Donald Trump. La mappa della vittoria

scritto da ANTONIO SOGGIA

Donald Trump è il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti e, per la prima volta dal 2006, il Partito repubblicano controllerà la Casa Bianca e i due rami del Congresso. Queste sono per ora le uniche certezze di un day-after segnato dallo sbigottimento, in America e nel mondo, per il risultato elettorale.

Guardando ai dati provvisori, tuttavia, è possibile tracciare una fotografia parziale del voto, destinata ad essere aggiornata nelle prossime ore. In sintesi: Trump non sfonda nel voto popolare, ma riesce a conquistare una manciata di Stati-chiave – a parte la Florida, tutti concentrati nella regione dei Grandi laghi, dalla Pennsylvania al Wisconsin – e ad ottenere così la maggioranza dei grandi elettori. La mobilitazione delle donne, dei giovani e delle minoranze razziali, che nel 2008 e nel 2012 aveva portato Obama alla Casa Bianca, è stata inferiore alle precedenti elezioni presidenziali, e non tale da compensare il peso dell’elettorato maschile bianco. La vittoria di Trump ha avuto un effetto di trascinamento sulle sfide per il Congresso, consentendo ai repubblicani di conservare la maggioranza del Senato e di ridurre al minimo le perdite alla Camera dei rappresentanti. Sono state smentite le previsioni di tutti – ma proprio tutti – gli istituti che si occupano di rilevazioni demoscopiche e di studio delle dinamiche elettorali in relazione a quelle socio-demografiche e politiche. Complessivamente emerge un quadro con tendenze contraddittorie, al quale è per il momento difficile attribuire una lettura unitaria.

Ma andiamo per ordine. Anche se non è ancora terminato il conteggio dei voti, Clinton e Trump appaiono sostanzialmente appaiati nel cosiddetto voto popolare: entrambi si attestano tra il 47,5 e il 48 per cento dei suffragi. È anzi probabile che, man mano che affluiscono i risultati della costa Ovest e vengono conteggiati i voti per posta e quelli non ancora assegnati (per problematiche relative all’identificazione dell’elettore) – che tendono a favorire i democratici – Hillary sia la candidata che ottiene il maggior numero di voti complessivi a livello nazionale. Insomma, Trump potrebbe non andare molto al di là del 47per cento raccolto da Romney nel 2012, con i suoi 60,7 milioni di voti. Clinton, d’altra parte, si fermerebbe almeno tre punti percentuali al di sotto del risultato di Obama quattro anni fa (51 per cento, 65,5 milioni di voti). I voti mancanti ai due principali partiti sono andati essenzialmente alla candidata verde, Jill Stein, e al candidato libertario, Gary Johnson.

Non è facile dire in quali aree politico-culturali abbiano pescato i candidati minori, soprattutto Johnson, sul quale però dovrebbe essersi riversato prevalentemente il consenso conservatore ostile a Trump. È da notare anche che i voti raccolti dalla candidata verde non sarebbero stati sufficienti a Clinton per ribaltare a proprio favore l’esito del voto in Florida, Pennsylvania, Ohio e Iowa (in North Carolina, altro Stato in bilico, il nome di Stein non era presente sulla scheda); non così in Wisconsin e Michigan.

Per quanto riguarda la composizione del voto, se si confrontano gli exit polls della CNN del 2016 con quelli del 2012, si nota subito che la mobilitazione femminile nelle ultime elezioni è stata, seppur di poco, inferiore rispetto alla precedente tornata elettorale: le donne costituivano il 53 per cento dei votanti quattro anni fa, e ne rappresentano il 52 per cento oggi. È anche calata la quota di donne che ha votato democratico (dal 55 al 54 per cento, anche se il voto per i repubblicani è sceso dal 44 al 42 per cento). In altre parole, non si è verificata quella sovra-mobilitazione che si attendeva in presenza di una candidatura femminile, da una parte, e di una apertamente misogina, dall’altra. Anche l’affluenza ai seggi degli afroamericani è calata (i neri sono scesi dal 13 al 12 per cento dei votanti), così come è scesa la quota di coloro che hanno votato per i democratici (dal 93 all’88 per cento), possibile conseguenza dell’assenza del nome di Obama sulla scheda. Il dato più sorprendente riguarda la popolazione ispanica: cresce di poco il loro peso relativo (dal dieci all’undici per cento dei votanti) e, soprattutto, scende il voto per i democratici, dal 71 per cento del 2012 al 65 per cento di oggi. I giovani, un altro pilastro della Obama coalition, hanno partecipato al voto in modo sostanzialmente equivalente al 2012: gli elettori con età compresa tra i 18 e i 29 anni sono rimasti il 19 per cento dei votanti, e anche il consenso per il candidato repubblicano è rimasto invariato (37 per cento); a cambiare è stato il voto per i democratici, sceso dal 60 al 55 per cento. In questa fascia di età, evidentemente, è stata più marcata l’adesione alla proposta dei partiti minori.

Per quanto riguarda i bianchi, il discorso deve essere articolato maggiormente. Il loro peso nell’elettorato scende in quattro anni dal 72 al 70 per cento. Secondo una tendenza costante dal 2008, si riduce anche il numero di elettori bianchi che vota democratico: era il 43 per cento quando Obama vinse per la prima volta, il 39 per cento quattro anni più tardi, sono il 37 per cento oggi. All’interno di questo gruppo, tuttavia, si registrano delle variazioni basate sul genere. Rispetto al 2012, il candidato repubblicano migliora il proprio risultato tra gli uomini bianchi (dal 62 al 63 per cento dei consensi), ma lo peggiora tra le donne (dal 56 al 53 per cento). Se si analizza poi l’elettorato in base al livello di reddito e di istruzione, si vede che Trump prevale su Clinton tra coloro che non hanno completato gli studi al college (52-44 per cento), ma il risultato è da attribuire interamente al successo del repubblicano presso l’elettorato maschile bianco con il livello di istruzione più basso: qui Trump stacca Clinton di 39 punti percentuali (67-28 per cento). Clinton, inoltre, conquista la maggioranza dei voti degli elettori con un reddito inferiore ai cinquantamila dollari annui (52, contro il 41 per cento di Trump); tuttavia, questa fascia di elettorato si è mobilitata meno rispetto al 2012, scendendo dal 41 al 36 per cento dei votanti, e si è dimostrata meno fedele ai democratici rispetto a quattro anni fa, quando votò per Obama al sessanta per cento.

Come spiega Nate Cohn sul New York Times, alla vigilia del voto gli analisti hanno sottovalutato il peso che i lavoratori bianchi avevano all’interno della coalizione democratica negli Stati del Nord e del Midwest: è qui che si registra il più massiccio spostamento di consensi dal Partito democratico a quello repubblicano. Si tratta delle contee rurali del New England e del Midwest e degli Stati della Rust belt, a lungo bastioni democratici dominati dalla forza-lavoro sindacalizzata, che più di altri hanno sentito le conseguenze della deindustrializzazione e delle delocalizzazioni.

Il voto per il presidente, come anticipato sopra, ha favorito i candidati repubblicani al Congresso federale. Contrariamente ai pronostici della vigilia, il GOP mantiene il controllo del Senato, cedendo ai democratici solo il seggio dell’Illinois, quello che fu di Barack Obama. I democratici sono riusciti a difendere il seggio senatoriale del Nevada, che per trent’anni è stato occupato da Harry Reid, leader – fino ad oggi – del loro gruppo parlamentare. I repubblicani uscenti sono stati invece riconfermati in Wisconsin, North Carolina e Pennsylvania – dove i democratici speravano di prevalere – mentre non si è ancora chiuso il conteggio dei voti in New Hampshire, dove la democratica Maggie Hassan è avanti per poche centinaia di voti rispetto alla senatrice repubblicana uscente, Kelly Ayotte.

Se anche il New Hampshire passasse ai democratici, il GOP manterrebbe una maggioranza di 52 seggi. Sarebbe in grado di controllare le nomine presidenziali che il Senato è chiamato a ratificare (ministri, alti funzionari governativi, giudici federali, ambasciatori). I democratici mantengono solo un potere negativo, estrema risorsa delle minoranze parlamentari: almeno 41 senatori possono esercitare senza limiti di tempo l’ostruzionismo parlamentare (il filibustering), di fatto impedendo l’approvazione delle leggi e la conferma dei giudici della Corte suprema scelti dal Presidente. Nel quadro dei rapporti di forza che si sono costituiti, non è chiaro se e quanto i democratici faranno ricorso a questo strumento.

Più complessa appariva, secondo i sondaggi, la conquista della maggioranza della Camera da parte dei democratici. Qui il Partito repubblicano detiene la sua maggioranza più ampia dagli anni ’30 del Novecento: 247 seggi, a fronte dei 188 seggi dei democratici. Anche se il conteggio dei voti è ancora in corso, i repubblicani si sono già assicurati il controllo di 236 seggi, e contano di limitare le perdite a meno di dieci seggi.

Nella sfida per il Congresso si misura anche la sconfitta per i sanderistas di Our Revolution, che avevano investito molto sulla possibilità, per i democratici, di tornare a controllare il Senato e di ampliare la propria rappresentanza alla Camera con l’afflusso di nuovi esponenti progressisti. In particolare, dalla sfida del Wisconsin esce sorprendentemente sconfitto Russ Feingold, esponente di rilievo della sinistra del Partito democratico, già senatore dal 1993 al 2010, unico senatore federale a votare contro il Patriot Act del 2001. Viene sconfitta anche Zephyr Teachout, astro nascente della sinistra del partito e assai sostenuta da Sanders, che correva per un seggio alla Camera nello stato di New York, travolta dal successo repubblicano nelle aree rurali dell’Est. In totale, delle 106 candidature sostenute da Our Revolution per cariche pubbliche a livello locale, statale e federale, 52 risultano al momento vincenti o in vantaggio.

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Complessivamente, il voto tradisce le aspettative sul comportamento elettorale di segmenti importanti dell’elettorato e traccia un quadro a tinte contrastanti. Se, ad esempio, per un verso il voto sembra esprimere un rigetto delle politiche di Obama, per l’altro – secondo gli exit polls CNN – il 53 per cento degli elettori dichiara di avere una visione positiva del presidente uscente, mentre il sessants dà un giudizio negativo di Trump. Inoltre, la maggioranza del Congresso resta nelle mani dei repubblicani, ma il 55 per cento dei votanti dice di avere una opinione negativa del GOP, a fronte del 49 per cento che afferma altrettanto del Partito democratico. Restano insomma vive la polarizzazione politica e la sfiducia nei confronti della politica di Washington che hanno contrassegnato la società americana negli ultimi anni. E – fatto più nuovo – la presidenza Trump si apre in un clima di radicata sfiducia nei confronti dei neo-eletti, al termine di una campagna violenta e marcata dalla delegittimazione reciproca. Sarà difficile curare le ferite di questa America.

Donald Trump. La mappa della vittoria ultima modifica: 2016-11-09T18:15:01+02:00 da ANTONIO SOGGIA

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