Caso Saieva. Gli arzigogoli del ministro Orlando (ma li ha scritti davvero lui?)

scritto da GIORGIO FRASCA POLARA

Può un procuratore generale sostenere, nel riferirsi ad assalti ai portavalori, che

nella esecuzione di questi delitti si è principalmente trasfuso l’istinto predatorio tipico della mentalità barbaricina che stava alla base dei sequestri di persona a scopo di estorsione?

Lui può, senz’essere accusato di ignoranza e razzismo, secondo l’arzigogolata risposta scritta (che porta sì la firma del guardasigilli Andrea Orlando, ma che ha tutto il sapore e il linguaggio di un compiacente ufficio ministeriale) ad un’interrogazione con cui l’ex presidente della regione Sardegna, Mauro Pili, accusava esplicitamente il procuratore generale di Cagliari, Roberto Saieva, di avere appunto “intriso di ignoranza e razzismo” un passo della sua relazione in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario.

Non bastasse, l’alto magistrato descriveva gli omicidi come “delitti d’impeto, talora connessi a situazioni di disagio personale e sociale, o riconducibili a dinamiche di criminalità comune”, e sin qui siamo nell’ovvio, “ovvero sorretti, più spesso, da moventi che si radicano nella cultura degli ambienti agro-pastorali”. E ci risiamo con il richiamo a “pregiudizi e vergognosi luoghi comuni” che esigono “l’esercizio dell’azione disciplinare” – scriveva l’on. Pili – nei confronti del procuratore generale, tanto più per avere costui espresso, per giunta “in una occasione e in un luogo ufficiali”, concetti “di una gravità inaudita [che] necessitano di provvedimenti immediati”.

No, nessun provvedimento a carico di Saieva.

Le espressioni in quella sede pronunciate non sono state ritenute idonee a integrare profili di rilevanza disciplinare a carico del magistrato.

E perché mai?

Secondo la competente articolazione amministrativa  [cioè la Direzione generale dei magistrati presso il ministero] attraverso la lettura complessiva del testo si evince che le affermazioni censurate sono legate a significativi dati di carattere oggettivo, asseverati all’esito di indagini preliminari svolte nell’anno precedente in relazione alle citate fattispecie criminose.

Ma c’è di più e di peggio, coerentemente alla tradizionale, speciosissima giustificazione del sono-stato-interpretato-male. Perché la verità è che

il procuratore generale ha operato una traslazione concettuale delle modalità predatorie che hanno tradizionalmente connotato i sequestri di persona, storicamente maturati negli ambienti criminali della Barbagia.

Come dire che, traslando traslando, gli assalti ai portavalori sono equiparati ai sequestri di persona.

In definitiva quindi “la competente direzione”, e guai a mettersi contro i funzionari del ministero,

ha ritenuto trattarsi di affermazioni che – lungi dal concretizzarsi in valutazioni di natura antropologica volte a denigrare i valori, la storia e la cultura delle popolazioni della Barbagia – erano solo funzionali a stigmatizzare icasticamente l’efferatezza di condotte, oggettivamente acclarate, anche nelle loro modalità e nei profili prettamente soggettivi, all’esito di molteplici e complesse investigazioni pertanto prive di concreta idoneità offensiva rispetto a quei valori.

Ergo, né procedimenti disciplinari né scuse se non direttamente del pg almeno della mitica Direzione generale dei magistrati o direttamente del ministro.

Se spero che questa lunga citazione in difesa di un procuratore generale un po’ icastico abbia deliziato (o indignato) i nostri lettori, essi avranno ora il diritto di chiedere se mi contento dell’invereconda figuraccia che un pugno di burocrati ha fatto fare al guardasigilli Orlando, perché conosco abbastanza bene il ministro per smentire nel modo più assoluto che le frasi che avete letto siano farina del suo sacco. No, non mi contento affatto, e mi spiego.

Intanto mi chiedo (e altri, ora, si chiederanno) se, anche a parte il merito della questione, sia possibile che nel terzo millennio ci siano ancora da un lato un alto magistrato così imprudente nell’usare le parole – le parole sono pietre – da non meditarci sopra prima di pronunciarle; e dall’altro lato altri magistrati così consumati nell’arte di confondere le carte, pardon: le parole, da porsi sul piano dei più vecchi, più sgrammaticati specialisti del burocratese, del genere, per interderci, di quelli immortalati da un Gogol.

E poi mi chiedo, e chiedo al ministro: perché non porre un poco più di attenzione alle (tante, troppe) carte che il suo gabinetto gli sottopone alla firma? Perché, insomma, asseverare con la propria firma non tanto e soltanto la difesa d’ufficio di un alto magistrato, ma anche e soprattutto questo buro-linguaggio che tradisce di per sé imbarazzo e non sicurezza, dubbia coscienza e non capacità di persuasione?

Caso Saieva. Gli arzigogoli del ministro Orlando (ma li ha scritti davvero lui?) ultima modifica: 2016-11-07T11:12:11+02:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

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