Il Fontego dei veneziani e il fondaco degli schei

scritto da FRANCA SEMI

Ho pubblicato un libro A lezione con Carlo Scarpa, “traduzioni” delle lezioni registrate di Carlo Scarpa:

in una lezione Scarpa dice anche del coronamento del Palazzo delle Poste (allora i veneziani lo chiamavano così).

Speravo che qualcuno meditasse su quelle belle osservazioni di Scarpa, visto che oggi è tanto in voga! Nemmeno la Soprintendente di allora: Renata Codello, che ha autorizzato quella cosa …

Diceva Scarpa:

Vi ho mai detto dei gabbiani? C’è una cosa da vedere a Venezia, a Rialto, con l’ultimo sole pomeridiano, alle tre del pomeriggio, o anche alla mattina tra le undici e l’una. Se è una bella giornata (…) si può vedere una delle cose più ineffabili che esistono in Venezia (…). Sulle palle del coronamento del Palazzo delle Poste c’erano i gabbiani bianchi che si prendevano il sole e le zampine … [C.S. sta disegnando: v. disegno], … grosso modo sono fatte così … Bisogna pensare al biancore della calce quassù e al cielo azzurro: era una cosa meravigliosa, incantevole…. Difatti Venezia non è una città come tutte le altre. Ricordate che le cornici di Venezia (…) sono piuttosto minute..

(…..) Venezia è una città ridente, perchè quassù è fatta di niente, e se batte il sole può avere una vibrazione elegante: ci sono le tegole e poi qualche volta ci sono pinnacoli, qualche volta ci sono meravigliosi camini. Questa è una cosa meravigliosa, come la potete vedere anche sul Palazzo Ducale, con le “fiamme”. (…). Questa “finale” [terminale] così fatta …, con questo tremare, questa luce del cielo che palpita attraverso: è una delle grandi finezze che esistono in Venezia e che si trovano esagerate in certe opere pittoriche del tre-quattrocento, come in Pisanello per esempio. Sono finezze che hanno un loro fascino, perchè questo lasciar passare [aria], è delicato, non chiude, non trama una forma. La città si presta in un certo senso: è fatta d’acqua e difatti corrisponde al sistema inferiore del riflesso. (…) è un discorso [quello del terminale] che mi sta a cuore: è un lavoro di ragionamento delicato.

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disegno di Carlo Scarpa

Nel 2012 (e anche prima) ci fu un acceso dibattito in città sul Fontego: Fra l’altro si dice così e non Fondaco: Fontego è un nome storico, in veneziano come tutti i documenti della storia di Venezia conservati presso l’Archivio di Stato. Allora scrissi anch’io a un giornale locale (ma mi fu tagliato):

“Vi immaginate cosa sarà quel tetto vuoto, nel quale fra le “fiamme” di coronamento si vedranno tante teste di turisti?”

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rendering di Koolhaas

Allora pensavo che Rem Koolhaas Venezia l’avesse vista in cartolina, ma ero – e sono – allibita dal comportamento della proprietà Benetton, che pur avendo frequentato Carlo Scarpa non ha affinato alcuna sensibilità. Per loro valgono solo i “schei”!

Nei giorni scorsi, passando in Fondamenta del Vin ho visto l’orrore! Vedete un po’ e giudicate: più o meno corrisponde al rendering di Koolhaas. Dicono che faranno andare ottanta persone all’ora!: forse per un po’ di tempo, penso, ma fa lo stesso.

Ma che senso ha, per esempio, leggere fra le finalità del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, promosso dalla Fondazione Benetton Studi e Ricerche che:

Il premio intende contribuire a elevare e diffondere la cultura di governo del paesaggio; si propone come occasione e strumento per far conoscere, al di là dei confini delle ristrette comunità di specialisti, il lavoro intellettuale e manuale necessario per governare le modificazioni dei luoghi, per salvaguardare e valorizzare i patrimoni autentici di natura e di memoria, ecc., ecc.” ???

Ma poi, c’era da aspettarsi altro dai Benetton che, con l’acquisizione dell’isolato che va dal Bacino di S. Marco (hotel Monaco) alla Bocca di Piazza (negozio Vuitton), ha eliminato per i veneziani lo storico Teatro al Ridotto e successivamente ha pure eliminato una libreria (Mondadori) che storica non era, ma per i veneziani era una boccata d’ossigeno in centro?

Oggi infine, un po’ restia, sono andata in visita a quello che chiamano “T Fondaco dei tedeschi”, DFS leader mondiale del travel retail di lusso, divisione del colosso mondiale LVMH, Louis Vuitton Moet Hennessy.

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Leggo nella pagina web di DFS:

Per molti anni, i consumatori hanno fatto acquisti presso i negozi DFS Galleria e hanno apprezzato la qualità e il valore che hanno reso DFS famosa anche al di fuori degli aeroporti.

Infatti … che dire? Come mi avevano già detto degli amici si tratta di un duty free ! L’immagine è assolutamente quella.

Fra l’altro quel DFS (il duty free, dico io) è l’unico in Europa (sempre dal web: dfsgroup.com): altri “capolavori” si trovano a Macao, Singapore, Indonesia, Giappone, Hong Kong …: dunque a Venezia siamo proprio fortunati! E che amministratori abbiamo avuto: vien da piangere! Penso a Giorgio Orsoni, sindaco di allora e sempre lei, Renata Codello, Soprintendente di Venezia, a cui si deve anche il “Cubo” di Piazzale Roma, p. es..

Ho letto che l’architetto Jamie Fobert, incaricato di allestire il grande magazzino, ha illustrato il percorso che l’ha portato a creare arredi unici per la «T» galleria. «Dfs non voleva pezzi di designer newyorkesi o londinesi – ha detto – e allora mi sono ispirato alla storia cittadina e al design novecentesco italiano, a Carlo Scarpa». Si può essere più spudorati?

Se mi posso permettere in questa sede: ho insegnato Architettura degli Interni presso l’IUAV, sono stata assistente e collaboratrice di Carlo Scarpa. Penso di aver titolo per dire che l’arch. Fobert è uno spudorato. Mi risuonano nelle orecchie quanto avrebbe detto Carlo Scarpa …

Ma veniamo alla mia visita al duty free.

Entro, e la corte del Fontego, al piano terra, presenta una pavimentazione originale – nel senso di stravagante: con grandi fasce bianche e rosse diagonali che convergono al centro, dove si trova almeno – direte voi lettori – il pozzo com’era e com’è in tutte le corti, i campi, i campielli di Venezia. No: al centro c’è uno spazio informativo, come si fa negli ospedali per esempio. E il pozzo, poveretto, se ne sta quatto, quatto al margine: è diventato un oggetto … messo là, non si sapeva dove metterlo, disturbava.

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Sarò breve perché tutta la visita mi ha sconvolto.

Penso di salire e … una gran scala mobile mi accoglie. Di un rosso che di più non si può (il rosso è un colore difficile: questo è volgare). Sono perseguitata dai rossi: quello della scala, quello del grande arco rovescio che lo impagina e quello delle fasce al piano terra. Tutti rossi diversi: molto elegante!

Al primo piano vedo dall’interno quelle squallide finestre metalliche, che se noi veneziani mettessimo in opera in casa nostra ci farebbero smontare subito.

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Ma proseguo, ed ho altre sorprese. Un importante caminetto

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Si potrebbe dire che qualche attenzione per la storia dell’immobile ci sia. Invece no: anche questa volta l’oggetto è ingombrante : impedisce di collocare un altro espositore in un grande spazio che prende tutta la facciata del Fontego.

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Se guardiamo la fotografia, sul fondo, proprio sul fondo, si può osservare quel reperto storico.

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Fra l’altro quel “grande” architetto Fobert ha preso un granchio eccezionale per un architetto di interni (?): quello spazio, utilizzato dalle solite grandi firme (molte), grande e che va da un lato all’altro del palazzo, non è visitato. Qualcuno si aggira, ma entra e esce dalle porte senza osservare nulla: spartire lo spazio solo con divisori bassi e merci che sono più o meno affini fra di loro, da un senso di uniformità dell’insieme. Non si vede nulla. Contrariamente a quanto si può osservare sul lato opposto, dove gli spazi più ridotti possono consentire visite più attente: infatti lì c’era qualche visitatore (giapponesi).

Ho visto anche altri due reperti storici: un altro caminetto12-caminetto12

e un fregio su una porta, così … tanto per fare!

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Ma si è detto: cinquecento posti di lavoro! (oggi contano solo quelli). Io penso che ad ogni modo si poteva e doveva lavorare meglio a Venezia!!!

Ancora. Da fonte diretta ho saputo che uno spazio all’attuale Fontego costa 400.000 € annui, più il venti per cento del fatturato: per DFS è bell’affare, vero?

Leggo in un bellissimo articolo di Ernesto Galli della Loggia, La bellezza perduta, (Corriere della Sera, 9/10/2016): “Un cinico sfruttamento affaristico si sta mangiando un pezzo di passato, nei centri storici e nelle nostre più belle città”.

Sono uscita. Campo San Bartolomio, pur affollato come sempre, mi ha fatto pensare: “E quindi uscimmo e riveder le stelle.” (Inferno XXXIV, 139, Dante Alighieri).

servizio fotografico di Franca Semi

Il Fontego dei veneziani e il fondaco degli schei ultima modifica: 2016-10-11T16:59:02+00:00 da FRANCA SEMI

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8 commenti

giunela laudati 12 ottobre 2016 a 13:47

Nulla da aggiungere.

Reply
ANGELO BEGELLE 12 ottobre 2016 a 14:11

E’ tutto vero, purtroppo! E’ un duty free che non si rivolge ai veneziani ma unicamente alle “orde” turistiche che massacrano una città unica al mondo costruita per essere vissuta, per esaltare la convivenza. ma Venezia si può ancora definire una città? Da Enciclopedia Treccani:
“Città: centro abitato di dimensioni non correttamente definibili a priori, comunque non troppo modeste, sede di attività economiche in assoluta prevalenza extra agricole e soprattutto terziarie, e pertanto in grado di fornire servizi alla propria popolazione e a quella di un ambito più o meno vasto che ne costituisce il bacino di utenza. La città é uno degli elementi umani dello spazio geografico: in particolare un elemento insediativo e un elemento economico; é, o può essere anche un elemento politico (perché vi si concentrano almeno alcune attività di governo da quelle locali a quelle nazionali) e, ancora, un elemento culturale, sia in quanto luogo elettivo della produzione di cultura sia in quanto sede di beni culturali accumulatisi nel tempo. da tale molteplicità di funzioni si evince l’importanza della città e si comprende come essa risulti uno degli elementi-guida dell’organizzazione dello spazio”. Non credo che la Venezia attuale corrisponda a questi elementari canoni. Sul governo della città e sulle istituzioni che dovrebbero presiedere alla sua conservazione del suo patrimonio artistico, culturale e delle sue tradizioni, stendiamo un pietoso silenzio per non amareggiarci ulteriormente.

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Elisabetta 12 ottobre 2016 a 20:49

Hai messo in parole le mie sensazioni…

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nemo 13 ottobre 2016 a 9:57

Semplice e inutile esercizio retorico. Interpretazione della storia di Venezia completamente sbagliata. Un sentire romantico di una Venezia interiore che esiste solo nelle anime belle, ma non nella storia di Venezia. Il fontego non è parola veneziana, come cicara., naransa, carega, piron, mesà. Per favore prima di parlare, cercare, studiare e scoprire o più esattamente ri-scoprire il vero senso, almeno cercare. nel dubbio tacere! tante chiaccehere ma nessuna che spieghi cosa era per i veneziani il senso del trafego, quello che oggi si chiamerebbe business . e per el trafego i veneziani non si fermavano neanche davanti a Dio : tanto che hanno rubato le spoglie dell’evangelista . Genio Puro, e il fontego per 700 anni è stata creata dai veneziani per far schei .L’anomalia se proprio dobbiamo dirla è stato quando era ufficio postale, quello si che era una bestialità. ora il fontego è tornato alla sua vera e intrinseca funzione . scemi noi veneziani o forse troppo poveri per riprendercelo.
Nemo Bragadin

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Franca Semi 14 ottobre 2016 a 16:19

Appunto, prima di parlare STUDIARE. Consiglio Donatella Calabi. Il nome “Fontego” deriva dal 1225: v. Archivio di Stato di Venezia

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Lalla Turi 13 ottobre 2016 a 10:42

Esagerato!

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Michele 13 ottobre 2016 a 23:10

I luoghi vivono se sono percorsi, vissuti, .. anche consumati. A mio avviso è stato fatto un ottimo intervento, nonostante le pesanti ostilità dei noiosissimi teorici intellettual-immobilisti del “pavimento originale, del rosso volgare, dei pinnacoli”… Preciso che non ho avuto alcun ruolo nel progetto e non ho tutt’ora alcun legame con il fontego né con dfs.

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Marco Zanetti 14 ottobre 2016 a 19:08

Solo alcuni paradossi:
– la cosa veramente bellissima del “Fontego” è il panorama che si vede dalla terrazza … ma non è certo merito dei progettisti!
– una cosa davvero emozionante del restauro sono le travature in c.a. a traliccio, dimensionate e sagomate come fossero in legno, opera però degli interventi di fine anni ’30;
– che ci fà una targa in memoria dei postlegrafonici caduti per la Patria nel negozio di alimentari, tra confezioni di spaghetti e sughi ?
– il pozzo è messo lì come fosse in vendita, manca però il prezzo.
Meglio qualsiasi altro grande magazzino moderno nel quale non si è disturbati da dissonanti rimanenze d’epoche passate.

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