Election Day. Il Vaticano e la nuova presidenza

scritto da MASSIMO FRANCO
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  • [Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo la traduzione italiana della Relazione all’International Institute for Strategic Studies del 18 ottobre 2018. Arundel House, Londra. Moderatore: Dana Allin, direttore di Survival]

Chiunque sarà il vincitore delle elezioni presidenziali, c’è già un potenziale perdente: il Vaticano e i vescovi americani. Raramente è accaduto alla Santa Sede di trovarsi di fronte a due candidati per la Casa Bianca così chiaramente lontani dai suoi valori e dalla sua visione strategica e geopolitica. Sia Hillary Rodham Clinton sia Donald Trump sono una sorta di alieni. Per diversi motivi.

Hillary, la candidata democratica, è considerata dalla cerchia ristretta del Papa e da quasi tutti i vescovi degli Stati Uniti un “faro della cultura e dell’ideologia laica”, come dice un influente cardinale. La Clinton rispecchia una battaglia culturale di lunga data tra il Partito democratico, il Vaticano e i vescovi statunitensi riguardo l’aborto, i diritti per gli omosessuali e il ruolo della donna. Il conflitto tra i rappresentanti del Vaticano e Hillary Clinton, in occasione delle conferenze del Cairo nel 1994 e di Pechino nel 1995, la prima sulla popolazione e lo sviluppo, la seconda sul ruolo delle donne, ha lasciato una cicatrice culturale nelle reciproche relazioni.

GAFFE CON SANDERS

Nel pieno delle elezioni primarie democratiche, il principale avversario di Clinton, Bernie Sanders, è stato invitato a intervenire a una conferenza nella Città del Vaticano, organizzata dall’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali. Strana mossa. Ma ancora più strano è stato il suo incontro “casuale” con il Papa alle 6 del mattino davanti a Casa Santa Marta, la residenza papale nel Vaticano, mentre Francesco si stava dirigendo verso l’aeroporto. É stata una gaffe politica e diplomatica, non certo programmata dalla Segreteria di Stato della Santa Sede, che è stata presa di sorpresa, dato che erano venuti a sapere dell’arrivo di Sanders appena tre giorni prima del suo arrivo. E il Papa stesso ha spiegato di avere incontrato Sanders per caso.

Era stata la rete informale intorno al Papa, in primis monsignor Marcelo Sánchez Sorondo, vescovo argentino che organizza tali conferenze, a invitare Sanders. Ma questo ormai ha poca importanza. Qualunque sia stata la dinamica, l’incontro casuale non ha giovato ai buoni rapporti tra il Papa e i Clinton. “Ce la faranno pagare per questo. Non sappiamo come e quando, ma accadrà”, così un funzionario del Vaticano, molto vicino al Papa, ha ammesso in seguito.

I CLINTON

Mi riferisco ai Clinton al plurale, in quanto vi è una lunga storia di tensioni e incomprensioni sin da quando Bill Clinton era il presidente degli Stati Uniti. Il conflitto con Giovanni Paolo II sui cosiddetti valori fondamentali, in particolare sull’aborto, era evidente e abbastanza noto.

Negli ultimi 18 mesi, o giù di lì, Bill Clinton ha tentato per ben due volte di ottenere un incontro privato con papa Francesco in Casa Santa Marta. E per ben due volte ha ricevuto un cortese ma fermo rifiuto per un incontro faccia a faccia. Poteva essere ammesso, ha spiegato il Vaticano, solo per la cerimonia di baciamano in Piazza San Pietro, tra gli altri dignitari. Il protocollo non consente una procedura diversa.

Inoltre, nel corso della visita nel  settembre 2015 di Jorge Mario Bergoglio negli Stati Uniti, il seguito papale notò che Hillary non si era presentata neanche per un saluto. Un episodio che è stato considerato la conferma di un rapporto freddo.

DIVISI DA PUTIN

Un altro membro della famiglia Clinton alla Casa Bianca sarà un problema. Un problema per i vescovi statunitensi, che temono leggi tese a rinforzare una visione laica della società americana, dopo la lunga contesa con Obama sull’Obama-care. Un fatto molto curioso e’ che, appena una settimana dopo le elezioni alla Casa Bianca, sarà nominato il nuovo presidente della Conferenza dei Vescovi degli Stati Uniti, dopo Joseph Kurtz. Sarà molto interessante vedere che tipo di approccio i vescovi cattolici avranno verso la nuova presidenza degli Stati Uniti.

Il fatto che Hillary sia considerata un falco nella politica estera, con un approccio molto assertivo su questioni come il Medio Oriente, il dossier Siria e Russia, potrebbe sfociare in tensioni con la diplomazia vaticana e con lo stesso Pontefice latino americano. La Clinton sostenne l’invasione di Bush in Iraq ed è stimata e apprezzata da molti neo-conservatori. Alcuni analisti prevedono che la Clinton prenderà le parti dei Sunniti, dell’Arabia Saudita contro l’Iran sciita e che sarà più conflittuale con la Russia.

Se così fosse, sarebbe il simbolo della nuova Guerra Fredda con la Russia, mentre per Papa Francesco, la Federazione russa e Putin in persona sono alleati nell’enigma siriano per difendere le minoranze cristiane dalla persecuzione dell’Isis. Inoltre, Putin è la chiave per un dialogo tra il Vaticano e la Chiesa ortodossa, ed egli non fa certo misteto del suo ruolo, anzi, non fa nulla per nascondere la sua influenza sul Patriarca Kirill.

Ma il Papa sa bene quali sono i vantaggi e i limiti di questa alleanza. Quando gli ho chiesto se sul Medio Oriente e sulla conseguenza del bombardamento della Libia ci fosse una convergenza di analisi con la Russia, Francesco ha spiegato che, pur avendo alcuni obiettivi in comune, “la Russia ha i suoi propri interessi, quindi è bene non esagerare. Ma prima dell’intervento c’era un Gheddafi, ora, ce n’è una cinquantina. L’Occidente deve passare attraverso un processo di autocritica …”. E ha aggiunto che, quando si ha a che fare con la Russia, non si deve mai dimenticare che nel sangue russo ci sono sempre delle tracce del suo impero passato. Il Papa non si riferiva, secondo la mia impressione, all’Unione Sovietica, ma allo zarismo.

TRUMP UN CRISTIANO NON CRISTIANO

Riguardo Trump, la distanza è meno sottile.  Una distanza diventata pubblica lo scorso nel febbraio 2016, quando Francesco è stato accusato dal candidato repubblicano di essere un agente del governo messicano in materia di immigrazione. Il motivo: un viaggio al confine tra Messico e Stati Uniti, dove, celebrando una Messa nel territorio messicano, il Pontefice aveva ribadito che si devono costruire ponti, e non muri, al fine di unire le persone e non dividerle.

“Chiunque pensi che si debbano costruire muri e non ponti, non è un cristiano” disse allora  il Papa, provocando una risposta senza peli sulla lingua da parte di Trump. E, come ammette in maniera confidenziale un cardinale italiano, “nessuno sa che cosa sia rimasto nell’intimo di Trump dopo quelle parole, così insolite per la diplomazia vaticana”.

UN MONDO CATTOLICO DISORIENTATO

La preoccupazione è evidente. Ma non è un problema legato alla religione di Trump o della Clinton. Trump è un presbiteriano protestante, Hillary é una metodista. Ma non è questo il punto. Il voto cattolico, inteso come un blocco omogeneo, non esiste più negli Stati Uniti né altrove; anche se è da sottolineare che dal 1972 i cattolici statunitensi hanno votato a maggioranza per il candidato che ha vinto le elezioni. Inoltre, l’anti-cattolicesimo è oggi sorpassato più che mai.

Il problema con Trump è radicato in profondità all’interno del mondo cattolico stesso. La preoccupazione del Papa deriva dalla paura che Trump potrebbe diventare il campione di un’Internzionale della xenofobia: una sorta di faro del razzismo, di una versione esclusiva del cristianesimo, della supremazia dei bianchi, attirando in quest’orbita anche molti cattolici conservatori. Il fenomeno è già in aumento in tutta l’Europa occidentale e orientale, con l’ascesa di forze populiste. La peculiarità della situazione attuale non è soltanto nel fatto che il numero dei razzisti sia cresciuto, ma piuttosto nel fatto che il successo di demagoghi come Trump stia avendo una portata al di là di un normale bacino di elettori, tra persone disilluse che non sono né razziste né anti-islamiche. La prospettiva che gli Stati Uniti possano eleggere un presidente apertamente contro l’immigrazione, riferendosi a tutta l’America Latina, e contro l’Islam, è vista come un incubo da un Pontefice argentino che sta lottando per migliorare e cambiare le relazioni tra Nord e Sud America, e che cerca di spiegare ai circoli conservatori cattolici che l’islamismo non può essere associato al terrorismo.

Si tratta di una battaglia culturale, combattuta apparentemente contro Trump, ma di fatto rivolta all’interno del mondo cattolico. Un’alleanza tra il populismo europeo e il razzismo di Trump potrebbe rivelarsi devastante. Ecco perché, qualunque sia l’esito, la Santa Sede è preoccupata per gli Stati Uniti che emergono dalla campagna presidenziale: un Paese amaramente diviso tra valori fondamentali, con posizioni xenofobe e laiche entrambe radicalizzate.

Il problema è aggravato dall’approccio di Papa Francesco su questioni come i diritti degli omosessuali e i matrimoni gay, il matrimonio di persone divorziate: in generale, un’interpretazione molto inclusiva e a tratti disorientante della dottrina cattolica. In molte diocesi occidentali le sue parole non sono sempre comprese, e di volta in volta vengono silenziosamente contestate o addirittura rifiutate. La sua ultima scelta, la nomina di 17 cardinali da tutto il mondo, ma non dall’Europa e dall’Italia, non a caso, ha confermato i dubbi sulla sua perenne mancanza di fiducia verso l’Europa. Si tratta di una divisione culturale: Francesco è un latino-americano e per lui il vecchio continente sta invecchiando, è laico e non in sintonia con la sua idea della Chiesa Cattolica radicata nelle periferie del mondo. L’egemonia dell’Occidente, più in generale, è lontana dalla sua visione del futuro. Se la Chiesa Cattolica è un ospedale da campo, come l’ha definita proprio all’inizio del suo pontificato, anche l’Occidente è un ospedale da campo: una realtà e un modello di società in declino, con valori da aggiornare o rimodellare completamente.

LA DIPLOMAZIA DELLA MISERICORDIA

Una simile  strategia ha delle implicazioni strategiche. Francesco è contro il divario Est-Ovest. Per lui la Guerra Fredda, la vecchia come una nuova, è un concetto difficile da capire e da accettare. Il Papa è il principale stratega della “diplomazia della misericordia”, come ha scritto il redattore capo Antonio Spadaro su La Civiltà Cattolica, il trimestrale dei gesuiti italiani, il 13 febbraio 2016. Spadaro è un interprete fedele del pensiero del Papa. Il Pontefice argentino prevede una politica estera in cui la Santa Sede mira a “una relazione diretta e fluida con i superpoteri, senza far parte di una rete prestabilita di alleanze e influenze”. C’è un rifiuto a “dividere il mondo tra vittime e carnefici”. Anche di fronte al terrorismo, Spadaro ha scritto che “Papa Francesco ha reagito con sgomento, non soltanto prendendo le parti…”.

Facile intuire la difficoltà di rendere tale approccio accettabile per una parte dell’opinione pubblica occidentale, che è spaventata e inorridita da attacchi terroristici e omicidi da parte dell’Isis. Anche le cerchie del mondo cattolico che vivono la crisi economica, l’immigrazione e il terrorismo come minacce da cui difendersi, potrebbero trovarlo difficile da accettare. Francesco è ancora molto popolare, ma nuota controcorrente. E gli Stati Uniti potrebbero rivelarsi la corrente più forte contro cui nuotare.

“La nostra strategia non può che essere quella del male minore” dice uno stretto consigliere del Papa. Ci sono molti campi in cui il dialogo può sostituire il confronto.

L’impressione è che il primo impatto sarà duro. E se nel marzo 2013 furono gli Stati Uniti a essere costretti a capire cosa era successo nel Conclave che aveva eletto Bergoglio, ora è il contrario: è il Vaticano costretto a capire che cosa significano Clinton e Trump per la Santa Sede e per il mondo. Si tratta di una sfida da cui i due imperi paralleli potrebbero uscirne trasformati e più distanti che mai.

traduzione per ytali dal testo inglese di Sara Barile 

Election Day. Il Vaticano e la nuova presidenza ultima modifica: 2016-11-08T00:15:00+01:00 da MASSIMO FRANCO

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