L’escalation anti-curda di Erdoğan e l’inerzia dell’Occidente

scritto da GIANPAOLO SCARANTE

Gli ultimi drammatici eventi verificatisi in Turchia, mi riferisco in particolare al clamoroso arresto del presidente del partito curdo HDP (Halkların Demokratik Partisi) Selahattin Demirtaş avvenuto dei giorni scorsi, hanno oggettivamente segnato un punto di non ritorno nel progressivo degrado democratico della vita politica del Paese.

L’incarcerazione di un leader prestigioso e dotato di seguito popolare come Demirtaş, che s’accompagna alle decine di arresti di parlamentari dello stesso partito, rappresenta infatti il passaggio ad un livello di intolleranza politica mai sperimentato nella storia recente del Paese e che trova un riferimento comparabile solo con l’epoca dei colpi di stato dell’Esercito negli anni Sessanta e Settanta.

I fatti avvenuti sono di particolare gravità per varie ragioni. La prima è che si è voluto colpire il partito espressione della minoranza curda nel Paese in un momento delicatissimo sia della vita politica interna sia della situazione di sicurezza dell’intera regione. La crisi siriana infatti infuria da oltre sei anni e coinvolge nei combattimenti sul terreno contro l’ISIS un gran numero di attori, tra i quali i peshmerga curdi e le stesse forze armate turche.

Sembrano oramai lontani gli anni, era il 2009, in cui il presidente Recep Tayyip Erdoğan aveva avviato un coraggioso tentativo di riconciliazione con la minoranza curda, la cosiddetta “iniziativa curda”, un progetto di revisione legislativa che avrebbe dovuto portare a comporre lo storico dissidio e ad avviare un’epoca di pacifica convivenza.

Tra alterne vicende il processo venne portato avanti e vide concessioni di un certo peso da parte del governo e approcci riservati via servizi segreti con il leader Abdullah Öcalan, detenuto da anni a İmralı una piccola isola nel Mar di Marmara. E ci fu , soprattutto, almeno per qualche tempo, una tregua delle armi, che interruppe lo stillicidio di vite umane, curde e turche, che da decenni caratterizza l’area di Diyarbakır. Un conflitto non dichiarato che negli ultimi due decenni si calcola abbia provocato decine di migliaia di vittime.

Oggi Erdoğan va allo scontro frontale con i “suoi” curdi, perché si sente abbastanza forte per farlo e sa che una buona parte dell’opinione pubblica lo segue su questa strada grazie ai pregiudizi anti curdi assorbiti nel corso dell’educazione scolastica e a quelli tuttora insistentemente ricorrenti nel sistema mediatico.

Ma anche perché egli guarda più lontano, oltre le montagne di Diyarbakır, in Siria appunto, dove la situazione si è posta in movimento e potrebbe riservare conseguenze imprevedibili e pericolose. In particolare potrebbe realizzarsi la creazione di uno stato curdo indipendente a ridosso del confine siro-turco, ipotesi storicamente sempre osteggiata con ogni mezzo da turchi e ottomani.

Nella scala delle priorità della politica estera e di sicurezza di Ankara l’obbiettivo di impedire la nascita di uno stato curdo ai propri confini viene prima di tutto, anche prima della lotta al Califfato, come abbiamo visto in questi lunghi anni di crisi siriana. Sotto questo profilo il pugno di ferro sui curdi in Turchia da parte di Erdoğan potrebbe configurarsi quale una sorta di azione preventiva verso i paventati sviluppi al di la del confine in direzione di un’entità curda indipendente.

Ma vi è un seconda ragione per cui l’arresto di Selahattin Demirtaş e dei suoi colleghi di partito è particolarmente grave. Colpendo i vertici dell’HDP si è paralizzato il terzo partito dell’arco politico turco: un partito con circa sessanta deputati nel parlamento di Ankara e che nelle ultime elezioni ha ottenuto il dieci per cento dei voti,. Ma soprattutto si è fermato quel leader che alle elezioni politiche del giugno 2015 con il suo imprevisto successo elettorale aveva impedito a Erdoğan di raggiungere la maggioranza qualificata in parlamento e di poter così realizzare l’agognata riforma costituzionale in senso presidenzialista.

L’arresto di Demirtaş ha il sapore della vendetta, ma anche di qualcosa di più grave. Esso rappresenta, per la prima volta in questi termini, un attacco violento diretto e puntuale ad un partito politico legalmente presente in parlamento e alla persona del suo leader carismatico. Non si tratta più di azioni mirate a intimidire giornalisti, professori, magistrati o altre categorie giudicate scomode, ma di una ferita al cuore del sistema democratico, alle sue stesse espressioni formali e istituzionali.

Ce qualcuno oggi in grado di fermare il presidente Erdoğan sul piano in discesa della deriva autocratica?

Non mi sembra. Non certo gli Stati Uniti, non l’ha fatto l’America di Obama, non penso che voglia o possa farlo quella di Trump.

Potrebbe forse farlo l’Europa, dovrebbe anzi farlo l’Europa, che in tanti momenti delicati degli anni passati ha effettivamente svolto con successo un’azione moderatrice sul leader turco. Ma non è in grado di farlo questa Europa, che si è posta nelle mani del presidente turco sul tema migratorio con il noto accordo che di fatto ha delegato ai turchi la gestione della “rotta balcanica”.

Il prezzo che paghiamo per tale infausto accordo è altissimo e non parlo solo dei sei miliardi di euro pattuiti: mi riferisco alla prudenza eccessiva cui le istituzioni comunitarie sono costrette nel valutare l’involuzione politica e civile in corso nel Paese. Da un’Europa depositaria storica dei valori più alti di libertà e di democrazia credo avremmo il diritto di attenderci qualcosa di più coraggioso.

L’escalation anti-curda di Erdoğan e l’inerzia dell’Occidente ultima modifica: 2016-11-14T12:16:14+02:00 da GIANPAOLO SCARANTE

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