Veneto. Città metropolitana, smart city e stupid politics

scritto da ADRIANA VIGNERI

Una smart city veneta da quattro milioni di abitanti per lavorare e vivere meglio (Gianni Potti sul Corriere del Veneto, 20 ottobre). È bello che ogni tanto qualcuno ricordi la natura e gli obiettivi della città metropolitana del Veneto. Che ne sottolinei l’essenzialità per la crescita culturale, sociale ed economica, il ruolo trainante per l’economia di una regione, del Centro-Nord tutto, se non dell’Italia nel suo insieme (con le altre, numerose, città metropolitane). Che ricordi come la competizione oggi si giochi non tra istituzioni (le regioni), ma tra aree che trainano lo sviluppo e la qualità della vita, le grandi aree urbanizzate ma capaci di essere contemporaneamente salubri ed accoglienti, operose e innovatrici. Ora anche con gli strumenti dei big data e degli analytics.

È bello ma suona un po’ patetico. Gli istituti di ricerca (Brookings Institution, Washington D.C.) hanno individuato in Veneto due aree metropolitane, Verona e Venezia-Padova, classificata quest’ultima come area policentrica, che si colloca al quarto posto tra le città metropolitane italiane, dietro Bologna, Roma e Milano, ma davanti a Firenze e Torino. L’OCSE ha sviluppato una ricerca sull’area centro veneta individuando un’area metropolitana formata da parte delle province di Venezia, Treviso, Padova e Vicenza, che supera la soglia superiore delle aree metropolitane (di 1.500.000 abitanti). Non proprio quattro milioni di abitanti, ma a buon diritto una large metropolitan area. Quindi la massa critica c’è.

Quello che manca è tutto il resto, e non perché il legislatore ha individuato come area metropolitana il solo territorio della provincia di Venezia, che va considerato un semplice punto di partenza. Troppo comodo imputare la propria inerzia al legislatore. È l’azione che crea il diritto, specie se si tratta di organizzazione territoriale, di rapporti tra enti del governo territoriale.

Chi ha preso in mano questa bandiera, ne ha spiegato i vantaggi, ne ha fatto un progetto politico?

Certo non la Regione, che ha perfino tentato di sottrarre alla neo costituita città metropolitana di Venezia i poteri che in materia urbanistica le spettano semplicemente come subentrante alla relativa Provincia. Che non ha mosso un dito per aggiornare la propria legislazione nelle materia in cui la Città metropolitana ha le proprie competenze fondamentali e qualificanti (pianificazione territoriale ed urbanistica, riorganizzazione dei servizi pubblici, trasporti e mobilità, infrastrutture di interesse metropolitano comprese quelle per l’informatizzazione, sviluppo economico). Che legifera ignorando la distinzione tra province e città metropolitana.

Ma neppure gli organi della stessa Città metropolitana di Venezia, che hanno redatto uno statuto in cui si opera un declassamento delle funzioni metropolitane al di sotto del livello minimo ma essenziale attribuito dal legislatore nazionale. In cui ci si protegge – come comuni – dal possibile esercizio di poteri metropolitani. Uno statuto scritto non per giovarsi delle funzioni metropolitane ma per “difendersi dalla” città metropolitana. Ed infatti è l’unico caso in Italia in cui il testo dello Statuto è stato inizialmente bocciato perché i poteri della Conferenza metropolitana non erano abbastanza condizionanti delle decisioni del Consiglio.

Lo stesso sindaco metropolitano sembra aver molto attenuato l’iniziale entusiasmo per il nuovo ente. E non ha ancora assegnato nessuna delega ai consiglieri

Intorno alla Città metropolitana e ai suoi organismi non vi è più quel po’ di interesse da parte delle categorie economiche e sindacali, delle Camere di commercio e delle università, che vi è stato prima della redazione dello Statuto.

E lo Stato? Non è privo di responsabilità. Sul piano finanziario –avendo trattato le Città metropolitane sullo stesso piano delle province – ma anche sul piano organizzativo – avendo lasciate le città, e quindi Venezia, senza una adeguata struttura di governo, senza una giunta operativa, come fossero mere strutture di coordinamento di attività svolte da altri (i comuni).

È per questo che suona patetica l’invocazione “che qualcuno inizi”. Pare non gliene importi nulla a nessuno, che vi sia un inizio. Il Veneto è forse destinato a restare, unica delle aree sviluppate, frammentato, così com’è, senza struttura e quindi in definitiva senza sviluppo.

 

Veneto. Città metropolitana, smart city e stupid politics ultima modifica: 2016-10-25T16:44:57+00:00 da ADRIANA VIGNERI

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