Latitanti a Dubai. L’inchiesta di ytali va in Parlamento

scritto da GIORGIO FRASCA POLARA

È finito in Parlamento il tormentone di ytali.com sull’allarmante ritardo nell’approvazione da parte del governo del disegno di legge sul trattato di cooperazione giudiziaria Italia-Emirati Arabi Uniti. Questo trattato deve consentire la riconsegna alla giustizia del nostro Paese di quanti (grandi nomi di imprenditori e grandi nomi della criminalità organizzata), benché condannati a severe pene carcerarie, se ne restano a Dubai da latitanti ma liberi. Forti insomma del fatto che la loro estradizione è bloccata dal ritardo ingiustificabile dell’iter della intesa ufficiale firmata più di un anno fa dal guardasigilli Orlando e dal suo omologo dell’Eau.

interrr

Una nuova interrogazione dei deputati dem Mattiello, Verini e Miccoli ai ministri della Giustizia e degli Esteri segnala infatti che per la mobilitazione di “quanti si battono per la legalità” (e con particolare rilievo la nostra rivista on line, cui si riconosce il merito di una vera e propria “campagna”) la vicenda ha assunto oramai le dimensioni di un vero e proprio caso politico in cui, per i ritardi italiani, “gli Emirati rischiano di diventare una sorta di porto franco per latitanti italiani e riciclatori internazionali”.

E se non bastassero le nostre rivelazioni dei giorni scorsi ecco che, nell’interrogazione, viene segnalato un altro caso, davvero indecente, di libera latitanza stavolta ad Abu Dhabi, sempre negli Emirati. È quella dell’imprenditore milanese del lusso Alberico Cetti Serbelloni, rifugiatosi nel paradiso arabo dopo una lunga fuga che tuttavia non ha consentito alla polizia italiana di agguantarlo per tempo.

La sua vicenda è emblematica: frode al fisco per un miliardo di euro, attraverso società fantasma costituite a bella posta in Italia e all’estero. Le indagini della Finanza erano cominciate addirittura nel 2002, cinque anni per concluderle e nel 2007 Cetti Serbelloni viene arrestato. Pochi mesi di carcere e poi la libertà provvisoria, sino a quando, due anni fa, la gip di Milano Alessandra Cerreti gli rifila una condanna a otto anni e otto mesi, diventata quasi subito definitiva. Ma quando finalmente lo cercano per sbatterlo in galera, l’imprenditore è già scappato, via Marocco, negli Emirati.

Agli atti resta la definizione della Procura nell’ordinanza di arresto: tanto è “spiccata la dote imprenditoriale” di costui quanto spiccata è la [sua] dote criminale”. Il ministero della Giustizia segnala l’ordinanza alla magistratura emiratina. Risultato: per educazione la polizia di Abu Dhabi lo arresta per un paio di giorni, e poi lo rimette in libertà con l’ordine di “non lasciare il territorio degli Emirati.

Cetti Serbelloni ringrazia del graditissimo ordine cui è lietissimo di obbedire.

C’è bisogno di elencare ancora i nomi dei suoi maggiori compagni di vacanza? E ricordiamoli, via, soprattutto al governo, e in particolare ai due ministri chiamati a rispondere almeno alla nuova interrogazione, dal momento che le precedenti sono rimaste inevase.

Sul piano imprenditoriale si va dal potente armatore (i traghetti sullo Stretto di Messina) Amedeo Matacena, una condanna in via definitiva a sei anni per mafia, al noto manager e bancarottiere Samuele Landi, ex ceo di Eutelia-Tedlefonia, due condanne per complessivi quindicimila anni e duemila lavoratori sul lastrico, al costruttore fallito e impeciato con la ‘ndrangheta come Andrea Nucera, e per questo doppiamente condannato. Sul piano strettamente criminale si va invece dal boss di Scampia Raffaele Amato (nove omicidi) ad un altro camorrista come Gaetano Schettino, uno dei vice di Raffaele Imperiale che da Castellammare ha fatto delle droghe un miliardario commercio import-export. E per due criminali di cui si conosce il rifugio, quanti altri sono ancora al coperto, sempre là?

united_arab_emirates_800x800

Ed eccoci allora tornare sulla nuova interrogazione dei tre deputati dem. I quali richiamano la (un po’ distratta) attenzione dei ministri Orlando e Gentiloni sulle sconcertanti tappe di un cammino inspiegabilmente travagliato e ancora senza sbocchi sostanziali:

Il trattato di estradizione è stato firmato dai due ministri della Giustizia dei due paesi nel settembre del 2015;

l’approvazione del disegno di legge di ratifica del trattato, e la sua trasmissione al Parlamento per il voto, era all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri per la seduta del 3 marzo di quest’anno;

ma la sera di quel giorno, dalla lettura del comunicato finale della riunione del governo l’approvazione del trattato era scomparsa. Necessari “alcuni approfondimenti”, era stata la giustificazione;

da quel fatidico giorno sono passati più di sei mesi e non c’è alcun annuncio della fine di questi approfondimenti né una spiegazione della loro specifica natura.

 

Un anno fa – annotano i deputati interroganti (a proposito: nessuna risposta è giunta anche alle precedenti interrogazioni sulla stessa vicenda) – sembrava che Italia ed Emirati avessero intrapreso un percorso risolutivo volto a sanare questa negativa smagliatura tra i due Paesi, peraltro ottimi partner commerciali soprattutto nei settori dell’energia e della difesa.

Ecco adombrato uno dei motivi sostanziali (gli interessi del nostro export) che potrebbero avere indotto allo stop del governo. Ma perché poi, e per mano di chi, o di quale potere magari extra-istituzionale, dal momento che il passaggio del trattato in Consiglio dei ministri “era stato preceduto – ricordano gli interroganti – dal placet dei ministeri interessati: Interno, Economia e Finanze e, naturalmente, Giustizia” ?

Ora salterebbe fuori un sin qui assolutamente inedito ostacolo-alibi: il nodo sarebbe legato alla pena di morte, presente nell’ordinamento degli Emirati, ciò che farebbe sorgere qualche esitazione (da parte di chi, esattamente?) sulla ratifica del trattato. Ma si tratta di una riserva superabile, osservano Mattiello, Verici e Miccoli: “L’Italia ha rapporti consolidati con altri Paesi con le stesse caratteristiche, a cominciare dagli Stati Uniti: la pena capitale vige in diversi suoi stati federali”. E dunque resta il perché capitale: che cosa osta, c’è chi impedisce l’ok, e quali i motivi reali? La risposta può venire solo da un chiarimento netto, ufficiale, nell’aula della Camera, da parte dei ministri interrogati. L’aspettiamo da quasi sette mesi.

Latitanti a Dubai. L’inchiesta di ytali va in Parlamento ultima modifica: 2016-10-09T17:10:25+02:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

1 commento

giulia frasca polara 9 Ottobre 2016 a 18:06

un piccolo capolavoro

Reply

Rispondi a giulia frasca polara Cancella risposta