“Benvenuti alla lotta” contro Trump. L’editoriale di The Nation

The Nation è la voce più diffusa e più rispettata delle sinistra americana. Fondata nel 1865, è da allora continuativamente in circolazione. Il giorno dopo la vittoria di Trump, il settimanale, nella sua versione online, ha pubblicato un editoriale del condirettore G. G. Guttenplan che, fin dal titolo, Welcome to the Fight, è un appello alla lotta contro il nuovo presidente e ciò che rappresenta. ytali l’ha tradotto.

Se ci ritiriamo nel nostro dolore e abbandoniamo coloro che sono maggiormente minacciati dalla vittoria di Trump, la storia non ci perdonerà mai.

Sono tempi, questi, che mettono alla prova il nostro animo, di uomini e donne.

La notte di martedì 8 novembre l’America ha vissuto un terremoto politico. Anche se l’entità del danno non è ancora chiara, non si può negare la dimensione dello sconvolgimento: un uomo che ha impostato la sua campagna elettorale su un programma di ostilità nei confronti degli immigrati, di disprezzo per le donne e di indifferenza per la libertà civile e religiosa è stato eletto ora presidente degli Stati Uniti.

Lo stesso Partito repubblicano che ha ostacolato con successo l’approvazione di leggi progressiste negli ultimi otto anni e ha bloccato il presidente Obama a ogni tornante del suo percorso, ora controlla sia il Senato sia la Camera dei Rappresentanti. E la Corte Suprema, per tanto tempo baluardo delle nostre libertà, rischia di diventare un semplice avallo per il privilegio economico e la reazione sociale forse per un’intera generazione.

Con Citizen United che ha incanalato torrenti di finanziamenti provenienti dalla grande impresa sommergendo candidati progressisti al Congresso come Russ Feingold, Zephyr Teachout, Ted Strickland e con il referendum in California volto a controllare l’aumento dei prezzi dei farmaci siamo, a quanto pare. soltanto all’inizio. Con Donald Trump e Mike Pence alla Casa Bianca e una maggioranza conservatrice di nuovo alla Corte suprema, decisioni che solo pochi giorni fa sembravano ormai giurisprudenza acquisita – il matrimonio gay, l’aborto legale, il diritto di iscriversi a un sindacato, lo stesso diritto alla cittadinanza per chi nasce in questo paese – possono finire ora sotto attacco. Sono tutte battaglie che non ci possiamo permettere di perdere.

E così, nonostante la tentazione del lutto, dobbiamo organizzarci. Perché se non possiamo contare sul presidente, sul Congresso, o sui tribunali, non abbiamo altra scelta se non fare affidamento gli uni sugli altri. Per darci conforto ma anche forza, e per la sopravvivenza stessa.

Ci sarà un tempo per le recriminazioni. Un tempo per stabilire quale parte del disastro che ci troviamo di fronte sia dovuta alla reazione bianca, quale alla misoginia e quale alla rivolta contro le élite di Washington, Hollywood, e Manhattan. Un tempo e una necessità per discutere quanto sia da biasimare il Partito Democratico per la scelta di un candidato così inviso a tanti uomini e donne che hanno preferito affidare il loro futuro a Donald Trump. Un tempo per cercare di valutare l’effetto di un intervento tardivo del direttore dell’FBI James Comey senza precedenti nella campagna elettorale e del cinismo manifestato dal modo in cui Debbie Wasserman Schultz e il Comitato Nazionale Democratico hanno distorto i processo di nomination del candidato presidenziale. Ci sarà anche tempo per discutere se Bernie Sanders non avrebbe potuto essere un democratico più eleggibile.

No, non è oggi il tempo delle recriminazioni.

Hillary Clinton è stata sconfitta.

Il Partito Democratico è nella completa confusione. Le donne americane hanno imparato che anche un buffone del tutto privo di esperienza di governo o di un passato come servitore dello stato ha più probabilità di essere eletto presidente, fintanto che ha un pene, un suo programma televisivo e un miliardo di dollari (più o meno). E così molte delle nostre speranze – l’istruzione universitaria gratuita, un salario minimo vivibile, l’ampliamento della sicurezza sociale, un percorso verso l’assistenza sanitaria universale, il congedo familiare retribuito, la fine delle carceri gestite da privati, l’abolizione della pena di morte, ora sono finite in pezzi, insieme con la prospettiva di una amministrazione che, qualunque siano stati i suoi limiti, si era dimostrata aperta alle pressioni da sinistra.

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Tutto ciò significa che dobbiamo esercitare da sinistra una pressione ancora maggiore: scendere in piazza sempre più numerosi, per gridare forte contro l’ingiustizia, ed essere anche preparati a sostenere tutti i giorni una massiccia disobbedienza civile non violenta su una scala che non si vede in questo paese da decenni. Non perché ci rifiutiamo di riconoscere i risultati delle elezioni. Ma perché, come avremmo scritto indipendentemente da chi avesse vinto la notte scorsa, le elezioni sono solo l’inizio della lotta per il potere. E perché nella competizione a venire ci sono alcuni in pericolo immediato, che hanno bisogno del nostro aiuto, della nostra energia e della nostra solidarietà.

La storia giudicherà questo paese – i nostri leader, il nostro sistema di media e intrattenimento, noi stessi ei nostri concittadini – ci giudicherà con durezza per l’elezione Donald Trump. Ma se ci ritiriamo nel nostro dolore privato e abbandoniamo coloro che, d’ora in poi, si sentono più minacciati dal risultato – musulmani americani, ispanici americani, LGBTQ (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali) americani, le donne, i giovani – la storia non ci perdonerà mai.

Invece, dobbiamo rialzarci e combattere. Per rendersi conto che non siamo senza risorse, forze e potenziali leader in questa lotta. Donald Trump ha fatto una campagna su una serie di promesse impossibili: non solo quella di abrogare il sistema sanitario di Obama ma sostituirlo con qualcosa in grado di offrire alta qualità e assistenza sanitaria a prezzi accessibili a tutti gli americani; rilanciare la produzione americana, tagliare le tasse, migliorare l’istruzione, fornire assistenza all’infanzia, ridurre il deficit, sconfiggere il “terrorismo islamico radicale,” arginare l’immigrazione, espandere l’economia, e, naturalmente, costruire quel muro. Ha anche promesso di fermare la Trans-Pacific Partnership (TPP accordo economico tra 12 paesi del Pacifico)- quella promessa che la sua stessa elezione può ben garantire, liberando per altre battaglie la coalizione riunita per quella lotta tra il movimento dei lavoratori da una parte e degli ambientalisti dall’altra.

 

E anche se Hillary Clinton, che ha cincischiato sul TPP e non ha detto nulla di significativo sul Dakota Pipeline, è ormai irrilevante rispetto alle prossime lotte, il presidente Obama deve decidere se lasciare che la sua sconfitta diventi la sua sconfessione o rimboccarsi le maniche e unirsi alla lotta per preservare la sua eredità e la nostra repubblica.

La posta in gioco è troppo alta per essere accecati dalle emozioni. Obama rimane non solo un presidente molto popolare, ma un simbolo di e portavoce della diversità, della civiltà e della tolleranza minacciate dall’elezione di Trump, e potrebbe, se volesse, aiutare a condurre la lotta insieme a Bernie Sanders, Elizabeth Warren, e i progressisti eletti di recente come Pramila Jayapal e Jamie Raskin, le cui vittorie sono come fari nell’oscurità.

Le poste in gioco sono anche troppo alte per non essere strategiche. Non tutti gli impulsi di Trump erano sbagliati; Non tutto il suo appoggio proviene dalla paura o risentimento razziale o sessuale. Una politica commerciale che metta in primo piano non solo la produzione americana ma i lavoratori americani sarebbe un obiettivo degno per qualsiasi presidente.

E se i suoi segnali contrastanti sulla politica estera sfidano facili interpretazioni, il rifiuto dell’imperialismo americano che ha guadagnato a Trump lo sdegno dell’establishment della politica estera potrebbe anche meritare un sostegno critico da parte dei progressisti – e da chiunque altro tema un tuffo in una nuova guerra fredda. Nel 1952, con l’originale guerra fredda al suo apice, I.F.Stone sfidò i suoi lettori con “Back Ike for Peace“. La crisi attuale esige la stessa disponibilità a cogliere le opportunità senza essere paralizzati dal pregiudizio nei confronti di chi le propone. Quando le proposte di Trump sono progressiste dovremmo sostenerle – a prescindere dai suoi motivi.

Ma quando, come sarà molto più spesso il caso, offrono finte soluzioni, dobbiamo denunciarle. E quando rappresentano una minaccia per i nostri diritti, i nostri concittadini o la salute del nostro pianeta, dobbiamo opporci con tutti i mezzi pacifici a nostra disposizione, dall’ostruzionismo in Senato e infiniti emendamenti alla Camera, all’ostruzione fisica della macchina della repressione inclusa la mobilitazione di massa e dimostrazioni sulle nostre strade e nelle nostre città.

Conoscendo la retorica di Trump, sarebbe sciocco non aspettarsi in cambio la repressione. Quindi dobbiamo essere pronti anche a questo, politicamente, rafforzando gruppi come Planned Parenthood, l’ACLU, Black Lives Matter, e il movimento sui diritti degli immigrati; emotivamente, praticando la solidarietà; e praticamente, scegliendo le nostre battaglie e non sprecando tempo prezioso ed energie per lotte interne e settarie.

Se vogliamo sopravvivere al regime Trump e avere qualche speranza di bloccarlo nel 2018 e ribaltarlo nel 2020, dobbiamo lavorare insieme: gli elettori di Stein e Clinton, gay e non, nero, marrone e bianco, il cristiano e l’ebreo, il mussulmano e l’ateo, socialisti e liberali (e persino alcuni libertari). I prossimi quattro anni metteranno alla prova il nostro paese e il nostro movimento, come niente altro che abbiamo visto nella nostra vita. Benvenuti alla lotta.

Traduzione di Carlo Vianello

“Benvenuti alla lotta” contro Trump. L’editoriale di The Nation ultima modifica: 2016-11-13T18:36:49+02:00 da

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