Evita, la Primera Dama che 70 anni fa rivoluzionò l’Argentina

scritto da MARIO GAZZERI

Si potrebbe mutuare il titolo di uno dei più famosi racconti di Ernest Hemingway (“Breve la vita felice di Francis Macomber”) per ricordare, a settant’anni esatti di distanza, l’ingresso alla Casa Rosada di Eva Duarte Perón Primera Dama argentina destinata a restare nella sede della presidenza a Buenos Aires soltanto per pochi anni. Ma, per sempre, nel cuore degli argentini.

La predestinata

Pochi anni che segnarono come mai prima d’allora la storia della più evoluta nazione dell’America Latina, ma pur sempre povera, grazie all’amore quasi disperato che la giovane Presidenta nutriva per i deboli, gli umili, gli ultimi, per i descamisados, i contadini che erano alla base del grande consenso popolare del marito, il generale Juan Domingo Perón. Una giovane, delicata, fragile attrice di second’ordine che si consumò nella dedizione assoluta verso quel popolo che la ricambiava con un affetto a tratti mistico. Quasi che Evita (così la chiamava il popolo) fosse profeta della resurrezione popolare. Quando la coppia si affacciava al balcone della Casa Rosada, era lei che le folle oceaniche salutavano, gridando “guapa!, guapa!”. Ed Evita era davvero bella anche se chi la conobbe parlava di lei come di una giovane donna fragile, improvvisamente investita dal destino di un compito che le sue strette spalle di ex povera provinciale, non potevano reggere.

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Politica e sindacalista

Evita fu la forza e l’anima di Perón, un patriota populista con venature dittatoriali (formatosi militarmente in Italia negli anni del Fascismo trionfante), che da solo non sarebbe forse rimasto al potere così a lungo. Ma fu soprattutto la sua forza di politica e di sindacalista che si traduceva in una serie di leggi e di iniziative innovatrici a fare di lei, probabilmente, la vera presidente. Due anni dopo il suo ingresso alla Casa Rosada, Evita creò una Fondazione che portava il suo nome e che propugnò l'”Aiuto sociale diretto”. Niente burocrazia, tempi rapidi per la costruzione di scuole ed ospedali. E, accanto a questi interventi per i meno abbienti, anche colonie estive per i bambini poveri e i Campeonatos Infantiles “Evita”. Il suo nome era diventato un marchio, un sigillo di garanzia che si traduceva in ottimismo nel futuro. L’eco del suo nome risuonava ormai oltre Atlantico, in Europa, dove si era già recata nel ’47, visitando Francia, Spagna, Portogallo, Svizzera e Italia.

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I diritti delle donne

Ma non si accontentò di questo. Evita ebbe un ruolo centrale e determinante nella difesa dei diritti delle donne che protesse con una serie di iniziative allargando il suffragio anche a loro nel 1947 e arrivando, nel 1949, a creare il Partido Peronista Femenino. Due anni dopo si volle candidarla alla vicepresidenza ma l’opposizione e i militari stessi fecero pressioni su Perón perché la candidatura della moglie venisse ritirata. Ma non ce ne fu bisogno. Ci pensò la stessa Evita a ritirarla, consapevole ormai che la debolezza che la tormentava non era dovuta solo al suo enorme carico di lavoro. La Primera Dama lo aveva capito prima degli altri. Evita, giovanissima, stava morendo. Ma nel frattempo aveva già trovato il tempo per organizzare concettualmente e redigere un corpo legislativo a tutela degli anziani del paese, Il Decàlogo de los derechos de la Ancianidad che venne incluso nella Carta fondante del paese diventando così, legge costituzionale.

Don’t cry for me Argentina!

A trentatré anni, il 26 luglio del 1952, Evita moriva di cancro lasciando orfano un intero popolo e nella costernazione gli amici europei dell’Argentina. Se un popolo vive anche di miti, ci disse un giorno un vecchio collega argentino, “allora sì, il mio paese non sarebbe lo stesso se non ci fossero state due persone: Evita ed un giovane medico di nome Ernesto Guevara, il Che”…. Infine ci fu il lungo, macabro capitolo dell’odissea della sua salma. Dopo l’esautoramento di Perón, nel 1955, i militari golpisti vollero nascondere la salma imbalsamata di Evita per evitare che la sua tomba diventasse un luogo di culto, una tappa obbligata per i nostalgici peronisti. In tutto segreto la salma venne trasportata all’estero, trovando pace in Italia, al cimitero milanese di Musocco, dove i resti dell’ex Primera Dama furono sepolti sotto il falso nome di Maria Maggi de Magistris. Dopo un’ennesima lunga serie di altre peripezie, la salma fu trasportata in Spagna dove viveva , in esilio, Juan Domingo Perón e finalmente, nel 1974, a Buenos Aires dove, al cimitero de la Recoleta, la sua tomba é ancora meta di nostalgici e turisti.

Evita e il suo popolo

La parabola terrena di Evita è per certi versi incomprensibile. La sua stessa collocazione politica diventa secondaria di fronte a quel ‘qualcosa’, a quel ‘dono’ non umano che la piccola Eva aveva. Nessun’altra donna al mondo, nel secolo passato, ebbe l’ascendente e lo spassionato ardore per il proprio popolo come Eva Duarte. La sua meteora viene spesso letta dagli argentini come un sovrumano segnale diretto al popolo, che mai più forse sarà così coeso e unito. Un’unità che verrà ritrovata forse solo nel 1982, in occasione della guerra delle Falkland-Malvinas contro gli inglesi, allorché maoisti, popolari, guevaristi e peronisti ritrovarono un’impossibile coesione al grido di “Las Malvinas son Argentinas!” Ma l’intesa profonda tra la donna del capo ed il popolo non raggiunse mai, in nessun altro paese, l’intensità del legame tra Evita e l’Argentina, “Razon de mi vida!”. I descamisados la chiamavano “figlia”, “madre”, la acclamavano sempre, che al suo fianco ci fosse Peron o fosse assente. Era un popolo di orfani che aveva ritrovato una madre.

Evita, la Primera Dama che 70 anni fa rivoluzionò l’Argentina ultima modifica: 2016-10-05T17:16:09+02:00 da MARIO GAZZERI

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