Vajont, 9 ottobre ’63. L’odore di quella maledetta sera

scritto da ENZO BON

Non sente più alcun odore da quella maledetta sera, e i medici non ne capiscono il motivo. L’ultimo ricordo olfattivo che ha, mi spiega, è un odore strano e terribile, che non sa descrivere. Lo chiama l’odore della morte e sa di fango, di paura, di sangue, di marciume. A raccontarmelo è Arnaldo Olivier, classe 1946, uno dei sopravvissuti alla tragedia del Vajont, quando il 9 ottobre del 1963 una frana precipitò nell’invaso della diga allora più alta del mondo, provocando una colonna d’acqua che precipitò a valle e che seminò morte e distruzione a Longarone e nei paesi adiacenti.

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Lo incontro all’ingresso del cimitero monumentale delle vittime del Vajont, nella frazione di Fortogna. Arriva con qualche minuto di anticipo sull’ora prefissata, mi saluta e inizia a guardarsi attorno e a descrivermi le poche e povere cose recuperate dal fango, ora esposte in un’ala del camposanto. È un fiume di parole, Arnaldo: mi guarda con un volto sorridente e sereno, gli occhi velati da quelle che credo siano lacrime trattenute. Sa raccontare bene, ti affascina con la sua affabulazione; spiega il prima e il dopo della diga; ogni tanto si ferma e scuote la testa per poi riprendere.

E pensare – mi spiega – che per 35 anni non ho mai parlato del Vajont, anzi, non ho mai pronunciato quel nome. E ho un cugino che entra in questo cimitero, per trovare i suoi cari, solo se non c’è nessuno, altrimenti preferisce rinunciare.

È un fenomeno ben conosciuto tra i sopravvissuti del Vajont: nessuno ha più parlato di quella maledetta sera, quasi ad esorcizzare, allontanandolo dalla memoria, l’accaduto, come annotava anche Primo Levi riferendosi alle esperienze dei sopravvissuti ai campi di sterminio. E così i genitori non hanno mai spiegato ai figli, e i figli non hanno mai avuto il coraggio di chiedere ai genitori.

Il Vajont – mi racconta Arnaldo – è stata per anni una tragedia dimenticata; con i morti abbiamo seppellito subito anche i nostri ricordi. Finche non è arrivato Marco Paolini, con il suo monologo che ha saputo smuovere le coscienze e far tornare in molti la voglia di ricordare, e poi il film di Renzo Martinelli che ha fatto conoscere al mondo il disastro.

Mi guarda e sorride, spiegandomi che prima, negli anni del silenzio, sentiva una sorta di fuoco, di collera che gli covava dentro, ma che non riusciva ad esprimere. Poi la svolta, e la voglia di raccontare i ricordi e di esprimerla, ma con garbo, quella rabbia di chi ha perso in un attimo una parte importante della sua storia. Così ora Arnaldo, che ci tiene a non farsi chiamare guida, condivide con i molti che vengono a visitare i luoghi della memoria e con i bambini delle scuole la sua terribile esperienza e le conseguenze di quella infausta scelta di costruire la diga dove non doveva essere costruita.

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Il cimitero monumentale è una distesa di quasi duemila cippi bianchi, tutti uguali; sembra un cimitero militare e mi piace nel suo ordine che dona serenità. Ma è anche stato oggetto di polemiche perché, come in tutti i cimiteri monumentali, è vietata ogni differenza tra le tombe. E così in molti si lamentano di non poter portare neppure un fiore ai loro cari. Gli chiedo quanti amici ha sepolti qui e se mi porta davanti alla tomba di qualcuno di loro. Arnaldo apre le braccia mestamente: forse sono troppi e non sa chi scegliere. Cammina tra le lapidi e si ferma davanti ad una. Leggo il suo nome, Claudio Martinelli, la più piccola vittima del Vajont: aveva appena ventuno giorni quando l’acqua precipitata dalla montagna ha stroncato la sua esistenza.

Ti ho portato davanti a questa lapide – mi dice Arnaldo – perché questo neonato, come i venti bambini mai nati, morti assieme alle loro mamme incinte, i quasi cinquecento che non avevano ancora superato i quindici anni, e tutte le vittime del Vajont non avevano nessuna colpa, se non quella di abitare in un luogo dove non doveva essere costruita una diga.

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Mi spiega che il Monte Toc è un monte fragile e che bastava chiedere ai contadini per sapere che il terreno era friabile. Ma era troppo perfetta, quella gola che il torrente Vajont aveva scavato nel corso dei millenni, per costruire una diga che avrebbe portato elettricità ad un’Italia che si avviava verso il boom economico e aveva fame di energia. E a nulla valgono i preoccupanti segnali che accompagnano le varie fasi di costruzione della diga.

C’erano – ricorda – continui terremoti, qualcuno anche abbastanza intenso; molti alberi del crinale del Toc si inclinavano inspiegabilmente; l’acqua del lago spesso si sporcava di fango; piccole frane annunciavano che il terreno si stava smuovendo; e poi quella immensa crepa a forma di M, che presagiva il disastro.

Non resisto alla tentazione e gli chiedo di raccontare il suo 9 ottobre. Mi guarda sereno, quasi rassegnato. Credo che tutti gli facciano quella domanda.

Allora avevo diciassette anni. La sera di quel mercoledì ero andato, come in molti, nel bar del mio paese, a Codissago, dove c’era la televisione. Trasmettevano la finale in differita di Coppa dei Campioni Real Madrid – Rangers Glasgow. Inspiegabilmente, al due a zero per il Real, ho come avuto un presagio, una irrequietezza. Me ne sono andato, abbandonando gli amici, e sono tornato a casa. Mi sono preparato per andare a letto, ma non ho fatto in tempo ad alzare le coperte che è andata via la luce. Poi improvvisamente un rumore, un fragore che non riesco a spiegare, impressionante…

La voce di Arnaldo vacilla, quasi a cercare di esprimere a parole quel terribile suono che ancora oggi turba i suoi sogni. Sente la mamma che grida, pensando sia il terremoto e cerca di raggiungerla, muovendosi al buio.

Invece, dopo qualche secondo – continua – l’acqua mi ha preso, risucchiato, portandomi dal primo piano, dove c’erano le camere, al piano terra. Qui ho cominciato a girare come un mulinello sbattendo su mobili e pareti; poi all’improvviso l’acqua ha iniziato a defluire, portandomi con sé. Ma, invece di essere trascinato a valle, per miracolo mi sono incastrato su qualcosa che era rimasto in piedi della casa, forse un muro, una trave chissà… E qui capita il secondo miracolo, perché afferro istintivamente qualcosa che mi passa accanto.

Arnaldo non lo sa ancora, ma quella cosa che prende d’istinto, tra i flutti, è la mamma, anch’essa trascinata dalla corrente.

È passato qualche minuto prima che riuscissi ad aprire gli occhi. Solo allora mi sono accorto che ero abbracciato alla mia mamma. Eravamo completamente nudi e sommersi fino al collo dal fango e dai detriti, ma eravamo vivi. E qui c’è stato il terzo miracolo, perché abbiamo visto che anche papà si era salvato e stava cercando di venire verso di noi. Abbiamo gridato finché qualcuno ci ha sentito

Arnaldo ricorda perfettamente quella notte terribile: l’arrivo verso l’una degli Alpini da Calalzo, che si devono far strada in un paesaggio lunare; la prima visita medica di due giovani tenenti e poi, alle prime luci dell’alba, gli elicotteri americani che provengono dalla vicina base di Aviano; i Vigili del Fuoco con i primi soccorsi. Lo porteranno in ospedale ad Auronzo assieme alla mamma quella stessa mattina, e qui rimarrà ricoverato un mese.

orologi

Davanti agli orologi, tutti fermi alle 22.39, esposti nelle bacheche del piccolo museo del cimitero, Arnaldo prova a spiegarmi qualche cifra dell’ecatombe: 260 milioni di metri cubi di terra che si sono staccati dalla montagna e sono precipitati, in pochi secondi, sull’invaso del lago artificiale provocando un’ondata di cinquanta milioni di metri cubi d’acqua; dove c’era la frazione di Vajont, una voragine profonda oltre quaranta metri; più di millenovecento vittime; paesi distrutti, comunità dilaniate.

Pensa – mi prende per un braccio – tutto questo è accaduto non per colpa della natura, come qualche giornalista purtroppo ha scritto subito dopo la tragedia, ma per l’ingordigia e l’arroganza dell’uomo, per il Dio-Denaro, che ha messo in disparte il concetto che la vita è il primo valore in assoluto. Tutti sapevano che la frana sarebbe caduta, ma nessuno ha fatto nulla perché la tragedia, assolutamente prevedibile, non avvenisse.

Mi porta davanti ad una bacheca dove mi mostra un cablogramma che l’ing. Biadene, direttore dei lavori della diga, manda il 10 ottobre all’ing. Pancini, suo collaboratore, in ferie negli Stati Uniti. C’è scritto: “IMPROVVISO CROLLO ENORME FRANA HA PROVOCATO TRACIMAZIONE DIGA VAIONT CON GRAVI DANNI LONGARONE STOP DIGA HA RESISTITO BENE STOP BIADENE”.

cablogramma

Come vedi, a poche ore dal disastro, interessava di più che la diga avesse resistito, piuttosto che pensare alle vittime di questa tragedia – mi dice con un certo disgusto nella voce – per non parlare poi del processo, trasferito da Belluno a L’Aquila, e poi tutte le assoluzioni… La colpa sembra non essere di nessuno, la colpa di tutte quelle morti, di cinque paesi distrutti, di vite cambiate per sempre in un attimo.

Gli chiedo se riesce a perdonare, se i longaronesi riescono a perdonare. Si ferma indicandomi la grande scritta incisa in dodici lingue che campeggia davanti al cimitero monumentale “prima il fragore dell’onda, poi il silenzio della morte, mai l’oblio della memoria”.

Questa – mi dice – è la frase che riassume perfettamente la tragedia. E come si fa a perdonare quando tutto è successo per l’avidità di poche persone che scientemente hanno portato avanti i lavori di costruzione della diga ben sapendo che il luogo non era idoneo? Anche gli operai sospettavano il peggio, poiché piantavano le trivelle e poi non riuscivano più ad estrarle in quanto scivolavano dal fianco del monte. Ma chi si opponeva o criticava veniva rimosso, trasferito, licenziato poiché la Sade, proprietaria della diga, aveva enormi agganci politici. Né poi lo Stato ha fatto molto per noi…

Arnaldo non prosegue, forse perché avrebbe troppe cose da dire in merito; gli chiedo come spiega la tragedia del Vajont ai molti bambini che vengono in visita alla diga.

 Dico sempre che il progresso non si può fermare, ma che tutte le cose vanno fatte salvaguardando l’uomo e l’ambiente e lavorando non per il proprio interesse ma per il bene comune.

Gli stringo la mano e lo ringrazio. Mentre si allontana verso la sua auto mi verrebbe voglia di chiedergli cosa ne pensa del Mose. Ma non lo faccio: quella è un’altra storia.

Servizio fotografico di Enzo Bon

Vajont, 9 ottobre ’63. L’odore di quella maledetta sera ultima modifica: 2016-10-07T14:48:42+00:00 da ENZO BON

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3 commenti

Milvia Frè 8 ottobre 2016 a 18:31

Ho avuto il piacere di conoscere il signor Arnaldo e sono stata colpita dalle sue parole che non trasmettevano rabbia ma un sano equilibrio tra quello che deve essere il progresso e il rispetto della natura .Grazie Arnaldo è stata una lezione di vita.

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Stefania 9 ottobre 2016 a 7:36

Ringrazio il giornalista Enzo Bon per questo articolo così ben dettagliato e un grazie speciale a uno dei testimoni di quella notte Arnaldo Olivier per averci reso partecipi di quello che ha vissuto..
Un ricordo nella preghiera e un abbraccio silenzioso colmo di affetto
Stefania

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Alberto Benvenuti 9 ottobre 2016 a 23:03

Ero militare di leva primo scaglione ’63. Con il camion fino alla fabbrica Cadorite. Poi a piedi fino a Longarone passando per il cimitero perché la strada era inagibile. Un gruppo elettrogeno illuminava a giorno la diga. Lavoravamo in due turni. Io facevo quello dall’una di notte alle 13. Il nostro gruppo scavava poco sopra il centro del paese. Solo i parenti stretti delle vittime avevano accesso al luogo del disastro per darci indicazioni sui punti dove scavare e quando riuscivamo a recuperare un cadavere ci ringraziavano. Non posso dimenticare la compostezza del loro dolore.

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