Referendum. Il No acuminato di Tremonti

Le critiche dell'ex ministro alla riforma (pubblicate sul "Corriere") sono tra le meglio argomentate e insidiose rispetto alle molte del fronte nemico della riforma medesima. Ma non centrano il bersaglio. Ecco perché
scritto da FRANCESCO MOROSINI

Giulio Tremonti è uno studioso di vaglia. Di lui affascina, e stimola intellettualmente, la capacità di visione del nostro mondo globale; nonché l’attitudine a intrecciare assieme categorie del pensiero giuridico e filosofico-politico per comprenderne i grandi fatti della contemporaneità: in specie la globalizzazione che, forse, è un destino; ma anche un problema democratico. Ovviamente, con Tremonti si può concordare o dissentire, parzialmente o totalmente; ma sempre col doveroso rispetto che è dovuto al “pensiero forte”. Lo stesso approccio vale quando lo studioso argomenta – per il referendum è schierato sul fronte del NO – sulla riforma della seconda parte della Costituzione, fortemente voluta dal governo e dalla maggioranza politica guidata dal presidente del consiglio Matteo Renzi.

Inevitabilmente, data la personalità del suo autore, le critiche di Tremonti alla riforma (pubblicate il 24 ottobre 2016 sul Corriere della Sera) sono tra le più acuminate rispetto alle molte del fronte nemico della riforma medesima. Insomma, sono proiettili polemici, se è consentita questa analogia, assai ben confezionati per cogliere il bersaglio; e, pertanto, capaci di stimolare una riflessione, magari anche critica, che certo può servire ad inquadrare meglio la posta in gioco nella prossima partita referendaria del 4 dicembre.

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Il punto centrale dello scontro, probabilmente, sta nel fatto che i due fronti hanno un’opposta visione della democrazia: precisamente, quello del SI è molto più orientato a favore della cosiddetta “democrazia maggioritaria”; viceversa, chi parteggia per il NO appare più attento alla necessità di costruire grandi accordi, se non proprio di governo perlomeno in ambito parlamentare, tra le forze politiche; in più, coerentemente, tende a considerare condizione minima di democrazia che una maggioranza di governo debba corrispondere, diversamente dalla tradizione delle grandi democrazie specie anglosassoni, alla maggioranza socio/politica nel paese.

Per dire altrimenti, il fronte del NO è più proporzionalista in materia di legge elettorale; e, in molte sue componenti, pure più consociativista. Pertanto, a chiarire la posta in gioco al referendum, Tremonti, fa bene a ricordare lo stretto legame (“leggi sviluppate in parallelo al servizio di un unico piano politico”, egli afferma) esistente tra la legge elettorale detta Italicum e la riforma costituzionale. Certo, così egli individua, correttamente, un nesso politico e non uno giuridico – la riforma costituzionale regge anche con altra legge elettorale -; ma è evidente che senza l’Italicum cambierebbe il senso di marcia del mutamento della Legge fondamentale: di qui, pertanto, come d’altronde fa il giurista nel suo intervento, bisogna partire.

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Non a caso questi, con logica ferrea, subito sottolinea un aspetto che ad altri, meno precisi, potrebbe apparire un semplice corollario: il forte consenso tra i fautori del SI all’unificazione, peraltro assolutamente coerente in ambito di progetto di “democrazia maggioritaria” della carica di segretario del partito di governo e di presidente del consiglio. D’altra parte, proprio la vocazione maggioritaria – che tende a ridurre la dinamica politica ad una logica maggioranza/opposizione – è il segno dell’idea di democrazia proposto dal SI. Ed è qui, non a caso, che l’Italicum si differenzia dalla Calderoli (più nota come Porcellum); nel senso che pure essa dava il premio di maggioranza, ma favorendo le coalizioni ed il relativo potere di ricatto delle formazioni minori; cosa ben evidenziata dai travagli dei governi Prodi e Berlusconi.

L’Italicum all’opposto, di qui l’origine della diffusa ostilità ad esso, pur non impedendo alleanza di coalizioni, le disciplina rigidamente obbligando gli alleati potenziali, per ragioni di spazio nella scheda elettorale, di fatto ad un solo simbolo; e, ciò che più conta, ad una sola lista. In sostanza, imponendo loro un patto d’alleanza dinnanzi agli elettori difficilmente ripudiabile. Un passo avanti, per il SI, in termini di responsabilità politica.

Si tratta, a guardarla da vicino, della ripresa, ma in forma fortemente attenuata, del cosiddetto neoparlamentarismo (che, col tradizionale, mantiene il rapporto fiduciario parlamento/governo), dottrina elaborata dal politologo francese Duverger al fine, appunto, di “razionalizzare il parlamentarismo per obbligare un sistema multipartitico frammentato a funzionare secondo lo schema maggioritario senza incidere sulla formazione della rappresentanza” (Barbera, Fusaro, Il governo delle democrazie, il Mulino, 2009, p.79). Concezione alla quale, va pure ricordato, si sono ispirate le leggi che hanno portato a partire dagli anni ’90 del ‘900 in Italia sia all’elezione diretta di sindaci e presidenti delle Regioni sia al loro rafforzamento, pur restando in ambito di principi proporzionalistici, con solide maggioranze. E al neoparlamentarismo s’ispira altresì la presente riforma costituzionale; ma, giova ripeterlo, in forma attenuata perché in quest’ultima, in discontinuità rispetto alle tesi dello studioso d’oltralpe, manca l’elezione diretta del capo del governo.

Viceversa presente, merita ricordarlo, nella riforma costituzionale voluta dal Centrodestra nel 2006 il cui articolo 92, difatti, così statuiva:

La legge disciplina l’elezione dei deputati in modo da favorire la formazione di una maggioranza, collegata al candidato alla carica di primo ministro.

Insomma, anche considerando che in quella del 2006 la sfiducia al governo da parte della Camera avrebbe comportato di fatto la fine anticipata della legislatura, è evidente la differenza tra le due riforme sia in termini di equilibrio dei poteri (la prima, per il costituzionalista Elia, avrebbe cancellato la “responsabilità del premier nei confronti della sua maggioranza”, ASTRID, Costituzione, una riforma sbagliata, Passigli Editore, 2004) sia di maggior capacità di adattamento alle crisi di leadership.

Questo perché per la Renzi/Boschi una maggioranza, ritenendolo inadatto, può cambiare governo – accadde alla Thatcher ed oggi a Cameron – in quanto la sostituzione del premier avviene secondo i classici parametri del parlamentarismo. La negazione, annunciata o votata, della fiducia (secondo il classico “modello Westminster”). Nondimeno, entrambe hanno in comune l’idea di una “democrazia governante”, dove, all’opposto della consociativa, le responsabilità di chi governa presso l’elettorato.

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È vero, peraltro, che di associare un valido governo della democrazia a un sistema elettorale maggioritario, oppure a un proporzionale corretto da premio (l’Italicum, ad esempio), con implica l’ipotesi di un esecutivo votato dalla prima minoranza degli elettori. Qui Tremonti vi vede un grave errore strategico: argomento forte, su cui riflettere. Prima, però, qualche considerazione al margine; ma forse utile.

La prima, banale ma da tenere a mente, è che l’ingegneria politico/istituzionale (elettorale e/o costituzionale) al massimo può dare strumenti operativi più o meno validi; ma pretendere che possa fare da scudo ai grandi tsunami economico-sociali (la crisi dei subprime, ad esempio) è troppo.

La seconda è che, seppure è vero che una maggioranza coesa facilità capacità di governo e assunzione di responsabilità dinnanzi all’elettorato, con tutto ciò nessun sistema di regole può evitare un collasso interno di un’alleanza politica: insomma, le regole possono molto; ma la magia bianca in politica è da escludersi.

La terza, infine, ed è la più importante, mette in dubbio (ovviamente non da parte di Tremonti, ma l’argomento è diffuso tra chi rigetta la riforma originata dal ddl Boschi Renzi) la legittimità democratica a governare di esecutivi espressi da minoranze elettorali poi trasformate dal sistema elettorale in maggioranze parlamentari. Limite di questa tesi è il suo carattere paradossale visto che, come minimo, porterebbe ad escludere dal novero delle democrazie, a partire dall’Inghilterra, tutte quelle dotate di un sistema elettorale “manipolativo” (maggioritario o semi proporzionalista che sia).

Oltretutto, e non è per nulla un caso, sono state proprio le democrazie di matrice anglosassone ad associare il massimo sviluppo delle libertà individuali alla minor attenzione alla rappresentatività sociale per via elettorale di parlamenti e governi, dando ad essi legittimità non in quanto “voce del popolo” ma in quanto “responsabili verso il popolo”.

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Tuttavia anche Tremonti, per quanto lontano possa essere dalle semplificazioni che contrappongono principi maggioritari a democrazia, riprende criticamente la questione del “governo minoritario”; pertanto l’argomento va affrontato, anche perché proprio qui lo studioso colloca parte significativa della sua contrarietà alla riforma. Le parole dello studioso chiariscono al meglio il suo pensiero: “Errore strategico è pensare, è illudersi che i grandi e crescenti problemi portati dalla globalizzazione – dalla crisi alle migrazioni – possano essere governati con numeri cosi piccoli”. E subito aggiunge: “Forse era così una volta, oggi non è più così”.

Questo della crisi è tema che Tremonti affronta, con giusta preoccupazione, da tempo; difatti, già agli albori del nuovo secolo osservava come un mercato senza regole possa minare la tenuta degli Stati precipitando ci in guerre regionali e locali (Jean, Tremonti, Guerre stellari, Franco Angeli, 2004); tematica poi continuamente arricchita nei suoi più recenti lavori (l’ultimo è Mundus furiosus, Mondadori, 2016) e della quale è difficile negare le molte solide ragioni.

Tuttavia, tornando a quanto egli afferma nell’intervento pubblicato sul Corriere della Sera, pare eccessivo dire che un governo di minoranza nel Paese ma maggioranza in parlamento (grazie alla legge elettorale) non possa, dinnanzi a crisi di gravità come le attuali andare da nessuna parte. E che, diversamente, per uscirne si debba voltar le spalle alla democrazia maggioritaria. Certo, anche nella logica politica di quest’ultima sono concepibili accordi vasti in parlamento; e, perfino, allargamenti della maggioranza di governo. Ma fare di essi, che dovrebbero rimanere dei casi limite, una nuova filosofia di governo necessitata nell’epoca della crisi è piuttosto problematico; e altrettanto lo è il ritorno, ovviamente coerente a questa logica, alla proporzionale. Primo perché, come ben evidenzia il “caso Spagna”, la cosa non è semplice; lo stesso recente, ma fragile, accordo madrileno tra socialisti e popolari sembra confermare. Poi, guardando oltre le Alpi, è vero che sia in Germania sia in Austria la rotta politica intrapresa dai grandi partiti storici è stata quella della “grande coalizione”; cionondimeno, è altrettanto vero che essa ha favorito l’emergere di forze cosiddette antisistema (o percepite come tali dall’establishment); perciò, a guardar bene, è almeno dubbio che le “grandi coalizioni” siano sempre una terapia efficace per il consolidamento dei sistemi politici tradizionali.

Tremonti poi vede nell’Italicum un tipico caso di eterogenesi dei fini prodotto da un errore tattico. La tesi, insomma, è che il suo autore sia stato una sorta di “Topolino apprendista stregone” che, come nel disegno di Disney nel suo indimenticabile Fantasia, è incapace di dominare le forze da se stesso evocate: fuor di metafora, quel doppio turno che, sebbene pensato per far vincere il PD, ora potrebbe regalare lo scettro di Palazzo Chigi al terzo incomodo della politica italiana: il M5S. Potrebbe essere andata proprio così; ma anche se fosse, sarebbe sufficiente per liquidare l’Italicum? Il dubbio è lecito; nel senso che proprio creando le condizioni per una possibile vittoria del M5S, esso dimostra la sua buona capacità di impedire rendite politiche da opposizione (parole libere nella sicurezza di evitare ad esse ed alla propria forza politica l’urto della realtà); insomma, una riflessione in questa prospettiva merita forse d’essere fatta. Su questo come pure sul rigetto di esso e, assieme, della riforma costituzionale. Il cui “secondo pezzo fabbricato nell’officina della riforma costituzionale” – merita riportare letteralmente le parole dello studioso perché egli vede nelle due riforme (l’elettorale e la costituzionale) l’espressione di un unico disegno politico – è, sempre secondo Tremonti, un inutile gioco di specchi. E questo a partire dall’obiettivo dichiarato: accelerare il processo legislativo: infatti, afferma, il massiccio ricorso ai decreti legge rende la velocizzazione della produzione legislativa un falso problema. Difficile obiettare qualcosa, in questa ottica; però, se ne può provare ad offrire un’altra. Ovvero che proprio il massiccio ricorso alla decretazione d’urgenza, sebbene velocizzi la produzione normativa, è il problema; che, a sua volta, rimanda ad una patologia più vasta: quella che il costituzionalista Marrone chiama “fuga del governo dal Parlamento” (Morrone, Trasformazioni costituzionali, Giappichelli, 2016).

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Significa che, sebbene sia certamente vero che è stata proprio l’evoluzione del parlamentarismo moderno a fare del governo il dominus del processo legislativo, è altrettanto vero che nulla di ciò può e deve portare alla marginalizzazione del parlamento. Al contrario, queste nuove funzioni presuppongono una sua nuova centralità. Viceversa, nonostante l’acclarato parlamentarismo di alcuni oppositori della riforma Renzi/Boschi, è ora che il parlamento è marginale. Difatti, sia gli eccessi nella decretazione d’urgenza sia la troppa delegazione legislativa, come pure la tecnica dei maxiemendamenti con, infine, il massiccio ricorso alla fiducia da parte del governo, di fatto hanno portato, pur nel rispetto formale della Costituzione vigente, ad una marginalizzazione del Legislativo lontana dai canoni, oltreché del parlamentarismo classico, pure di quelli dello stesso moderno neoparlamentarismo. Ed è a questo, più che alla velocità della produzione legislativa che la riforma punta; naturalmente, ben sapendo che non tutti i problemi potranno essere d’incanto risolti; ma, probabilmente, un passo avanti lo si farà. O, almeno, ci prova. Come? In primo luogo ponendo limiti alla decretazione d’urgenza costituzionalizzando quelli già previsti – ma caduti nel vuoto trattandosi di legge ordinaria – dalla legge 400 del 1988; poi, creando una corsia preferenziale (anche questo significa ridare centralità al parlamento) per i disegni di legge del governo caratterizzanti il suo programma. Poco? Forse. Si poteva fare di più? Chissà. Ma pare difficile negare che un tentativo positivo di risoluzione dei problemi la riforma costituzionale provi a farlo: merita rifletterci.

Altra colpa grave che Tremonti attribuisce alla riforma riguarda il “nuovo” Senato. In particolare, ritiene particolarmente negativo l’aver esteso le competenze di quest’ultimo non esclusivamente ai territori bensì di avervi incluso materie di rilievo europeo. Obbiezioni assolutamente di rilievo; nondimeno, si può affrontare la questione sotto un’angolazione meno pessimistica. In fondo, se tra le materie riservate all’approvazione bicamerale vi sono le leggi di ratifica dei Trattati europei e la partecipazione italiana all’attuazione della normativa e delle politiche afferenti all’Unione europea, ciò accade perché esse definiscono le “regole del gioco” (Guzzetti, Italia, si cambia, Rubettino, 2016) della nostra vita come comunità nazionale. Cui aggiungere che tutto ciò ha ancora più senso se si considera che sia la Costituzione vigente (art.117) che la novellata (art. 117, 5° comma) prevedono che le Regioni, per le materie di loro competenza, partecipino alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi dell’Unione europea e provvedono alla loro attuazione.

Conseguentemente, ben difficilmente queste materie avrebbero potuto essere sottratte al Senato, dato il profilo di rappresentanza territoriale che gli si è voluto dare. Resta che qui Tremonti ha toccato un nervo scoperto della riforma costituzionale; tant’è che pure molti suoi fautori qualche dubbio ce l’hanno sia sull’ampiezza delle materie cui si applica la riserva bicamerale che sull’opportunità di limitare al solo Titolo V le materie di competenza del Senato. Ciononostante, pare troppo definire il disegno di riforma, brutalmente, come irrazionale; anche perché qui esso prova a razionalizzare l’equilibrio dei poteri in essere tra centro, periferia ed Europa.

Poi, se la riforma passerà al vaglio del referendum, subirà, se negativa, per dirla col filosofo Hegel, le dure repliche della storia. Oppure, mostrerà d’essere, in toto o parzialmente, coerente ai fini che essa si propone. Nondimeno, comunque accada, è opportuno far memoria delle parole di un costituzionalista statunitense (Sunstein, Il mondo secondo Star Wars, UBE) per il quale “il racconto della Costituzione non è predefinito: gli autori dei primi capitoli non avevano modo di prevedere ciò che sarebbe accaduto più tardi. Perciò chi è venuto dopo di loro ha dovuto fare delle scelte”. Insomma, cambiare porta in terre sconosciute i cui rischi li evidenzia Tremonti. Tuttavia, a volte, è opportuno osare; specie quando nuove esigenze paiono richiederlo.

Referendum. Il No acuminato di Tremonti ultima modifica: 2016-10-27T23:11:21+02:00 da FRANCESCO MOROSINI

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