Italia. Il blocco conservatore più articolato d’Europa

scritto da MARTINO BRANCA

Noioso come previsto il confronto diretto Clinton-Trump. Ovvie le risposte e scontati i “colpi bassi” (evasione fiscale, problemi di salute etc.). Nondimeno va rilevato un fatto. Entrambi i concorrenti hanno parlato di progetti, di cose da fare: io farò questo, io quest’altro, io realizzerò cento cose, io di più.

È impensabile negli USA che qualcuno possa vincere elezioni dicendo: io non farò le Olimpiadi. C’è un abisso culturale tra noi e loro. Le ragioni appartengono alla storia recente, che pure ci accomuna. Tutto è cominciato con la Guerra Fredda, cioè nella seconda parte –la più lunga- del più grande disastro di tutti i tempi. Allora in Italia vigeva la “conventio ad excludendum”: al Partito Comunista Italiano, il grande partito operaio di quel tempo, era precluso il governo della nazione, ma era concessa l’amministrazione degli enti locali.

Il PCI si dichiarava filosovietico perciò doveva accontentarsi, dal momento che agiva in un paese liberato dalle truppe americane e quindi inserito nell’area di pertinenza degli Stati Uniti. Su questo scoglio la sinistra italiana di allora si è divisa, prima nei compiti, poi nei pensieri.

Da un lato s’industriavano i “bolognesi”, quelli delle elezioni amministrative; gente pratica, di governo, incline alla transazione e disposta a compromessi in funzione di un progetto civile a medio termine. Dall’altro c’erano gli uomini e le donne (poche) delle elezioni politiche, oppositori implacabili, duri e puri nell’impedire perchè giustificati dal sogno di una società futura proiettata oltre la realtà del modello sovietico. Ai primi dobbiamo l’assetto dell’Italia Centrale, uno dei luoghi dov’è più alta qualità della vita (dice Elmar Altvater “nel mondo è stato l’unico partito operaio che ha generato sviluppo”). I secondi (escluso Berlinguer), anziché combattere il divieto venuto da fuori, lo hanno pian piano interiorizzato, dando luogo ad una civiltà negativa, a una cultura del veto che, abbandonata la zavorra degli ideali, è sopravissuta nonostante tutto alla caduta del muro berlinese.

Oggi li chiamiamo grillini, “sinistra radicale”, Travaglio, antipolitica, dalemiani. Costoro non faticano nell’opporsi a ogni cosa (del resto si guadagna uguale e ci si usura meno) perché nel profondo del cuore si sentono giustamente ostili a tutto, per natura e missione. Così si è formato in Italia il blocco conservatore più articolato d’Europa. E al momento, si capisce, il suo nemico è il ragazzotto della Leopolda.

Non perché il gran daffare di Matteo Renzi appaia estemporaneo, incongruente, non riconducibile a un disegno qualsiasi, neppure a un progetto a breve. Ma proprio per l’attivismo, per l’energia che la persona mette in campo. È la gran produzione di cose e parole a far montare il sacro furore, l’urgenza di far cadere il disturbatore in ogni modo.

Nella farandola contraddittoria delle iniziative del governo si annida il pericolo di un qualche possibile cambiamento. Il premier ipercinetico turba il tran tran, rovina la piazza, va tolto di mezzo. La guerra fredda, che è all’origine dei nostri problemi, è stata archiviata da tutti i paesi senza rimpianto, fatta salva la nostalgia nutrita dal Pentagono e da Putin. Tuttavia a casa nostra ha lasciato un’eredità di culti e riti, e soprattutto una retroguardia militare, una vasta e multiforme armata di cavalleria: i cavalieri del nulla. Normalmente divisi in confraternite dedite ciascuna ai suoi affari, come vigili custodi dell’esistente si ricompattano in un momento e caricano a lancia in resta non appena qualcosa si muova, dia segni di vita.

Italia. Il blocco conservatore più articolato d’Europa ultima modifica: 2016-10-04T13:10:50+02:00 da MARTINO BRANCA

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