“Il dissenso controllato”. A dieci anni dalla morte di Anna Politkovskaja

scritto da ANNALISA BOTTANI

La Russia diventerà un Paese normale quando il 7 ottobre onorerà la memoria di Anna Politkovskaja invece di festeggiare il compleanno di Vladimir Putin. Garry Kasparov

Proprio nei giorni in cui ricorre il decimo anniversario dell’assassinio di Anna Politkovskaja, giornalista del quotidiano russo Novaja Gazeta, uccisa il 7 ottobre 2006, è iniziato il processo per l’omicidio di Boris Nemtsov, politico e strenuo oppositore di Putin, avvenuto il 27 febbraio 2015 a pochi passi dal Cremlino. Nemtsov non solo aveva realizzato un reportage sui soldati russi in Ucraina, ma stava anche organizzando una grande marcia di protesta, divenuta poi un corteo funebre. Malgrado la presenza di cinque imputati, dichiaratisi “non colpevoli”, in pochi credono alla possibilità di individuare il mandante.

Un mandante che, dopo dieci lunghi anni e la condanna di cinque persone, non è stato trovato neanche per Anna Politkovskaja, assassinata nell’androne del suo palazzo con tre colpi di pistola al petto, due dei quali al cuore, e due alla testa.

Come ricorda Andrea Riscassi, giornalista e fondatore dell’Associazione “Annaviva”, nel saggio “Anna è viva” (Edizione Sonda, 2009), l’ultimo proiettile

è quello che a Mosca chiamano kontrolnij di controllo, per essere certi che la giornalista non potesse più uscire viva da quell’ascensore.

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Da anni cercavano di ridurla al silenzio, minacciandola di morte o tentando di avvelenarla, com’è accaduto nel 2004 in aereo, mentre si stava recando a Beslan, dove un gruppo di terroristi aveva preso d’assalto una scuola, sequestrando un migliaio di persone, tra insegnanti, bambini e genitori.

Un accanimento tale da spingerla a chiedersi “Com’è possibile che io sia ancora viva? Se ci penso, è un miracolo.” Un miracolo che, purtroppo, durò poco.

La sera del 7 ottobre 2006 accanto al suo corpo fu trovata “la pistola Makarov 9 mm, in uso alle forze armate russe.” Il fatto di averla lasciata lì era “un segnale di sfrontatezza, ma soprattutto un messaggio per i mandanti: missione compiuta, ora pagatemi.” Aleksandr Litvinenko, ex agente del KGB e dissidente, ucciso a Londra il 23 novembre 2006 dopo essere stato avvelenato da una dose di polonio-210 (sostanza radioattiva molto rara), non aveva dubbi: il colpevole era Putin.

Secondo quanto riportato dalla giornalista russa Masha Gessen, anch’essa vittima di minacce di morte, nel saggio “Putin. L’uomo senza volto” (Bompiani/RCS Libri S.p.A., 2012), Putin non diffuse subito un comunicato per la morte di Anna. Tre giorni dopo, mentre si trovava a Dresda, rilasciò una dichiarazione a causa delle pressioni della stampa e “sembra” anche della cancelliera Angela Merkel:

[…] La sua influenza politica nel Paese era pressoché insignificante […]. L’omicidio di questa persona – l’omicidio a sangue freddo di una donna e di una madre – è di per se stesso un attacco al nostro Paese. Questo assassinio provoca molto più danno alla Russia e al suo attuale governo, e all’attuale governo della Cecenia, di tutti i suoi articoli.

Anna, impegnata a scoprire e a denunciare le atrocità commesse in Russia e, in particolare, in Cecenia, spingendosi ad intervistare anche politici “facilmente irritabili” come il premier ceceno Ramzan Kadyrov, da anni aiutava migliaia di persone i cui diritti umani erano stati violati o svolgeva il ruolo di “confessore” dei soldati e degli ufficiali russi che si vergognavano per quanto fatto in quel Paese.

In tanti le chiedevano il “perché” della sua lotta. “Io non lotto per nessuna causa, sono solo una giornalista”, rispondeva sorridendo. “E il compito del giornalista è semplicemente di informare su quello che succede.” Nessuna etichetta di “martire”, “eroina”. “Solo una giornalista”, diceva. E aveva ragione.

Ogni giorno, infatti, tante persone come lei tentavano, in modi diversi, di donare alla Russia un barlume di luce democratica. Lo racconta il giornalista Valerij Panjuškin nel saggio “12 che hanno detto no” (Edizioni e/o, 2011), un affresco corale in cui l’autore mostra i frammenti di vita di dodici persone – giornalisti, giovani attivisti, dissidenti etc. – mentre lottano tenacemente contro un nemico sempre più scaltro, insieme a Chodorkovskij, Limonov, Nemtsov, Naval’nyj, Kasparov e tanti altri, affrontando le marce di protesta, i sit-in “in solitaria”, le violenze delle forze di sicurezza, gli arresti, il carcere, le torture, nell’indifferenza di una buona parte dell’opinione pubblica.

Ma, dunque, dal 2006 ad oggi cosa è cambiato in Russia?

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Garry Kasparov, campione mondiale di scacchi, dissidente e attivista, presidente della Human Rights Foundation ed editorialista del Wall Street Journal, nel suo brillante saggio “L’Inverno sta arrivando” (Fandango Libri S.r.l., 2016) ricorda che “al tempo dell’assassinio di Anna, il giornalismo indipendente era già morto e sepolto in Russia”. Nell’era Eltsin il popolo poteva accorgersi della corruzione dilagante proprio grazie alla stampa. Ma con l’arrivo di Putin tutto è cambiato. Perfino la “parola Cecenia viene bandita dalle testate russe”.

Il totale “asservimento” della stampa russa è la ragione principale del successo percepito del suo regime. E proprio su questo punto, secondo Kasparov, bisogna fare chiarezza.

Se Putin gode di tanto consenso popolare, perché non ci sono elezioni libere e regolari e una stampa indipendente? Perseguitare blogger e arrestare un manifestante che se ne sta in una piazza con un cartello anti-Putin non mi pare sia il comportamento tipico di un governante popolare.

Lo dimostrano i brogli elettorali che si sono verificati in occasione delle elezioni della Duma del 18 settembre scorso. Secondo quanto riportato dall’Independent il 28 settembre, il giornalista russo Denis Korotkov, lavorando in incognito presso i seggi, ha scoperto e denunciato i brogli elettorali che aveva riscontrato. Dopo aver rivelato la propria identità, il giornalista è stato arrestato e accusato di “frode elettorale”.

Kasparov ricorda che, ovviamente, il crollo della democrazia russa non può essere addossato interamente a Putin, ma è frutto di un processo lento, “una scivolata armoniosa”, che “dura da sempre, alimentato dai compromessi con l’Occidente e dal suo fingere che tutto andasse bene.” Secondo l’autore, Putin, dopo il suo insediamento, rafforzò la propria convinzione che fosse più efficace controllare completamente i media invece di censurarli, “eliminando gli intermediari”. Le testate furono acquistate da “forze vicine a Putin e al suo entourage”.

Una “censura per acquisizione” cui nel tempo vennero aggiunti “liste di proscrizione e temi proibiti”. Questa forma di “dissenso controllato” ha portato a ridurre la libertà di testate più piccole, ma meno compiacenti (come l’agenzia di informazione di Kasparov), lasciando maggior libertà ad altre testate come la radio e il sito web dell’Eco di Mosca (un tempo indipendenti e diretti da Kasparov stesso, oggi di proprietà del braccio mediatico di Gazprom) che, seppur contestatari, rischiano, comunque, la chiusura.

Gli oppositori ormai vengono descritti dalla stampa come “pericolosi estremisti e possibili traditori della patria” e, in linea con la propaganda sovietica, il governo ha riportato in auge la tattica del “whataboutism” (“Che dire allora”, un neologismo coniato ai tempi della Guerra Fredda), in cui ad ogni critica mossa alle decisioni russe segue inesorabilmente il ricordo di “colpe” occidentali che hanno lasciato un forte segno nell’immaginario collettivo.

E in questi anni la situazione non è affatto migliorata. La Russia, nella classifica stilata da Reporter senza Frontiere sulla libertà di espressione, si trova al 148° posto. Leggendo il rapporto annuale di Amnesty International 2015-2016, questo scenario viene ampiamente confermato. Le restrizioni coinvolgono ormai moltissimi ambiti, limitando la libertà di espressione e di riunione pacifica. A questo si aggiungono le pesanti ritorsioni inflitte alle ONG: il 4 ottobre scorso Memorial – una delle ONG più rispettate in Russia – è stata etichettata come “agente straniero”.

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Il controllo su internet è stato ulteriormente rafforzato. Migliaia di pagine web e siti sono stati bloccati dai fornitori di servizi internet per ordine di Roskomnadzor, l’Agenzia di regolazione dei mezzi di comunicazione. I temi più “delicati”? Ovviamente quelli di satira politica, le informazioni per gli attivisti LGBT, le proteste pubbliche e i testi religiosi. Ma i bersagli non sono solo giornalisti e blogger. Oltre ai grandi nomi di dissidenti, noti anche alla stampa occidentale, nel Rapporto sono riportate le storie anche di semplici cittadini, arrestati o accusati penalmente per aver criticato la politica statale e mostrato pubblicamente o posseduto “materiali ritenuti estremisti o comunque illegali ai sensi delle generiche norme sulla sicurezza nazionale”.

Tale condizione è stata aggravata anche dall’ultima legge antiterrorismo approvata, la cosiddetta “Yarovaya Law”, che impone ulteriori restrizioni alla libertà di espressione.

“Che fare?”, dunque?

In Russia – sostiene Kasparov – ci sono milioni di persone che come me vogliono una stampa libera, lo Stato di diritto ed elezioni regolari. La mia nuova missione sarà lottare per quelle persone e per quelle cose.

Milioni di persone.

E come recita un noto slogan dei dissidenti sovietici, “se non tu, chi altri?”

Finito di redigere il 4 ottobre alle ore 21.

“Il dissenso controllato”. A dieci anni dalla morte di Anna Politkovskaja ultima modifica: 2016-10-06T12:06:21+00:00 da ANNALISA BOTTANI

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