Germania anno zero. Settant’anni fa il verdetto di Norimberga

scritto da MARIO GAZZERI

Il “Reich dei Mille anni” evocato da Hitler, com’è noto, ne durò solo dodici, dal 1933 al ’45. E nella “Germania anno zero” del ’46, in una Norimberga ancora semisepolta dalle macerie, il Tribunale interalleato convocato per giudicare i crimini nazisti, emise il suo verdetto finale. Undici condanne a morte, sette pene detentive e tre assoluzioni. Era il primo di ottobre del 1946, esattamente settant’anni fa.

Mosca non voleva il processo

Il tribunale fu convocato dalle potenze vincitrici, compresa la Francia che peraltro non aveva partecipato (o meglio, il cui governo in esilio non era stato invitato) né alla conferenza di Teheran né a quella di Yalta, in Crimea, decisiva per gli assetti postbellici dell’Europa e neanche a quella di Potsdam, che si tenne ormai a guerra finita. L’Unione Sovietica, in principio contraria (un esponente di Mosca aveva suggerito che i responsabili della catastrofe voluta da Hitler venissero fucilati sommariamente senza processo), aveva poi insistito perché il procedimento si tenesse a Berlino, città conquistata dall’Armata rossa dopo mesi di combattimento con le truppe tedesche ormai ridotte ad arruolare nelle proprie fila anche anziani e bambini. Ma Berlino, praticamente rasa al suolo dai bombardamenti alleati, così come Dresda, Amburgo e la stessa Norimberga, non offriva una sede adeguata e sufficientemente ampia da ospitare i collegi giudicanti, gli imputati e il gran numero di giornalisti accorsi da ogni parte del mondo oltre ad un pubblico di alcune centinaia di persone.

La scelta di Norimberga

A Norimberga, invece, il palazzo di Giustizia era rimasto miracolosamente in piedi e furono sufficienti lavori di ampliamento in vista dell’evento che, nell’intenzione dei vincitori, avrebbe dovuto costituire il sigillo finale alla barbarie nazionalsocialista e un monito per le generazioni future. La città bavarese era poi, al pari di Berlino e di Monaco, uno dei centri del nazismo dove per anni si era svolto il Parteitag, la giornata del partito hitleriano, con imponenti e lugubri parate notturne alla luce di migliaia di fiaccole. Città colta, tra i principali centri del Rinascimento nordeuropeo, centro nel sedicesimo secolo dei Maestri cantori di wagneriana memoria, era stata cooptata dai nazisti come la Haupstadt del nazionalsocialismo.

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Norimberga oggi in un acquarello

Un processo infinito

Quasi un anno di lavori (il processo si era aperto il 20 novembre del 1945) durante i quali furono esaminati decine di migliaia di documenti e filmati sui campi di concentramento girati dagli stessi nazisti e che consentirono alla corte, per la prima volta nella storia, di formulare l’accusa di “crimini contro l’umanità”. Un processo, tuttavia, che non riuscì a calamitare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale per un periodo così lungo e sulla cui legittimità molti giuristi, anche americani, formularono numerose riserve. In particolare, il capo della Corte suprema americana definì il processo “una frode” in quanto, a suo parere, i giudici nominati dai vincitori non si attenevano rigorosamente alle leggi internazionali. Secondo altri, poi, “gli alleati stavano facendo alcune delle cose per le quali si stavano accusando i tedeschi”. In particolare venivano denunciate le inumane condizioni di detenzione dei prigionieri tedeschi, soprattutto da parte dei francesi, e la cooptazione, come preda di guerra, degli stati baltici da parte dell’Unione sovietica.

L’assenza di alcuni dei principali responsabili

L’assenza dal banco degli imputati di Adolf Hitler, Joseph Goebbels e Heinrich Himmler (suicidatisi prima della cattura) contribuì poi a ridurre l’interesse generale per i lunghissimi lavori al Palazzo di Giustizia di Norimberga. Hermann Göring era presente ma riuscì ad avvelenarsi in cella prima della sua impiccagione. Come l’ex Maresciallo dell’aria e numero due del nazismo fosse riuscito a procurarsi la capsula di cianuro di potassio nella sua sorvegliatissima cella, resta tuttora un mistero. A salire per primo sulla forca fu dunque, due settimane dopo la conclusione del processo del secolo, Joachim von Ribbentrop, già ministro degli esteri e cofirmatario con Galeazzo Ciano (uniti da una storica e sincera inimicizia) del Patto d’Acciaio tra Roma e Berlino e poi del famigerato Patto di non aggressione russo-tedesco Molotov-Ribbentrop che tanto sconcerto e delusione suscitò nel movimento comunista internazionale. Dopo l’ex ministro fu la volta di altri nove gerarchi nazisti tra i quali i generali Keitel e Kaltenbrunner e il governatore della Polonia Hans Frank. Il boia fu il sergente americano John Woods che, a esecuzioni avvenute, si fece fotografare sorridente e irridente con in mano il cappio della forca.

Germania anno zero. Settant’anni fa il verdetto di Norimberga ultima modifica: 2016-09-27T23:32:05+02:00 da MARIO GAZZERI

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