Our Revolution. Il “partito” sanderista rilancia la sfida

scritto da ANTONIO SOGGIA

Non sottovalutatemi”: ostentava calma e ottimismo Bernie Sanders, dopo aver annunciato la sua candidatura alle primarie democratiche, nell’aprile 2015. Ai più, in quel momento, la sua era sembrata una sfida velleitaria – una battaglia di testimonianza, si direbbe – contro la nomination “inevitabile” di Hillary Rodham Clinton. Da una parte una politica nota, esperta, gradita all’establishment, che si proponeva in continuità con la presidenza Obama; dall’altra un senatore di 74 anni, che si definiva socialista, veniva da un piccolo Stato ultraprogressista del Nordest e all’elettorato proponeva una “rivoluzione politica”.

Ma l’ottimismo di Bernie non si è dimostrato ingiustificato: anche se le primarie democratiche sono state vinte da Clinton, Sanders ha raccolto più di tredici milioni di voti, pari al 43 per cento, ed è prevalso in 22 Stati. La sua campagna ha rappresentato il più consistente fenomeno di mobilitazione popolare nelle presidenziali del 2016, alimentato sia dalla grande partecipazione dei più giovani (nella fascia di età 18-29 anni, Sanders si è affermato con oltre il settanta per cento dei voti), sia dal record di finanziamenti raccolti tramite piccole donazioni individuali (quasi 230 milioni, con un importo medio di 27 dollari per singolo versamento). I delegati di Sanders hanno dato battaglia alla convention di Filadelfia, e hanno contribuito alla stesura della piattaforma più progressista che il Partito democratico ricordi negli ultimi decenni: dall’innalzamento a quindici dollari del salario minimo legale all’istituzione di un congedo parentale e di malattia, dalla gratuità degli studi universitari per le famiglie di ceto medio-basso all’estensione delle assicurazioni sanitarie pubbliche, dalla riforma del sistema fiscale e di quello penale alla lotta per la giustizia climatica, il programma democratico raccoglie tutte le principali istanze sollevate dai movimenti sociali dell’ultimo decennio.

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Proprio il lavoro svolto dai movimenti in questi anni contribuisce a spiegare il successo di Sanders. Si deve aggiungere un cambiamento culturale profondo che investe la società americana, specie i più giovani. Secondo uno studio condotto dall’American Action Network, durante le primarie democratiche, il 57 per cento degli elettori del partito di Obama dichiarava che “il socialismo ha un impatto positivo sulla società”. Un recente sondaggio della Harvard University, inoltre, ha evidenziato che, tra gli americani di età compresa tra i 18 e i 29 anni, solo il 51 per cento ha un’opinione positiva del capitalismo (contro il 42 per cento che ne dà un giudizio negativo) e il 33 per cento propone il socialismo come un’alternativa valida. Sembrano molto lontani gli anni in cui la parola “socialista” era quasi un insulto, conseguenza delle grandi ondate repressive novecentesche: la “paura rossa” degli anni ’10-’20 e il maccartismo degli anni ’40-’50. E pare di un’altra epoca l’impossibilità, per qualsiasi politico democratico che aspirasse ad una carica pubblica negli anni ‘80 e ‘90, di dirsi progressista (“liberal”) o di sinistra.

In questi ultimi giorni di campagna elettorale Sanders è attivamente impegnato al fianco di Hillary Clinton, con comizi in Stati-chiave e numerosi interventi sui media. Il senatore rappresenta un alleato fondamentale per la candidata democratica, specialmente per intercettare il voto giovane e quello più progressista. Occorre tener presente che Sanders è il politico americano più popolare al momento: ben il 56 per cento degli statunitensi, secondo un sondaggio The Economist/YouGov, ne ha un’opinione positiva; più del presidente Obama (52 per cento), e molto di più dei due principali candidati alla Casa Bianca, Clinton (40 per cento) e Trump (34 per cento).

Gli stessi leader repubblicani sembrano temerlo più di altri esponenti di rilievo del Partito democratico. Nelle scorse settimane lo speaker della Camera dei rappresentanti, Paul Ryan, intervenendo ad un raduno conservatore, ha paventato le conseguenze di una sconfitta del Partito repubblicano nel voto per il Senato: “Se perdiamo il Senato, sapete chi diventa Presidente della Commissione bilancio? Un signore di nome Bernie Sanders”. Le parole di Ryan sono state immediatamente rilanciate dai media progressisti e dallo staff del senatore del Vermont, e sono diventate uno straordinario strumento di mobilitazione: nella settimana successiva sono stati raccolti quasi 2,5 milioni di dollari da investire nella campagna per le elezioni legislative e per sostenere le candidature più progressiste. Tra queste, quella di Zephyr Teachout, già sfidante di Andrew Cuomo per la poltrona di governatore dello Stato di New York, che si candida per un seggio alla Camera, e quella di Russ Feingold, senatore del Wisconsin dal 1993 al 2010 e voce di primo piano della sinistra americana (nel 2001 fu l’unico senatore federale a votare contro il Patriot Act di George W. Bush), che si ricandida per il suo vecchio seggio. Con Feingold e con altri senatori progressisti – come Elizabeth Warren del Massachusetts, Sherrod Brown dell’Ohio e Jeff Merkley dell’Oregon – Sanders conta di costituire un gruppo di pressione coeso e determinato, capace di condizionare da sinistra una auspicata presidenza Clinton.

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La stragrande maggioranza di chi ha sostenuto Sanders durante le primarie (il novanta per cento, secondo il Pew Research Center) lo seguirà e voterà Hillary Clinton, mentre una parte convergerà sulla candidata del Partito verde, Jill Stein, alla quale la media delle rilevazioni assegna poco più del due per cento delle intenzioni di voto (nel 2012 Stein raccolse appena lo 0,4 per cento); è possibile che qualcuno scelga il candidato del Partito libertario, Gary Johnson, o addirittura Donald Trump.

La sfida di Sanders, tuttavia, non è terminata con la fine delle primarie democratiche. E non finisce nemmeno l’8 novembre. Come lui stesso ha precisato in un recente intervento sul Denver Post, “sconfiggere Trump non basta” e, se “il giorno delle elezioni è importante, lo è anche il giorno successivo”. “Il nostro compito”, ha continuato, “non è solo quello di eleggere un nuovo presidente, ma di unire le persone per trasformare il nostro Paese e creare un governo che lavori per tutti noi, e non soltanto per l’uno per cento. Fin dall’inizio della sua avventura, Sanders ha chiarito che la “rivoluzione politica” rappresentava un obiettivo di lungo periodo, e che era necessario concentrare gli sforzi sulla costruzione di un movimento duraturo per il cambiamento sociale e politico.

Per queste ragioni, nell’agosto scorso Sanders ha lanciato Our Revolution, un movimento politico che si pone tre obiettivi: rivitalizzare la democrazia americana, innalzare il livello della coscienza politica e sostenere una nuova generazione di leader progressisti. Our Revolution nasce per gemmazione dalla campagna Bernie2016 e raccoglie gran parte dello staff che ha lavorato accanto al senatore del Vermont durante le primarie. Gli sforzi del gruppo sono concentrati sull’elezione di rappresentanti progressisti a livello locale, statale e nazionale. Particolare attenzione viene assegnata al Congresso federale, specialmente al Senato, in primo luogo perché una maggioranza parlamentare è essenziale per tradurre in leggi l’ambizioso programma democratico, e poi perché il Senato passa al vaglio e ratifica tutte le nomine del Presidente (ministri, capi delle agenzie governative, ambasciatori e giudici federali).

Una parte dei collaboratori di Sanders ha dato vita ad una seconda organizzazione, Brand New Congress (BNC), che si pone obiettivi solo in parte coincidenti con Our Revolution: anzitutto, BNC si concentra sulle elezioni parlamentari di mid-term del 2018. Inoltre, anziché lavorare su singole sfide elettorali, il movimento pensa al reclutamento di almeno 400 candidati che si riconoscano in uno stesso programma (sostanzialmente quello che Sanders ha proposto durante le primarie del 2016), e che siano quindi in grado di presentare all’elettorato una proposta coerente e tangibile; l’obiettivo è suscitare lo stesso entusiasmo e la stessa partecipazione che hanno animato la campagna di Bernie. Infine, BNC pensa di presentare propri candidati anche alle primarie repubblicane, nei distretti a maggioranza conservatrice.

Non è facile dire quale ruolo avranno Our Revolution e Brand New Congress nel futuro della politica americana e se riusciranno a raggiungere i propri obiettivi. Quel che è certo è che la campagna di Sanders ha liberato energie che non sarà facile sopire. E, soprattutto, che la rivoluzione politica richiede pazienza e organizzazione, e non si fa in un Election Day.

Still feeling the Bern di Roger Cohen, The New York Times

Our Revolution. Il “partito” sanderista rilancia la sfida ultima modifica: 2016-11-06T15:56:12+00:00 da ANTONIO SOGGIA

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