Ottobre, il mese dei tristi anniversari per la Comunità ebraica

scritto da MARIO GAZZERI
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Ottobre è un mese di tristi ricorrenze per la comunità israelitica di Roma oltre che per quelle di molte altre città e regioni europee. Ma la memoria della grande retata del Ghetto della capitale all’alba del 16 ottobre del 1943 (oltre mille e duecento deportati; ne tornarono sedici) e il più recente attentato alla Sinagoga romana, in cui morì il piccolo Stefano Gaj Taché di soli due ani (9 ottobre 1982), sembra lentamente sbiadire nel ricordo collettivo e nella coscienza di una città troppo occupata dalla violenza delle inconcludenti polemiche odierne e dimentica di un passato che dovrebbe invece costituire un pilastro portante dell’edificio unitario.

Se, da un lato, la furia dei nazisti e dei terroristi palestinesi viene esecrata, sorge d’altro canto il sospetto che le “giornate della memoria” (come quella per i Martiri delle foibe), ubbidiscano più ad una logica di un doveroso compito del quale ormai si farebbe volentieri a meno. Il passato è spesso percepito come un ingombrante ostacolo da dimenticare e non come il terreno da esplorare per costruire un presente e un futuro di valori non sempre condivisi ma patrimonio comune di rispetto reciproco. Non fosse per la Comunità ebraica romana e per qualche giornalista più sensibile degli altri che tengono viva la fiamma del ricordo chiedendo ai sordi responsabili del Comune di Roma l’istituzione di una Giornata della memoria il 16 ottobre (Paolo Conti e Furio Colombo fra gli altri), le stragi degli ebrei cadrebbero nel grande dimenticatoio di questa capitale schiacciata da una storia millenaria e dall’insostenibile peso della sua doppia identità di capitale di uno Stato sovrano e di centro mondiale della Cristianità.

Forse la commozione suscitata dalle vittime israelite, come ha ricordato giorni fa Paolo Mieli intervenendo sul Corriere a proposito dei recenti attentati all’arma bianca contro civili inermi a Tel Aviv o Gerusalemme, è davvero minore quando le vittime sono ebree. “Invece di vittime ebree avremmo potuto scrivere questa volta vittime israeliane, mettendo l’accaduto – per le vie subliminali – sul conto di Benjamin Netanyahu”, argomentava Mieli, già per lunghi anni direttore del Corriere della Sera e, ancor prima, assistente universitario dello storico e biografo di Mussolini, Renzo de Felice. E qui sorge l’annoso sospetto che dietro l’indifferenza per le vittime israeliane, ma più in generale dietro l’antisionismo, si nasconda l’antico e mai debellato virus dell’antisemitismo.

Per quanto riguarda il rastrellamento del Ghetto romano, occorre peraltro ricordare che molti cittadini della capitale avevano già provveduto a dare ricovero clandestino a molti ebrei, subito dopo l’8 settembre, la fuga a Brindisi dei Savoia e l’occupazione tedesca mentre al nord ancora stentava a partire la Repubblica sociale. Così come è anche da ricordare che, dopo quella data, furono molto numerose le denunce pervenute alle autorità d’occupazione tedesca da parte di privati e soprattutto di portieri di stabili o di vicini di ebrei nascosti, remunerati con l’equivalente di cinquecento euro di oggi, e anche meno, per ogni delazione. Proprio come avverrà il 4 agosto dell’anno successivo, ad Amsterdam, alla povera adolescente di Francoforte Anne Frank e alla sua famiglia, traditi dai loro vicini olandesi.

A Roma, fino a poco più di settant’anni prima capitale dello Stato Pontificio, la Chiesa non mancava occasione per accusare gli ebrei di ogni infamia arrivando ad attribuir loro la responsabilità delle piene del Tevere, prive allora degli argini costruiti poi dai piemontesi. Assurde accuse che si traducevano spesso in spedizioni punitive contro gli ebrei del ghetto da parte della plebe cattolico-romana, quasi un anticipo storico dei pogrom che si diffusero poi in Bielorussia, in Ucraina e in Russia. Per non parlare della cattolicissima Polonia dove gli israeliti erano emarginati e dove, durante l’occupazione nazista del paese nella seconda guerra mondiale, i tedeschi non dovettero faticare molto ad arrestare gli ebrei, visto che a denunciarli erano gli stessi polacchi (un dato che emerge sia dai racconti di numerosi ufficiali tedeschi che dalla testimonianza di alcuni storici di quel paese).

Pochi poi, almeno sui giornali italiani, hanno ricordato come ad ottobre cadono almeno altri due anniversari che dovrebbero contribuire a cementare quella solidarietà europea che ormai sembra diventata solo un optional da spendere nelle trattative comunitarie. Un’ Europa senz’anima cui ben si adatterebbe la sprezzante definizione di “espressione geografica” che Metternich riservò all’Italia. Ci riferiamo al massacro di Babij Jar, compiuto dalle Sturm Staffeln tedesche (SS) e dai nazisti romeni del maresciallo Antonescu (tra fine settembre e i primi di ottobre del 1941, trentaquattromila ebrei sterminati) e alla strage di Odessa, cinquantamila ebrei uccisi nel quadro della “soluzione finale” tra il 22 e il 24 ottobre, sempre nel ’41.

E se prima si è parlato di un’Europa senz’anima, ricordiamo che l’ultimo schiaffo agli ebrei (ad Israele, direbbero altri) è stata l’incredibile approvazione da parte dell’Unesco della risoluzione su Gerusalemme est che nega i legami storici che gli ebrei hanno con i luoghi santi della città vecchia, a partire dal Muro del Pianto, luogo sacro per tutti gli ebrei del mondo e non solo per gli israeliani. La votazione in assemblea ha visto l’astensione dell’Italia. Dal ghetto di Roma è giunto un solo grido: “vergogna”.

 

Ottobre, il mese dei tristi anniversari per la Comunità ebraica ultima modifica: 2016-10-24T17:12:06+02:00 da MARIO GAZZERI

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