“Caratteristi”, “spalle”, musicisti. È ora che la politica s’occupi di questi artisti

scritto da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

Il diritto d’autore è una materia complessa che appassiona per l’appunto autori e avvocati e che peraltro con l’avvento della Rete ha messo altra carne al fuoco del suo già lungo dibattito interno, contrapponendo giovani autori desiderosi di futuro e squattrinati e quelli che “c’è l’hanno fatta”, al riparo per lo più da una Siae vissuta da un lato come l’unica difesa dagli abusi e dall’altra come un moloch insondabile che difende privilegi acquisiti.

Immaginatevi come potete vedere la cosa se foste uno dei famosi attori “caratteristi” senza cui i film di Totò non sarebbero ricordati e citati a memoria nelle loro battute, oppure viveste della musica di tutti i giorni in cui per scrivere le vostre canzoni personali dovete tirare avanti suonando la sera in un locale, da anni, “sapore di sale” per gli astanti.

Se poi il vostro film o il vostro spettacolo fosse ripreso e inserito a riempire i palinsesti di una tv in cui la regola del “niente è più inedito dell’edito”, vi chiedereste certamente cosa vi spetta della fetta di pubblicità introitata anche grazie al vostro – ignaro – contributo.

In breve questo si chiama diritto d’autore connesso e è al centro di una battaglia che si conduce da anni tra artisti esecutori e interpreti e produttori ed emittenti radiotelevisive.

Una battaglia che grazie anche alle direttive europee in materia sta in Italia giungendo al momento delle decisioni importanti che possono segnare una svolta in un Paese bizantino come il nostro.

Bizantino, una volta tanto detto a ragione, perché noi assommiamo plasticamente tutti i regimi possibili di soluzione in una panoplia che va dall’Unione degli artisti dei soviet alla liberalizzazione più spinta, “the American way”.

Come è potuto succedere? È presto detto.

Nell’inizio degli anni Settanta dello scorso secolo un gruppo di artisti, interpreti ed esecutori si unisce e fa partire l’impegno che porta a una legge di settore che disciplina la vicenda più o meno come la Siae, creando l’Imaie, istituto di mutua assistenza tra interpreti ed esecutori, che comincia a operare avendo per anni lo stigma di Siae di serie B e dovendo quindi prima di tutto rimuovere il pregiudizio verso il rispetto dei propri diritti.

In qualche anno è creata una prima anagrafe, certamente incompleta, e una banca dati, si comincia a chiedere al sistema editoriale, che nel frattempo vede l’irrompere delle tv private (da Telebiella 1976 ndr) di rispettare gli impegni previsti dalla legge. Per un po’ sembra funzionare ma nella difficoltà quotidiana subentra il consueto litigio “tra poveri” e le liti e le cause reciproche portano nel 2009 prima alla paralisi dell’Imaie e poi addirittura al suo scioglimento per mano prefettizia (una sorte toccata credo prima ad Ordine Nuovo, Brigate Rosse e Loggia massonica P2, incredibile, soprattutto perché negli anni successivi avverrà il prevedibile iter di assoluzione per tutte le parti, a dimostrazione che non è argomento di natura processuale ma eminentemente politico amministrativo ndr).

Al suo posto nel frattempo è creato l’Imaie 2 o nuovo Imaie, che eredita ruolo monopolistico, banca dati e parte dei proventi “in cassaforte” dell’Imaie originario (quasi 130 milioni di euro) e che, da un lato, hanno dato fuoco alle polveri delle liti e, dall’altro, sono l’oggetto del commissariamento e liquidazione (ma ad oggi i tre commissari hanno identificato solo aventi diritto per settanta dei 130 milioni. E la liquidazione è ancora in corso.).

Nel 2011 nella legge di Bilancio l’uomo della “provvidenza” Mario Monti decide di passare dall’Unione degli artisti stile Soviet allo stile americano: con un comma della legge di stabilità (allora ancora legge finanziaria) decide che il mercato è liberalizzato e che esecutori e interpreti possono creare loro collecting ovvero agenzie che riscuotano i loro diritti.

Dunque ci troviamo in presenza di un sistema multiplo: un artista che deve avere i suoi diritti pretenderà soldi (che nel frattempo non arrivano perché di fronte al caos emittenti e produttori non pagano) da Imaie 1 (il soviet degli artisti) Imaie 2 ( il monopolio statale) e collecting (il sistema liberistico USA).

Qual è la situazione oggi ( mentre nel frattempo le direttive UE sul diritto d’autore sono seguite da un decreto legislativo della presidenza del consiglio nel 2014, uno è pendente sulla direttiva 2014 ed è in lavorazione la direttiva nuova in Commissione cultura del Parlamento Europeo)?

Nel settore musica attualmente la legge affida ai produttori la raccolta dei compensi relativi ai diritti che successivamente distribuiscono alle collecting, che a loro volta liquidano agli artisti. Ad oggi le collecting stanno ricevendo dai produttori i compensi relativi ai diritti dell’anno 2012.

Nel settore audiovisivo (opere cinematografiche e assimilate) le collecting stanno ancora discutendo con le emittenti nazionali i diritti dell’anno 2014.

Gli utilizzatori/emittenti a oggi oltre ai pochi che pagano regolarmente i diritti ma con anni di ritardo si comportano nei modi seguenti:

– evadono il diritto

– non intendono pagare poiché non riconoscono giuridicamente il diritto nonostante la legge

– pagano solo i mandanti delle collecting trattenendosi la quota maggioritaria degli artisti cosiddetti apolidi (artisti che non hanno dato mandato a nessuna collecting) a volte giustificandolo con il contenzioso esistente tra nuovo Imaie e singole collecting. Tale quota invece dovrebbe andare per la promozione dell’intera categoria degli artisti.

Per entrambi i settori, tutte le emittenti anche quelle nazionali, a partire dalla Rai, con ragioni che hanno anche fondamento (perché i dati non sono disponibili al momento della produzione visto che chi produce assume gli artisti con specifica fiscale?) non forniscono i dati previsti dal Dpcm del 17 gennaio 2014 o li forniscono incompleti per individuare gli artisti e ciò influisce negativamente sulla liquidazione dei compensi agli artisti ed innalza i costi per le collecting che devono ricercarli.

In conclusione, un discreto caos tenendo conto del fatto che il decreto legislativo del governo sulla direttiva 2014 è certamente importante ma non sembra una delle priorità di Luca Lotti sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al l’editoria e al diritto d’autore.

La via maestra sembrerebbe abbinare al decreto da emanare prestissimo una legge che regoli quanto non regolato in decreto ma dipende dal parlamento e il parlamento (e la sua durata) forse dipende dal risultato del referendum del 4 dicembre.

Il che non dona ottimismo ai nostri amici caratteristi e certo non aiuta gli amati crooner ad alzare di un’ottava la loro performance.

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“Caratteristi”, “spalle”, musicisti. È ora che la politica s’occupi di questi artisti ultima modifica: 2016-11-17T18:18:19+02:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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