Il “sì” e il “no” dopo Trump. Angosce di un elettore

scritto da ALDO GARZIA

Si può separare il merito del quesito referendario del 4 dicembre dagli effetti politici del voto a seconda che prevalgano i “sì” o i “no”? L’operazione implica un salto concettuale ma non è affatto stravagante, soprattutto dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca e la conferma di un ciclo politico a livello internazionale non progressista e di sinistra che potrebbe presto avere effetti pure in Europa oltre la Brexit (elezioni in Francia e Germania).

La riforma costituzionale messa a punto dal governo Renzi non è convincente. Per esempio, il Senato poteva essere abolito sic et simpliciter e l’eventuale Camera delle Regioni poteva essere composta in modo diverso (contro l’abolizione hanno giocato banalmente i posti da mettere a disposizione per evitare la riduzione secca degli interessi di partito).

Troppo macchinosa risulta inoltre la ripartizione dei poteri tra Camera e Senato delle Regioni. Si poteva infine usare un altro metodo rispetto ai ripetuti voti di fiducia (chi ora invoca accordi più larghi non può tuttavia dimenticare le polemiche frontali sul Patto del Nazareno). Bisogna tenere poi bene a mente il solenne impegno delle Camere a operare riforme istituzionali nel momento della rielezione di Napolitano al Quirinale.

Ma il merito fa ormai parte solo in minima percentuale del confronto referendario: il “sì” esalta oltre ogni misura le virtù taumaturgiche della riforma; il “no” parla a sproposito di “tutti i poteri al premier” e di stretta autoritaria (Renzi peggio di Berlusconi) con tendenze liberticide. Resta il fatto che la retorica sulla riforma costituzionale ha partorito una bozza non convincente, la cui bocciatura sarebbe però la conferma dell’impotenza della politica che caratterizza ormai una lunga fase (la prima commissione sulle riforme è datata 1983).

L’elettore, a maggior ragione se di sinistra, è perciò angosciato sul che fare. L’angoscia cresce se si ragiona sulle ripercussioni del voto. La vittoria del “no” avrebbe un sapore anti-establishment (analogia con l’elezione di Trump?), metterebbe probabilmente in crisi un governo scricchiolante e ne favorirebbe un altro di emergenza con larghe intese per fare la nuova legge elettorale e andare a votare quanto prima. Renzi, in questo quadro, subirebbe un duro colpo. A gioire sarebbero quanti lo ritengono il tappo che impedisce la ripresa della sinistra.

La vittoria del “sì” invece darebbe fiato e continuità al governo e al premier, vincitore praticamente da solo contro tutti nel braccio di ferro referendario. Renzi ne risulterebbe ringalluzzito e stabilizzato finalmente dal voto popolare. È probabile che si andrebbe a votare comunque presto per capitalizzare il risultato e mettere a prova la riforma costituzionale.

L’angoscia raggiunge l’acme se si pensa alla personalizzazione della vittoria di uno schieramento o dell’altro. Se prevalgono i “sì”, il vincitore indiscusso è Renzi. Se vincono i “no”, data l’eterogeneità del fronte (tutta la destra, la minoranza Pd, D’Alema, Cgil, Anpi, Movimento 5 Stelle, Sinistra italiana), difficile attribuire la vittoria a un soggetto singolo. È probabile che sarebbero i grillini a beneficiare più di altri dell’esito referendario esaltandone il carattere rivoluzionario alla Trump, definito da Grillo “artefice di una apocalisse” contro tutti i poteri.

Astenersi, allora, o scegliere il male minore? Solo due settimane per sciogliere il dilemma.

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Il “sì” e il “no” dopo Trump. Angosce di un elettore ultima modifica: 2016-11-14T11:16:20+02:00 da ALDO GARZIA

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