una vita di stenti preferiscono combattere per una improbabile “jihad”, i croati non ne possono più e fra loro si fa sempre più forte l’Hdz, Unione Democratica Croata, partito nazionalista di ispirazione cristiana.

Dov’è allora la vera novità del referendum serbo-bosniaco? La si trova verso la fine del comunicato che ha fatto seguito all’incontro fra Putin e Dodik, nella frase che quasi tangenzialmente fa sapere che la Russia – naturalmente, “senza voler interferire nelle scelte politiche di un Paese sovrano – nel frattempo ha deciso di”coprire” con un generoso finanziamento gli oltre quaranta milioni di dollari di debito di Banja Luka. Tecnicamente l’operazione si riferisce ai “saldi di compensazione”, in pratica salva le finanze della Republika Srpka e le garantisce una certa liquidità. Per metterla un po’ sul terra terra, mentre la Nato sceglie la strade delle grandi manovre militari e l’ Europa quella delle parole vuote, Putin ha deciso di mettere mano al portafoglio. Quale strategia pensate si rivelerà più efficace?

Il referendum in Bosnia e il portafoglio di Putin ultima modifica: 2016-09-24T16:46:01+02:00 da GIUSEPPE ZACCARIA

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