L’Ungheria che ha detto NO al Capo

scritto da GIUSEPPE ZACCARIA

Il primo sospiro di sollievo per Angela Merkel e la sempre più fragile pattuglia dei sostenitori dell’Europa arriva proprio da dove meno ce lo si aspettava, ovvero dalla nazione magiara, che finora era stata la più decisa nel respingere gli inviti ad accogliere i migranti che continuano a giungere dal Medio Oriente e si apprestava a dare battaglia su questo punto. Ieri, domenica 2 ottobre, l’Ungheria si è espressa con un referendum sull’approvare o meno la politica di Viktor Orbán, che si ostina a rifiutare le quote decise da Bruxelles (nel suo caso, appena 1.294 persone) e la consultazione è risultata nulla perché non ha raggiunto il quorum.

Appena il 45 per cento dei cittadini si è recata alle urne, eppure domenica in Ungheria non faceva freddo, non pioveva né sul Paese si abbattevano tempeste di neve. Semplicemente, la grande maggioranza della gente ha ignorato gli appelli del padre-padrone.

Vogliamo considerare questo un successo per l’Europa unita? Forse sarebbe troppo, ma sicuramente si tratta del primo, grande insuccesso che Orbán abbia sperimentato negli ultimi sei anni: a partire dal 2010, la politica nazionalista dell’uomo forte e di Fidesz (Unione Civica Ungherese), il suo partito di maggioranza, ha dominato la scena di Budapest imponendo scelte ora popolari (come l’estensione del diritto di voto alle minoranze magiare all’estero o l’opposizione al grande capitale straniero) ora grottesche (la sorda guerra ai cittadini di religione ebraica) e comunque Orbán aveva fatto il bello e cattivo tempo. Con il referendum, questa stagione sembra essersi conclusa, anche se è difficile sostenere che l’astensione significhi appoggio per Bruxelles piuttosto che una disillusione totale.

Indagare sulle ragioni di questa forte astensione in effetti non è semplice: c’è chi parla di un crescente disgusto del pubblico verso i media ungheresi, massicciamente schierati col Capo, chi di fastidio per una campagna governativa troppo martellante (è stato calcolato che il partito di Orbán aveva usato quasi in terzo di tutti gli spazi pubblicitari disponibili), ma forse la spiegazione più convincente risiede proprio nella stanchezza dei dieci milioni di ungheresi per una politica che dietro ai grandi proclami cerca di nascondere un sostanziale fallimento interno.

Nazionalismo o no, l’Ungheria negli ultimi due o tre anni ha visto emigrare quasi 400mila fra laureati e lavoratori qualificati, la sua industria e agricoltura sono allo stremo per mancanza di braccia, i posti di lavoro più bassi sono stati presi da immigrati rumeni ed in questa situazione Orbán e i suoi hanno pensato che gettare la croce su una nuova ondata di immigrazione sarebbe stato più semplice. La soluzione non è certamente nuova, e ne resto d’Europa sta consentendo che gruppi e partiti xenofobi continuino a raccogliere voti, ma invece in Ungheria a quanto pare la cosa non ha funzionato.

In effetti, non ci voleva uno scienziato per capire che il male dell’economia e della politica magiara non consiste nella stabile accoglienza di un migliaio di rifugiati né nella costruzione di muri alla frontiere: l’estate scorsa Budapest fu la prima a innalzare barriere di filo spinato dimenticando cos’era successo sessant’anni fa alle decine di migliaia di ungheresi che fuggivano in Austria dopo l’invasione dell’Armata Rossa, e infatti tutto questo non è servito. Il giorno prima del referendum, non ancora soddisfatto di una campagna di persuasione che non era mai stata così massiccia, Orbán era intervenuto direttamente con un appello diffuso dai giornali, nel quale chiedeva ai compatrioti di appoggiarlo.

 “Siamo in grado di inviare il messaggio che spetta solo a noi, cittadini europei,  decidere se possiamo congiuntamente obbligare l’Unione a rivedere le sue decisioni di lasciare che si autodistrugga”, incitava il Capo. Forse gli ungheresi non gli hanno dato retta o forse pensano che l’Unione si sia già distrutta da sola, chissà.

Comunque la si voglia vedere, è chiaro che Viktor Orbán ha dovuto incassare il primo schiaffone della sua intera parabola politica, e la cosa gli brucia al punto da fargli negare l’evidenza: quel 45 per cento di votanti si è schierato compatto a sostegno della sua linea (per quasi il 95 per cento) e questo spinge il premier a dire che si è trattato di “una vittoria schiacciante”. Una vittoria che però deriverebbe dal voto di circa tre milioni di persone, ovvero circa la metà di quelle che il governo si aspettava.

Altrove, dopo una simile débâcle l’esecutivo si sarebbe dimesso, ma ovviamente il capo di Fidesz non ci pensa nemmeno e anzi prepara nuove battaglie a Bruxelles, anche se a questo punto il suo ruolo diviene molto più debole anche nel “gruppo di Visegrad”, l’alleanza centro-europea con Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca di cui è stato ed è strenuo promotore.

Dopo questo risultato, comunque, le posizioni di Angela Merkel e di quanti dicono con realismo che i migranti ammassati fra Italia e Grecia debbano essere redistribuiti fra Paesi solidali si rafforzano alquanto, anche se è difficile aspettarsi che una soluzione piova dal cielo. Forse però l’atteggiamento della maggioranza degli ungheresi renderebbe un po’ meno “antidemocratiche” anche eventuali misure di ritorsione – come la sospensione degli aiuti comunitari – che metterebbero il regime di Budapest ancora più in difficoltà.

Il commento di András Bíró-Nagy, già funzionario europeo e membro dell’Accademia delle Scienze, descrive la nuova situazione in poche parole:

Come si può pensare di condurre una controrivoluzione culturale in Europa se non si ottiene un supporto valido neppure nel proprio Paese?  

Resterebbe forse un ulteriore problema, che pure non è di poco conto: dopo i referendum in Grecia e in Gran Bretagna i politologi di tutto i mondo si sono interrogati sulla validità di uno strumento che democraticamente affida decisioni di estrema importanza a maggioranze incolte, però in quel caso commentavano risultati decisamente anti-europei. E adesso, come la mettiamo?

L’Ungheria che ha detto NO al Capo ultima modifica: 2016-10-03T12:16:42+01:00 da GIUSEPPE ZACCARIA

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