La crisi del Psoe e la saga del funambolico Pedro “el guapo”

scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Perché chiamano riflessione quello che è invece un’astensione?” Pedro Sánchez, soprannominato con una punta di disprezzo “el guapo”, non avrebbe potuto sintetizzare meglio al microfono di Pepa Bueno di CadenaSER la crisi latente nel partito ormai da settimane. E che non poteva non esplodere, non appena fossero passate le consultazioni locali in Galizia e in Euskadi, svoltesi domenica scorsa. E la crisi, tenuta a lungo sottotraccia, è scoppiata virulenta. Soprattutto oggi.

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Ma andiamo con ordine. Il responso delle urne per il PSOE, partito di cui Pedro Sánchez è segretario generale dal luglio del 2014, ha sancito l’ennesima débacle, per altro ampiamente prevista, domenica scorsa. Con il sorpasso delle declinazioni locali di Podemos in termini di voti sui candidati socialisti, per la cui elezione lo stesso Sánchez si era molto speso in campagna.

E ha confermato per l’ennesima volta quello che sembra essere il Leitmotiv della segreteria di Sánchez, che già vantava una serie d’insuccessi elettorali. Ma che sarebbe ingiusto attribuire solo alla sua leadership politica. Ben più lontane e profonde essendo, infatti, le cause del declino di un partito, sarà bene non dimenticarlo, che ha saputo deludere gran parte del suo elettorato originario per mancanza di adeguate ricette durante la tremenda crisi economica che ha colpito la Spagna. Di certo in buona compagnia nel panorama della socialdemocrazia europea. Ma che anche di fronte agli scandali che hanno coinvolto, seppur non in maniera uguale, le due maggiori formazioni storiche del post franchismo, non è stato capace di corrispondere al bisogno di pulizia e cambiamento che veniva dal basso.

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Del resto, il mutato panorama politico non poteva che ripercuotersi sui risultati elettorali del PSOE di Pedro Sánchez, che nelle elezioni municipali e regionali del 2015 è crollato al 25 per cento dal 43 per cento che deteneva nel 1983, anno del suo maggior successo storico. E se in qualche misura la flessione nelle amministrative del 2015 ha potuto essere mitigata da accordi di collaborazione con altre formazioni politiche a livello regionale, com’è appunto accaduto in Estremadura, in Castilla-La Mancha, nella Comunità Valenciana etc., stessa cosa non ha potuto essere fatta a livello parlamentare.

Lì, infatti, la sconfitta socialista brilla nella sua totale evidenza. E permette che Sánchez, a torto o a ragione, venga accusato dai suoi critici per aver dilapidato un milione e mezzo di voti nelle elezioni del 20 dicembre 2015. Un trend confermato nelle successive elezioni dello scorso 26 giugno, quando il partito ha toccato il fondo con 85 deputati e altri centoventimila voti in fumo.

Due elezioni in meno di un anno e perfettamente inutili per dare alla Spagna una maggioranza che si faccia carico di governare il paese. E all’orizzonte il rischio di una nuova chiamata alle urne a dicembre. La storia è nota ma torna utile richiamarla. Il PP di Mariano Rajoy è al palo con 170 sì e manca di appena sei voti. O di una provvidenziale astensione. Il che gli permetterebbe di varare un nuovo governo. Escluso che il “don erre que erre” Rajoy, com’è stato recentemente chiamato da Albert Rivera, leader di Ciudadanos, per sottolineare il suo essere ossessionato nel voler governare e a non farsi da parte, possa arrivare ad accordi con le formazioni autonomiste e indipendentiste, non rimane che il PSOE. O le elezioni.

Quello stesso PSOE che gli ha votato contro, compattamente. E sul cui segretario generale, man mano che si capiva che la sua posizione in parlamento non era di facciata e non sarebbe cambiata, sono state esercitate pressioni fino a portare più di qualche osservatore a parlare di “acoso”, di vera e propria molestia da parte di certi ambienti politici puntellati da alcuni organi di stampa.

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Quando in seguito, prima per una serie d’indizi, poi sempre più chiaramente la settimana scorsa Sánchez ha dichiarato di voler tentare la strada di un governo del cambiamento con Podemos e Ciudadanos, apriti cielo. Di punto in bianco è venuta emergendo quell’alleanza che ha visto confluire sulle stesse posizioni aperturiste nei confronti di un governo Rajoy esponenti della vecchia guardia, come Felipe González a braccetto con editorialisti del quotidiano El País, un giornale d’area, come si sarebbe detto una volta. Non certo nemico del PSOE, ma, a ben vedere, non di tutto il partito, soprattutto quando esso voglia percorrere strade considerate pericolose dall’establishment economico politico il cui quadro di riferimento rimane pur sempre Bruxelles e Francoforte.

Valencia, manifestazione a sostegno di Pedro Sánchez

Valencia, manifestazione a sostegno di Pedro Sánchez

In questo panorama, anche la proposta avanzata da Pedro Sánchez, assunto alla segreteria generale per quanto ignoto al di fuori delle nomenclature dei socialisti che contano come risposta giovane e accattivante alla sfida rappresentata dagli indignados e da Podemos, non certo accusabile per la sua formazione, gli studi e il lavoro in Bankia, e per la sua storia politica di estremismo di sinistra, ha potuto mandare in corto circuito la vita del suo partito e passare per un pericoloso avventurista.

Accusato di voler governare con soli 85 deputati mentre la maggioranza ne prevede 176, e rincorrendo infidi accordi con Podemos e con Ciudadanos, che al momento recalcitra, o ammiccando addirittura agli autonomisti, Sánchez ha dimostrato che il suo tentativo di riformare il PSOE potrebbe non essere solo di facciata. E se pare essersi infilato da tempo in un cul de sac da cui forse può uscire solo mandando all’aria il gioco, in fondo dimostra di essere il portatore di un’idea della politica spagnola più nuova, che va al di là della divisione bipartitica su cui ancora poggia buona parte della sua formazione.

Così ha tentato di fare uscendo finalmente allo scoperto sulle sue intenzioni e dettando la tabella di marcia: comitato federale il primo ottobre, primarie per il segretario il 23, congresso straordinario che, sulla spinta della mobilitazione della base del partito, a lui in gran parte favorevole, gli dovrebbe assicurare il reincarico alla segreteria generale. Le reazioni non si sono fatte attendere, e in breve sono fioccate ben diciassette dimissioni da parte di membri del comitato federale che in pratica, secondo i suoi critici, determinano la decadenza di tale organismo e conseguentemente della segreteria dello stesso Sánchez.

Da parte sua, l’ex primo ministro e segretario del PSOE González si è distinto in un crescendo nei confronti di Sánchez che è culminato con l’intervista a El País in cui Felipe ha detto di essere stato ingannato dal suo segretario che gli avrebbe promesso che alla fine avrebbe portato il partito all’astensione. Anche lo stesso quotidiano ha preso pesantemente posizione e organizzato un vero e proprio fuoco di fila contro Sánchez che è culminato con l’editoriale di stamane con cui invita il segretario socialista a sloggiare abbandonando definitivamente i suoi uffici a Ferraz, la sede centrale del PSOE.

Il clamore dell’intervista a Felipe è stato tale che in breve tempo la pagina facebook del quotidiano spagnolo si è arricchita di qualche migliaio di commenti di elettori in maggioranza per nulla teneri contro la figura, considerata opaca, e soprattutto la linea politica che González vorrebbe imporre al partito.

Al contrario, Sánchez appare incurante delle raccomandazioni che da più parti gli vengono fatte e delle pressioni da parte di certi ambienti dell’informazione. E non solo ha deciso di percorrere la strada di un governo del cambio ma, buttando all’aria letteralmente il tavolo, ha sfidato i baroni del partito rifiutando di dimettersi, come da più parti gli viene apertamente richiesto.

E passato al contrattacco, ha riunito oggi a Ferraz i membri del comitato esecutivo che gli sono rimasti fedeli e ha riconfermato il comitato federale di sabato prossimo. Mentre nella stessa sede i suoi avversari hanno inutilmente tentato di convocare la commissione di garanzia presieduta da Verónica Pérez che non è stata nemmeno fatta entrare. Lei che poco fa si è autodefinita l’unica autorità superstite del PSOE.

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Perché una cosa deve frullare nella testa di Pedro Sánchez particolarmente in queste ore assai concitate in cui i fatti sembrano accelerare. E riporta ancora una volta all’intervista a CadenaSER. Quando riflettendo a voce alta circa il dialogo in corso tra alcuni baroni locali del PSOE e Podemos per fare governi di coalizione, si è finalmente chiesto: “Perché loro sì e io no?” Già perché?

La crisi del Psoe e la saga del funambolico Pedro “el guapo” ultima modifica: 2016-09-29T19:04:17+00:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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