A Hanga Roa, conversando con Edmunds Paoa, sindaco fuori del comune

Incontriamo Pedro Pablo Edmunds Paoa, sindaco della capitale dell’Isola di Pasqua, che rivendica la sua metà Rapa Nui e che si fa ascoltare nella capitale che dista 4000 km e due fusi orari
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

[da Hanga Roa, Isola di Pasqua]
Pedro Pablo Edmunds Paoa, sindaco di Hanga Roa nell’Isola di Pasqua, rivendica con orgoglio la sua metà Rapa Nui. Con facilità sa recitare tutto il suo albero genealogico, che risale fino a ottantacinque generazioni indietro. Sindaco da quasi un ventennio, i suoi concittadini ne parlano con rispetto e quasi con affetto, e ne ricordano il carattere battagliero. Ma anche la sua disponibilità a dare ascolto alle istanze che provengono dai suoi amministrati. E la sua caparbietà nel cercare di farsi ascoltare nella capitale che dista dalle coste dell’isola quasi quattromila chilometri, e due fusi orari.

792px-easter_islands_on_the_globe_chile_centered_svg

I suoi uffici sono a un piano come tutte le costruzioni dell’isola, e dalla piccola oasi di verde da cui sono circondati, danno sul corso principale, trafficato di auto e di turisti. Ma macchine e umani sono ancora lungi dall’aver fatto smarrire l’aria di grande paesotto che la capitale Rapa Nui per fortuna conserva. Conferendole un aspetto un po’ assonnato e quasi intimo, dove tutti si conoscono tra di loro, e si chiamano per nome.

Mi riceve nel suo ufficio arredato con mobili moderni, sul cui tavolo ingombro di carte poggia un modello ultraleggero dell’ultima generazione Mac. L’impatto è immediato e non ammette ostacoli tra il sottoscritto che gli pone domande e lui che risponde, parlando lentamente, soppesando le parole, ricercando i vocaboli che meglio sappiano descrivere e spiegare la vicenda di un popolo che qualche secolo fa ha deciso di suicidarsi, distruggendo tutte le proprie risorse. Rappresentando ora pienamente il paradigma di un possibile destino della nostra umanità. Iniziamo a parlare, seduti su due semplici sedie, seduti uno di fronte all’altro.

La storia recente di quest’isola inizia con una piccola popolazione superstite ridotta dalle calamità, dalla violenza interna e dagli attacchi esterni del periodo della schiavitù. Grazie alla mediazione della Chiesa cattolica, precisa Edmunds Paoa, si è riusciti a stabilire un dialogo con i rappresentanti del Cile e una relazione con il paese.

img-20161105-wa0000

E come era la situazione dell’isola allora?
Allora l’isola era diretta da un piccolo gruppo di capi tribù e da un rappresentante che nel linguaggio della politica sarebbe assimilabile a un re. Nel 1888 si giunge a un accordo con il Cile che si basa su rispetto, protezione, amicizia e sviluppo. Da allora i Rapa Nui hanno praticato una specie di autogoverno attraverso i capi famiglia e le tribù.

Poi?
Dopo cinque o sei anni cominciarono ad arrivare impresari cileni a prendere possesso di terreni che secondo loro gli erano stati venduti da alcuni Rapa Nui. Cosa che noi oggi contestiamo perché a quell’epoca la popolazione locale non sapeva parlare spagnolo, non sapeva leggere e nemmeno vendere. Dal momento che non conoscevano il valore del denaro.

E inizia lo sfruttamento.
Sì, da allora ha inizio uno sfruttamento dell’isola e una serie di abusi che culmina alla fine dell’800 con un viaggio nel continente di un nuovo leader Rapa Nui per ricordare al Cile la violazione degli accordi e il montare della violenza.

E quale fu l’esito di quella missione?
Quel nostro antico rappresentante non fece mai ritorno nell’isola e nessuno seppe mai cosa gli accadde. A ciò fece seguito un periodo di maggiore violenza consentita da agenti dello Stato e in particolare dalla Marina cilena. In pratica si permise che questa compagnia che si era installata nell’isola potesse continuare a sfruttare la gente obbligandola a lavorare come “schiavi”. Finché nel 1914 una forza locale si ribellò con lo scopo di riprendersi l’isola, e le famiglie smisero di lavorare. È quella che in Cile viene chiamata rivolta. Una protesta per far presente allo stato cileno che qui gli accordi non erano stati rispettati e si era verificata una violazione della proprietà.

Come andò a finire?
Sotto minaccia dei fucili tutta la popolazione dell’isola fu fatta concentrare a Hanga Roa e obbligata a raccogliere pietre per costruire un muro dentro il quale venne rinchiusa sotto sorveglianza armata. Alla fine giunse una nave militare i cui ufficiali avviarono un’inchiesta sommaria sull’accaduto che si concluse con la decisione di trasferire i rivoltosi sul continente. Anche di questi non si seppe più nulla.

E arriviamo agli anni Cinquanta del secolo scorso.
Sì, fu allora che cominciarono ad arrivare delle delegazioni del parlamento cileno e che nel continente si comincia a capire che la compagnia di sfruttamento nell’isola non opera bene. Ma non succede nulla fino al 1964 quando scoppia la seconda rivolta di Rapa Nui capeggiata da Alfonso Rapu, un giovane professore dell’isola, aiutato dalle donne che convocarono la comunità. Rivolta è un termine cileno, per noi è un giusto reclamo. E sempre per gli stessi motivi.

img-20161105-wa0002

Che ruolo ebbe il presidente Frei nella vicenda Rapa Nui?
Eduardo Frei Montalva diede ascolto ad alcuni Rapa Nui che erano stati autorizzati a lasciare l’isola e che si erano rivolti alla stampa del paese facendo breccia nell’opinione pubblica. Fu allora che ci si rese conto che il problema era grave e riguardava la violazione dei diritti umani. E che bisognava dare una risposta alle proteste del popolo Rapa Nui. A partire dal 1966 è stata varata una legge speciale che si chiama “legge Pasqua”, dove è riconosciuto il diritto dei Rapa Nui a essere cittadini cileni. Da lì comincia un processo di riconoscimento, tra virgolette, dei diritti ma non della proprietà.

Con quali conseguenze per l’isola?
Abbiamo goduto di una calma relativa, grazie alla nascita delle istituzioni democratiche come il comune, l’ospedale e il tribunale. E avuto tutto un lungo lavoro di insegnamento di educazione civica su cosa significa uno stato, una legge etc.

E nell’epoca della dittatura di Augusto Pinochet?
Nel ’79, in piena dittatura, si fa avanti il ministero dei Beni nazionali che ci viene a dire che i Rapa Nui devono avere i titoli di possesso dei loro terreni affinché il fisco conseguentemente li riconosca, dal momento che tutto il territorio è dello Stato cileno. Ora il fatto è che negli accordi del 1888 non c’era nessuna clausola che prevedesse il passaggio del territorio Rapa Nui alla proprietà dello stato, ma si parlava soltanto di collaborazione tra Rapa Nui e Cile. E solo in virtù di una legge del ’33 tutto il territorio dell’isola diventa proprietà dello Stato cileno “per occupazione”.

Quale fu la vostra reazione?
Allora l’assemblea degli anziani e delle anziane dell’isola disse no, basta. E cominciammo un’altra volta ad organizzarci come famiglie per presentare un nuovo reclamo. Durante la dittatura di Pinochet, il capo incaricato di questa zona era l’ammiraglio Merino, uno dei quattro uomini della giunta al potere. Fu lui a suggerire di cambiare il nome originario del Consiglio dei capi dell’isola in quello degli anziani, dal momento che, come disse, in Cile in quell’epoca c’era un solo capo, che rispondeva al nome di Augusto Pinochet. È sempre di quell’epoca l’inizio delle relazioni mediatiche con l’esterno relativamente al tema dei diritti umani. Con giornali tipo El País e Le Figaro. Quest’ultimo nel 1988 uscì a titolare “Rapa Nui SOS” quando Pinochet con dei soci arabi voleva costruire un albergo a cinque stelle a Anakena, l’unica spiaggia dell’isola nonché luogo sacro della nostra tradizione. E ai nostri giorni quella protesta continua, per ottenere il rispetto dei patti sottoscritti che sono stati disattesi.

Quindi il problema non è ancora risolto. Ma non mi è ancora chiaro quale è il fine ultimo. Volete indipendenza o autonomia?
Il problema infatti non è ancora risolto. Indipendenza vuol dire nazione, con un sistema complesso proprio. E in virtù della nostra dimensione dovremmo essere pazzi a richiedere l’indipendenza. Quello che invece vogliamo è il rispetto dell’accordo del 1888.

E ora lo stato cileno è disposto ad ascoltarvi?
Fa così (e si tappa le orecchie con le due mani). Sta facendo un gioco molto europeo che ha appreso da Machiavelli, e cerca di dividerci per governare.

L’isola sta vivendo un periodo di particolare interesse da parte del turismo.
Temporaneo e fragile. E pericoloso.

Questo è appunto il tema. Non le sembra che il turismo rappresenti una minaccia per la vostra cultura?
Non soltanto lo credo, ma lo sostengo pure. Da vent’anni come sindaco ho sempre denunciato che ci sono pericoli su come stiamo impostando l’economia perché la pratichiamo in una forma molto aperta e troppo libera. Ciò non può essere. Questa è una terra molto fragile e dobbiamo mettere in pratica misure che siano più restrittive e al contempo più amichevoli. Dobbiamo tornare a salvare quello che i nostri antenati ci hanno insegnato, ovvero che ogni settore dell’isola che è di proprietà di ciascuna famiglia, sia in effettiva gestione delle famiglie. Proprio per poter essere tutelato.

Però già ora le norme che impediscono il possesso di terreni da parte di non nativi dell’isola al contempo consentono che le terre possano essere date in affitto per lo sfruttamento economico a gente che viene da fuori di Rapa Nui. E questo fa sì che la popolazione originaria si trasformi in una classe parassitaria, di rentier, con tutti i pericoli insiti in questa forma di economia.
Sì, si stanno trasformando in terratenientes. Ed è molto pericoloso. Ed è la forma legale cilena di lavorare e questo non è bene. Continuiamo a reclamare oggi lo stesso accordo del 1888, come le ho detto. Mentre il sistema legale attualmente in vigore non è nostro, ma cileno. Posso dire che Rapa Nui è stata cilenizzata per quanto riguarda questo aspetto di cui stiamo parlando. E tutto ciò è anti-ecologico e anti-culturale e contro la nostra identità. In pratica ci stanno uccidendo. E si richiede quindi un cambiamento rapido, una chiusura, un’autocritica e un’auto ristrutturazione.

Ma una chiusura cosa significa per lei?
Parlo di una chiusura riguardo a come oggi arriva il turismo. Oggi il turista apre la porta dell’aereo e scende chi vuole facendo quello che più gli piace. No. Non si può. E aggiungo anche che il turismo come si fa oggi, è un pessimo turismo. È un turismo mercantile, non è ecologico e non è in equilibrio.

E che potere ha lei come sindaco in questa battaglia?
(Ride e mi mostra indice e pollice della mano destra chiusi a formare uno zero). Nessuno. Sono un funzionario pubblico. E l’unica cosa che mi da forza è la mia metà Rapa Nui.

Quindi anche le tradizioni Rapa Nui sono in pericolo?
La nostra cultura è in pericolo. Lo è stata negli scorsi decenni e ogni giorno di più lo è.

Però i bambini a scuola possono imparare il Rapa Nui.
Possono, ma non lo fanno.

Perché?
Non lo fanno perché il mezzo che abitano è molto invasivo. È un mezzo che invita al consumo ed è diverso. È rapido, è internet, è Facebook. Le faccio un esempio. L’antico Rapa Nui per mangiarsi un pesce prendeva il pesce vivo e gli chiedeva il permesso di mangiarlo. E gli dava un bacio prima di ucciderlo. È un atteggiamento logico normale olistico. Oggi un bambino Rapa Nui va al supermercato e prende una confezione di pesce surgelato che frigge in padella rapidamente.

Mi sta dicendo che si sta perdendo il dominio del tempo.
Si è già perso il dominio del tempo.

Che era la vostra vera ricchezza.
Così è infatti. E che ora ci porta a una coscienza di violenza perché il giovane Rapa Nui oggi è rapido. E oggi c’è una violenza che prima non esisteva. Non c’è autogoverno. Perché esso c’è quando una persona vive una vita cosciente del proprio habitat e l’equilibrio del proprio settore. Si deve ricorrere a un potere esterno per poter risolvere il problema di un singolo, di un nucleo o di una famiglia. Questo è un pericolo. La stessa tecnologia moderna spinge il giovane Rapa Nui a una coscienza del nichilismo. Questo è gravissimo. Perché non c’è religione, non c’è morale, non c’è etica.

E in più sta arrivando molta droga nell’isola.
È una piaga. Per questo le dico, siamo in pericolo.

img-20161105-wa0004

Stanno arrivando anche in molti da Tahiti e dalle Isole Marchesi. Come si integrano nella vita di Rapa Nui?
È un fenomeno interessante da descrivere. Oggi stiamo accogliendo questa gente perché in quelle isole è terminato il successo economico. E ciò rappresenta empiricamente e plasticamente quanto sia pericolosa un’economia rapida, un turismo che ora in Tahiti non è sufficiente a sostenere la propria popolazione che oggi sta emigrando qui in cerca di nuove opportunità.

Come vede il futuro di Rapa Nui?
Il futuro di Rapa Nui è connesso alla sua condizione di isola, che è molto favorevole. In quanto permette di varare un master plan che permetta di recuperare il meglio della cultura incorporando il meglio del contemporaneo. Cominciando un lavoro lento che duri quindici venti anni e che possa invertire la situazione. Ci sono certi aspetti materiali che bisogna fermare, come per esempio l’arrivo massiccio di veicoli.

Comprese le grandi navi che danno fondo all’ancora davanti a Hanga Roa?
Bisogna fermarle, bisogna controllare e fare in modo che vengano in determinati periodi, in numero contingentato. Insomma un po’ quello che oggi ha fatto molto bene Machu Picchu. Quindi io chiedo al mondo e in primo luogo al Cile che cosa si aspetta. Che tutto questo muoia? Che diventi ancor più un paradiso dei fotografi? Bisogna mettere un freno a questa velocità pericolosa di fare economia. Molto pericolosa.

Cosa sta facendo nello specifico come municipio?
Ho messo in atto il Plan Amor, che non violenta, non causa nessun sospetto nel governo cileno, non produce violenza interna nell’isola. Perché qui abbiamo popolazione cilena, Rapa Nui e straniera. Ed è un piano che parla dell’auto sostenibilità dell’isola e della persona, partendo dall’essere, e che è in continua ricerca di miglioramenti. Per arrivare all’autosostenibilità utilizzando le nostre risorse. E finalmente giungere a un essere responsabile. Nel tempo. Responsabile con se stesso e con ciò che lo circonda. È un modesto piano che sto attuando per un cambiamento della coscienza. Una specie di piccolo cavallo di Troia dentro della stessa isola e delle famiglie affinché possiamo cominciare a capire il pericolo che già stiamo correndo. Al fine di cambiare strada.

E la gente come reagisce?
In modo fantastico fino ad ora. Fino a cinque anni fa le strade erano piene di spazzatura e oggi sono pulite. Prima la gente bruciava i propri rifiuti. Oggi si ricicla. Tre anni fa abbiamo cominciato con il programma e oggi siamo il comune cileno con il 38 per cento di riciclaggio. Ed è un risultato fantastico. Abbiamo cominciato un programma di tutela della lingua Rapa Nui, che sta dando un buon risultato. Un programma di autosostenibilità nell’area della salute, dove si cercano le persone anziane con problemi di diabete, di colesterolo alto, di ipertensione. Sono problemi della cattiva alimentazione o della non conoscenza degli alimenti. Questo programma comincia a insegnare fin dai bambini il significato del sale e della soia, dei grassi e dell’alcol. Del fumo e della droga. E della violenza. Questi sono i mali che bisogna conoscere. E quando uno sa, ha il potere di discernimento e quindi decidere correttamente. È una scommessa con il futuro, lenta ma siamo convinti di vincerla.

In bocca al lupo.
Crepi.

Le immagini fotografiche dell’Isola di Pasqua sono dell’autore

A Hanga Roa, conversando con Edmunds Paoa, sindaco fuori del comune ultima modifica: 2016-11-16T12:22:29+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento