Referendum costituzionale. Ma quando si vota?

scritto da ADRIANA VIGNERI

Dopo il sasso nello stagno lanciato da Castagnetti, politico molto vicino al presidente Mattarella, che per primo ha ipotizzato l’opportunità di un rinvio della data del referendum costituzionale per le conseguenze del terremoto in Centro Italia, l’uscita del ministro dell’interno, che addirittura chiede – sia pure a titolo personale – a Forza Italia e a Berlusconi di acconsentire ad un rinvio, per l’impossibilità di continuare a discutere di riforma costituzionale nel mentre ci si deve occupare adeguatamente delle persone che hanno perso casa e lavoro e versano in gravi difficoltà (e non potranno votare), obbliga a prendere seriamente in esame le ripercussioni di una tale eventualità, che il presidente del consiglio ha già decisamente smentito. E oggi confermato (la smentita).

Da un lato vi è una semplice constatazione, chi si trova sfollato negli alberghi del litorale adriatico, o accampato in qualche modo vicino alle proprie case distrutte, come potrà votare? E dove? Occorreranno provvedimenti appositi e un’attività dedicata per consentire l’esercizio del voto, fin qui non se ne è parlato. Ma certamente si può provvedere.

Ma non sembra che chi sollecita il rinvio pensi a questo, la difficoltà di votare… piuttosto pensa ad un deficit di attenzione, al prevalere della preoccupazione per una catastrofe che ha già distrutto e ancora minaccia di distruggere una parte dell’Italia, il suo centro medioevale. Che impedisce di riflettere come si dovrebbe su una decisione molto importante e affatto diversa. E questo, sia riferito alla massa dei cittadini che dovrebbero votare, sia agli amministratori che debbono prestare soccorso e ai politici che debbono prendere le decisioni. Un insieme di persone molto più vasto di coloro che soffrono i terremoti in prima persona. Il ministro Alfano ha testualmente detto: “è molto difficile parlare di campagna elettorale quando la situazione del terremoto versa in questo stato di totale emergenza con tutti questi sfollati”.

Difficile comprendere dal di fuori da dove provenga questa sollecitazione al rinvio della data del voto, che qualche politico ha esternato. Difficile valutare se esista effettivamente una esigenza diffusa nel paese nel senso di rimandare il voto. Si tratterebbe, è evidente, di una valutazione politica e quindi di un gesto politico, non tecnico. Come tale, sarebbe valutato da un’opinione pubblica ormai solidamente divisa (incerti a parte) in favorevoli e contrari, in chi vota SI e chi vota NO. Un sondaggio a questo scopo darebbe, crediamo, lo stesso risultato che danno le rilevazioni dei favorevoli e dei contrari al nuovo testo costituzionale. Chi è favorevole vi vedrebbe una forma di responsabilità verso gli effetti del terremoto in corso, chi è contrario un modo per rinviare un esito temuto, una probabile sconfitta, o per evitarla. O, forse, il risultato supererebbe l’ammontare attuale dei contrari, perché una parte dei SI troverebbe insopportabile una ulteriore dilazione della data del voto, con le conseguenze negative che già di denunciano in termini di immobilismo politico (a cominciare da leggi importanti ferme in parlamento per finire con l’attendismo di molti dirigenti PD, in attesa di vedere chi vincerà).

La decisione politica sembra dunque sconsigliabile. E tuttavia non siamo sicuri che si voterà il 4 dicembre.

Quel che probabilmente non sarà deciso dalla politica è possibile che provenga dalla tecnica.

Salvo errore, solo gli esperti del settore danno importanza all’azione avviata da Valerio Onida avanti il Tribunale civile di Milano. Quell’azione avanti il giudice ordinario pone il problema della libertà di voto dell’elettore, che verrebbe meno per effetto della disomogeneità del quesito, che si riferisce ad oggetti e contenuti multipli e molto diversi tra loro: la riforma del Senato, i rapporti tra Stato e Regioni, l’elezione del presidente della repubblica, la disciplina del referendum. Si riconosce sostanzialmente che la legge vigente non consente, neppure all’Ufficio per il referendum della Corte di cassazione, di suddividere il quesito referendario in più parti, quando serva. Ma si sostiene che è la legge ed essere sbagliata, e quindi incostituzionale, dato che il problema che si può porre nel referendum costituzionale (l’omogeneità del quesito) non è diverso da questo punto di vista da quello che si può porre nel referendum abrogativo, sulla cui formulazione si può viceversa intervenire. In breve, si chiede al Tribunale di Milano di sollevare avanti la Corte la questione di costituzionalità della legge che disciplina il referendum costituzionale.

D’altronde questa questione, anche se finora non sollevata, era già stata rilevata dalla dottrina, quindi non sarebbe strano se il Tribunale di Milano ritenesse che essa merita di essere esaminata dalla Corte (dato che la risposta non può essere data dallo stesso Tribunale, a meno che la ritenga assolutamente infondata).

È quindi possibile, anzi probabile, che il giudice di Milano rinvii alla Corte la legge che disciplina il referendum costituzionale. Questo non vorrebbe dire che la Corte deciderà per l’incostituzionalità della legge, e meno ancora che l’attuale referendum sia “spacchettabile”; se lo è, è su questioni minori, come la soppressione del CNEL e l’esclusione dalla Costituzione delle province. Ma vorrebbe dire che il 4 dicembre non si vota.

Esito non augurabile, anche se deriverebbe da una decisione “tecnica”. Esito che ingesserebbe il paese per altri mesi, che rischierebbe di far “evaporare” la stessa riforma costituzionale. Esito che avrebbe avuto altro peso e altra funzione se fosse giunto cinque mesi fa, quando i radicali posero la questione dello spacchettamento. Ma tant’è, ora i margini sono ormai ristrettissimi.

 

 

Referendum costituzionale. Ma quando si vota? ultima modifica: 2016-11-02T22:40:35+02:00 da ADRIANA VIGNERI

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