Il ritorno al proporzionale. E all’autarchia

scritto da GIOVANNI INNAMORATI

Il no alle Olimpiadi del 2024 da parte della Giunta di Roma – al di là della discutibilità della decisione – si inserisce in un più generale clima che sta attraversando il Paese. Un clima di ripiegamento.

Il “niet” del sindaco Virginia Raggi, al di là della ragioni da lei indicate, era ed è condiviso tra gli abitanti della Capitale in una fascia di popolazione ampia, che travalicava gli schieramenti politici confrontatisi il 19 giugno nelle elezioni amministrative. Ma perché questa freddezza, quando invece allorché sotto la sindacatura di Francesco Rutelli, Roma si candidò per i Giochi del 2004, l’intera Città era entusiasta di questa prospettiva?

Le Olimpiadi sono prima di tutto un messaggio, che rimanda all’idea dell’internazionalità: migliaia di persone da tutti gli angoli del mondo giungono nella città ospitante, facendone per qualche settimana un melting pot unico. Probabilmente è proprio questo messaggio di fondo che non scalda più. Il No alle Olimpiadi fa seguito al No all’Expo di Milano, una manifestazione che ha esattamente lo stesso messaggio. E prima ancora c’era il “No Tav”, cioè il No a una via di collegamento che metterebbe in comunicazione non solo Italia e Francia, ma un intero Continente, da Lisbona a Kiev, il famoso Corridoio 5. Gli esseri umani primitivi hanno smesso di farsi la guerra sistematicamente, quando hanno scoperto che è più semplice scambiarsi i prodotti che non depredarli alla tribù vicina: il commercio e la comunicazione sono nella storia dell’umanità sinonimi di pace, tanto è vero che una delle sue metafore è il “ponte”, cioè una infrastruttura di comunicazione. Oggi una via di comunicazione spaventa, proprio perché ci fa comunicare. Un ripiegamento, appunto.

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Giulio Tremonti, nel suo recente saggio “Mundus furiosus teorizza il “ritorno agli Stati nazionali”, in coerenza con il suo credo protezionista. Un credo che però si sta diffondendo anche in Europa e nei Paesi dell’Unione, la cui governance è ormai sempre meno comunitaria e sempre più intergovernativa, come ha teorizzato anche Wolfgang Schäuble il 4 luglio scorso in una intervista all’edizione domenicale della Welt, pubblicata dal Corriere della Sera. Anche qui un ripiegamento da un uomo che è stato per anni il più europeista, se non federalista, nella Cdu.

In Italia questa Zeitstimmung è ancora più marcata, probabilmente perché la grande Crisi iniziata nel 2008, ha pesato più che in Germania o nel Nord Europa. E il futuro fa paura. Sembrano lontani gli anni in cui qui da noi si sentiva di poter cogliere la sfida portata dalla globalizzazione, vale a dire quel processo storico che ha portato Cina, India e il Sud del Mondo a competere con il Nord ricco. Ora la globalizzazione e tutto ciò che è semanticamente assimilabile all’idea di “internazionale”, spaventa.

È probabilmente questa una delle cause del successo, a livello di opinione pubblica, della principale proposta politica ed economica di M5s: il reddito di cittadinanza. Chi non ha lavoro riceve uno “stipendio” dallo Stato di 700 euro al mese, finché non trova un’occupazione. Una proposta che ricorda gli Lsu di Napoli e Palermo, le figure create alla fine degli Anni Novanta, soltanto estesa su scala nazionale, e che riguarderebbe due o tre milioni di persone. Una proposta che ricorda anche certe politiche degli Anni Settanta e Ottanta: baby pensioni con 19 anni di contributi; prepensionamenti a 52 anni dei dirigenti pubblici al momento della riforma sanitaria; pensioni di invalidità elargite con grande “generosità”; le celebri assunzioni di massa alle Poste nel marzo 1991 da parte del ministro Carlo Vizzini; assunzioni nelle municipalizzate in tutto lo Stivale; ecc. Insomma una nostalgia di quando lo Stato sarà stato anche Padrone, ma ti proteggeva. Non occorreva mettere in gioco i propri talenti e capacità. Certo, tutto a debito, ma in fin dei conti i debiti non li pagheremo noi ma i nostri nipoti o i nostri figli.

Dipende probabilmente da questo sentimento di ripiegamento il calo di consensi di Matteo Renzi. In fin dei conti il “renzismo” è quel fenomeno che assume la sfida della globalizzazione (“se l’Italia fa l’Italia, non ce ne è per nessuno”), anche con quel tono guascone gli ha fatto meritare il nomignolo “Il Bomba”. Ma al di là del tono e del linguaggio è proprio la volontà di assumere questa sfida l’elemento di contatto tra Renzi e il diversissimo Enrico Letta.

 

tiramolladue2Inserisco in questo contesto il prepotente ritorno al proporzionale emerso in occasione del dibattito, alla Camera, delle mozioni sulla legge elettorale. Il capogruppo di Sinistra Italiana, Arturo Scotto, ha “aperto le danze” sul tema proponendo in Aula, il 19 e il 21 settembre, di sostituire l’Italicum con il sistema tedesco, un proporzionale puro con sbarramento al cinque per cento. Il giorno dopo, intervistato da Giovanni Floris a “Di Martedì”, Mario Monti ha affermato che non lo “convince” l’affermazione che “la sera delle elezioni si debba sapere chi ha vinto”, e ha rilanciato pure lui l’esempio della Germania. Lo stesso giorno il gruppo di M5s ha depositato la propria mozione con la quale si lancia il “democratellum”, anche questo un proporzionale ma secondo il modello spagnolo. Sempre in Aula, il 21, Dore Misuraca, a nome di Ncd ha proposto un sistema proporzionale in cui se un partito ottiene il 35 per cento dei consensi ottiene un premio in seggi: una proposta che ricalca quelle già depositate mesi prima dal capogruppo del Misto, Pino Pisicchio, e dal deputato del Pd Peppino Lauricella, il quale alza però la soglia al quaranta per cento per ottenere il premio. Giovedì 22 è stata la volta della Lega con Roberto Calderoli a rilanciare il proporzionale puro, mentre altrettanto hanno fatto Silvio Berlusconi e Denis Verdini, però non ufficialmente, bensì facendolo trapelare sui giornali nei giorni successivi.

La minoranza del Pd non ha proposto il proporzionale, bensì un sistema uninominale come il vecchio Mattarellum: rispetto a questo, la quota del 25 per cento viene usata per attribuire un premio in seggi alle prime due liste più votate e a quelle con meno voti e seggi, per garantirgli un adeguato “diritto di tribuna”. Un sistema che però, a fronte di un tripartitismo o quadripartitismo, darebbe lo stesso effetto del proporzionale: nessun vincitore certo e affidamento ai partiti e alle loro correnti, dopo le urne, delle trattative per formare il nuovo governo sulla base di programmi da contrattare.

Insomma c’è una voglia palese di chiudere quella fase iniziata con il referendum elettorale del 1993 e proseguita con il Mattarellum del 1994 e il bipolarismo degli anni successivi, entrato in crisi con le elezioni del 2013. Quella stagione, spesso chiamata Seconda Repubblica, culturalmente nasce prima, dall’idea della “terza fase” di Aldo Moro e da quella del “cittadino arbitro” formulata dal prof. Roberto Ruffilli. Il cittadino è chiamato non solo a scegliere il deputato che lo rappresenta in Parlamento, a cui dà carta bianca per quel che riguarda il governo e il suo programma; ma è chiamato a decidere anche l’indirizzo generale di governo che vorrebbe vedere perseguito. Culturalmente e istituzionalmente si inseriscono in questo filone anche le “primarie”, proposte da Arturo Parisi e realizzate per la prima volta nell’ottobre 2005 per scegliere il candidato premier del centrosinistra. Rispetto alla concezione gramsciana del partito, inteso come classe dirigente che svolge un ruolo pedagogico rispetto ai cittadini, questa impostazione culturale chiede una maturazione agli stessi cittadini e una conseguente maggior partecipazione alle scelte politiche di fondo, da affidare poi per la loro realizzazione ai professionisti della politica, cioè gli eletti in Parlamento e nelle istituzioni.

Tutta questa cultura politica si è inserita perfettamente nella stagione del bipolarismo. L’elettorato di centrodestra sposò la sfida, nel 1994, della “rivoluzione liberale” di Silvio Berlusconi, e quello di centrosinistra la sfida europea guidata da Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi nel 1996 e negli anni successivi. Non importa se la prima non è mai stata realizzata e anzi Berlusconi non ha mai davvero tentato di iniziarla. Ciò che importava era la disponibilità dell’elettorato ad affrontare vie inedite.

Quella stagione è dunque finita? Molti vorrebbero farla finire, sia sul piano della cultura politica che su quello delle politiche. Ai cittadini, implicitamente, si propone un nuovo patto: “torniamo al proporzionale, in cui voi perdete potere e protagonismo e delegate tutto a noi, alle nostre correnti, e alle tattiche parlamentari; in cambio tornerete ad essere protetti, con politiche economiche magari paternalistiche, come il reddito di cittadinanza, ma che non vi costringono ad affrontare la tempesta della globalizzazione”. Un po’ come le politiche autarchiche del Duce negli Anni Trenta, dopo la crisi del 1929.

Il ripiegamento è una tentazione storica dell’uomo e delle comunità: in fin dei conti anche gli Ebrei nel deserto, dopo che furono liberati da Mosè dalla schiavitù d’Egitto, ebbero delle esitazioni (“Gli Israeliti dissero: “Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine” Esodo 16,3).

Il 28 settembre, presentando la manifestazione nazionale di Sinistra Italiana per lanciare la campagna per il No al referendum costituzionale, Alfredo D’Attorre ha detto: “Quello del 4 dicembre sarà un referendum anche contro l’Italicum”. Ha perfettamente ragione perché, come ha acutamente notato Angelo Panebianco sul Corriere della Sera lo stesso giorno, “i fautori del No alla riforma costituzionale si stanno anche schierando a favore di un sistema elettorale proporzionale”. E questo, ha sottolineato, “è un elemento di chiarezza”.

Se la riforma costituzionale significa accettare una sfida, quella di un nuovo sistema in cui i rappresentanti delle Autonomie locali vengono portati nel cuore del processo legislativo e del dibattito politico, No comporta un patto con gli elettori: mantenimento dell’assetto istituzionale in cui partiti e correnti hanno il monopolio del processo legislativo e del dibattito; ritorno al proporzionale, e ad una società a metà strada tra quella degli Anni Novanta e quella degli Anni. Insieme al proporzionale anche l’autarchia.

 

Il ritorno al proporzionale. E all’autarchia ultima modifica: 2016-09-29T22:43:17+01:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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