Addio, Tom Hayden. Da rivoluzionario a “radical” dentro il sistema

scritto da GUIDO MOLTEDO

Due notizie di questi giorni, che hanno per protagonisti due personaggi chiave degli anni Sessanta/Settanta americani, due quasi coetanei. Una notizia bella, il premio Nobel a Bob Dylan, l’altra, brutta, la morte di Tom Hayden, pensatore e leader del movimento contro la guerra, con Abbie Hoffman, Jerry Rubin, David Dellinger, Rennie Davis, John Froines, e Lee Weiner, uno dei Chicago Seven, i sette imputati in un processo consegnato poi alla storia, che fu celebrato dopo gli scontri a Chicago, alla convention del Partito democratico nel 1968.

Due icone, una della cultura, l’altra della politica, di un’epoca storica nella quale politica e cultura – cultura e politica della trasformazione – s’intrecciarono, si mescolarono, si contaminarono, s’influenzarono reciprocamente e proficuamente come mai dopo è successo. E se Dylan, lungo la scia originaria, ha continuato per decenni a produrre con immutata forza creativa, Hayden è stato fino a oggi presente, e a tratti anche protagonista, sulla scena politica, certo non con la stessa influenza che egli e la sua generazione esercitarono negli anni della protesta e del cambiamento, ma sempre con idee e iniziative cariche della stessa spinta innovativa, tipica dei politici forgiati dal movement.  Un “radical inside the system”, come l’ha definito il suo assistente Duane Peterson, commentandone il decesso.

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Tom Hayden è il primo a sinistra

La notizia della morte di Tom Hayden è stata data alla Cnn da sua moglie, Barbara Williams. Tom si è spento nella notte di domenica all’UCLA Medical Center di Santa Monica, in California, la città della grande Los Angeles dove viveva e faceva politica da anni. Il decesso è avvenuto a seguito di complicanze legate a un infarto subìto un anno e mezzo fa. Aveva 76 anni. “Con lui si è spento un gigante politico e un caro amico”, ha commentato in un tweet il sindaco di Los Angeles, Eric Garcetti. “Tom Hayden ha lottato con tutte le sue forze per difendere ciò in cui credeva, più di chiunque altro io abbia mai conosciuto”.

Sì, un gigante della politica.

Per alcuni anni, specie negli anni Settanta, la notorietà di Hayden fu legata alla relazione con Jane Fonda, con cui si sposò nel 1973, per restare insieme fino al 1990. Erano i tempi delle proteste contro la guerra nel Vietnam. Jane Fonda, attrice affermata, non solo sex symbol di Hollywood, come spesso erroneamente si è scritto e detto, abbracciò con Tom l’impegno politico, dando alla causa della mobilitazione contro la guerra più visibilità e dunque più forza.

Con il californiano Mario Savio, Tom Hayden fu in America, in quegli anni, quelli che in Europa erano i Rudi Dutschke, i Daniel Cohn-Bendit, gli Adriano Sofri, i Mario Capanna, leader studenteschi dotati di grande carisma, di talento politico, dirigenti di massa che sapevano interpretare l’inarrestabile voglia di cambiamento sociale in atto coniugandola con i fermenti della contro-cultura, dal rock al teatro off, a tutte le innovazioni artistiche di quegli anni.

Blowin’ in the wind è del 1962, il Port Huron Statement è dello stesso anno. È il manifesto, scritto da Hayden, che propugna un vasta coalizione degli studenti universitari, una mobilitazione pacifista contro le politiche repressive e guerrafondaie del governo e lo strapotere delle grandi imprese, contro il razzismo. Su quel testo si baserà e prenderà slancio lo Students for a Democratic Society, un gruppo studentesco dapprima attivo nell’University of Michigan, che poi si diffonderà negli atenei di tutta l’America.

Nel 1962 Hayden ha ventitré anni, Dylan 21.

Se noi, in Italia, in Europa, fissiamo in un anno, il ’68, lo spartiacque epocale del secondo cinquantennio del Novecento, in America si fa riferimento a un decennio, i Sixties, gli anni Sessanta, fin dal loro inizio, che poi, certo, culmineranno nel ’68, in  sintonia con i movimenti di protesta in tutto il mondo. È un decennio che, irradiandosi dall’America, cambia la politica, il costume, la civiltà, con riverberi planetari. Hayden è uno dei massimi protagonisti di quell’epoca, prima al fianco del movimento per i diritti civili di Martin Luther King poi nelle proteste contro la guerra in Vietnam. Ventenni dalle idee molto chiare e dalle passioni molto forti scuotono l’America. Il conflitto è inevitabilmente generazionale. «Non ti fidare di nessuno sopra i trent’anni», grida Jack Weinberg, uno dei leader del movement dell’università di Berkeley.

Oggi il movement è oggetto di studio di quelle stesse università statunitensi dove ribollì la protesta. Due anni fa ebbi l’occasione di incontrare Tom Hayden a Ann Arbor, sede dell’università del Michigan, dove Tom, originario della vicina Detroit, aveva studiato e iniziato il suo impegno politico. Hayden era tornato nel suo ateneo per suggellare, con un evento in suo onore, l’acquisizione da parte dell’università del Michigan di 150 scatoloni contenenti gli appunti, le lettere e le carte dell’allora leader dello Students for a Democratic Society. Nel lascito c’erano anche i file della Fbi che allora spiava sistematicamente Hayden, sua moglie Jane Fonda e Joan Baez e gli altri leader dell’SDS.

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Tom contempla i file della FBI, 22.000 pagine, sul suo conto, 1979

La cerimonia fu anche interpretata – ancor di più ora, dopo la scomparsa di Hayden – come l’emblema della chiusura definitiva dei conti con quell’epoca. L’archiviazione di una fase storica tumultuosa, a posteriori considerata feconda, forse perché ormai lontana e irripetibile.

Certo, è passato talmente tanto tempo dagli anni Sessanta, che quel periodo può essere  ritenuto degno di considerazione solo storicamente. Eppure, non è proprio così. Quel periodo non è una parentesi e non è remoto.

Si pensava che la vittoria di Barack Obama, nel 2008, avesse segnato, non solo simbolicamente, la sconfitta politica di una generazione – impersonata da Hillary Clinton – e la sua uscita dalle stanze del potere. La post-ideologia, trascinata dai giovani della rete, aveva avuto la meglio sul liberalism vecchio stile, rappresentato dai Clinton e sostenuto dai loro coetanei un tempo della New Left, cresciuti a pane e politica nei campus politicizzati degli anni Sessanta e Settanta.

Anche Hillary di famiglia conservatrice, s’interessò alla politica negli anni universitari dopo gli assassini di Malcolm X, Robert Kennedy e Martin Luther King, Jr. ed entrò nel Partito democratico per partecipare come volontaria alla campagna presidenziale di Eugene McCarthy, candidato di sinistra nettamente contrario alla guerra in Vietnam.

Oggi Hillary torna prepotentemente sulla scena, ed è considerata la più che probabile prossima Madam President.

Corre con una piattaforma prevalentemente centrista e decisamente lontana dal pacifismo di McCarthy? Invisa alla sinistra ? Certo, ma con il sostegno determinante di teste pensanti che hanno un retroterra negli anni Sessanta, con l’aiuto di Bernie Sanders, suo avversario nelle primarie ma oggi suo leale sostenitore. Sì, c’è una resilienza incredibile in quella generazione, che neppure la straordinaria ondata obamiana è riuscita a “rottamare”. E se tutti, o quasi, s’aspettano una Hillary commander in chief con l’elmetto, non è detto che non saranno sorpresi da un’amministrazione che andrà in un senso – se non opposto – diverso dalle attese. Se avverrà è perché, nonostante tutto, Hillary, figlia della cultura degli anni Sessanta, non ha dimenticato di esserlo.

 

Addio, Tom Hayden. Da rivoluzionario a “radical” dentro il sistema ultima modifica: 2016-10-24T16:08:56+02:00 da GUIDO MOLTEDO

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