Trump, i falchi e i moderati. Ma non sono la stessa cosa?

scritto da GUIDO MOLTEDO

Tieniti stretti gli amici, ma ancor più i tuoi nemici, ripeteva don Vito Corleone a Michael/Al Pacino, che ricordava quelle parole paterne come la massima della sua vita. E il vecchio adagio di Sun-Tzu ben s’attaglia alle ultime mosse del “padrino” della Casa Bianca. Mosse tese a rimettere in riga, cooptandoli, i papaveri del Partito repubblicano, suoi avversari implacabili nel corso della campagna elettorale.

Sabato, l’annunciato incontro con Mitt Romney non è avvenuto semplicemente nel segno della riconciliazione, ma ha lasciato addirittura presagire l’assegnazione al suo massimo critico nell’establishment repubblicano della più importante poltrona ministeriale, quella di segretario di stato.

Si è parlato in questi giorni scorsi anche dell’ingresso nell’amministrazione di Ted Cruz, con il quale lo scontro nelle primarie è stato particolarmente infuocato (Trump lo chiamava molto carinamente “Lyin’ Ted”, quel bugiardo di Ted, niente però al confronto dell’“incarnazione di Lucifero” affibbiatagli dall’ex speaker della camera John Boehner). Il senatore del Texas aspirava all’altro posto chiave nell’amministrazione, quello di Attorney General, ministro di giustizia, poltrona poi attribuita al senatore dell’Alabama Jeff Sessions (e prima promessa a quell’altro galantuomo di Rudy Giuliani, indicato anche per la guida del dipartimento di stato). Pare che Cruz adesso si proponga per il posto di giudice della corte suprema occupato da Antonin Scalia, morto lo scorso febbraio, esponente ultraconservatore che appare un liberal al confronto di Cruz. Un posto a vita, mentre la sua rielezione in Texas è tutt’altro che scontata.

Fondate o meno, queste indiscrezioni fatte circolare ad arte dalla Trump Tower di Manhattan, il quartier generale di The Donald, compongono un quadro che può essere considerato o massimamente confuso – di una nuova amministrazione guidata da un apprendista stregone senza bussola, come scrivono i media liberal – oppure come la progressiva realizzazione di un disegno politico solo all’apparenza incoerente ma in realtà coerente.

Trump, includendo nella sua amministrazione chi gli ha remato contro, o anche solo illudendolo di coinvolgerlo, in un’offensiva di lusinghe, si propone come il federatore, sotto la sua leadership indiscussa e indiscutibile, delle varie anime del mondo conservatore, da quelle estreme prossime al tea party e perfino al Ku Klux Klan, a quelle moderate – neoconservatori ed esponenti dell’establishment vicino al complesso militare-energetico (ha incontrato anche Henry Kissinger): le diverse anime, appunto, che si sono scannate prima e durante le primarie repubblicane, una guerra civile che Trump ha saputo abilmente sfruttare a suo favore. Per ora manca all’appello la famiglia Bush e la cerchia dei fedelissimi, ma forse è solo questione di tempo.

A ben vedere, non è un’operazione ardita come potrebbe far pensare il clima avvelenato delle primarie repubblicane, dal momento che a dividere i diversi settori della destra americana non è tanto l’ideologia quanto gli interessi. L’ideologia, con alcune varianti non particolarmente significative, è quella che trova origine nel reaganismo e si è sviluppata in oltre un trentennio, alimentando fenomeni come il tea party e legittimando movimenti estremisti legati alle sette cristiane.

Certo, non sarà facile comporre un puzzle nel quale – solo pensando alla politica internazionale e militare – il presidente si professa isolazionista mentre i suoi più stretti collaboratori sono superinterventisti come l’ex-generale Michael Flynn, nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Pompeo, neodirettore della CIA e il senatore Jeff Session.

Ma il fattore principale ancora del tutto insondabile è il “temperamento” di Trump, che ha un livello fuori misura d’imprevedibilità , e che, secondo la propaganda clintoniana, ma anche in quella dei suoi rivali repubblicani, ne fa un comandante in capo umorale e inaffidabile. Eppure, adesso che lo è davvero, presidente degli Stati Uniti, c’è una sorta di mantra che gira (nei nostri media con ottuso compiacimento) secondo cui il president-elect va considerato diverso dal candidate Trump. Addio candidato che urla slogan fascistoidi e lancia messaggi sconnessi, benvenuto commander-in-chief concreto e pragmatico. In realtà, si osserva una perfetta linea di continuità con la campagna elettorale nella scelta dei primi consiglieri, Steve Bannon in testa, il suo principale stratega, beniamino del KKK, e poi di Pompeo, Sessions, Flynn. E l’eventuale inclusione di esponenti dell’establishment repubblicano non è un contrappeso, non è segno di cerchiobottismo, quanto il coinvolgimento, sulla sua linea, di politici con una forte caratterizzazione conservatrice che in passato operavano mimeticamente posizionamenti al centro, per catturare il voto moderato e quello in bilico.

Con Trump la destra tutta americana – contando peraltro sulla maggioranza nei due rami del Congresso e prossimamente alla Corte Suprema – si sente perfettamente rappresentata in tutta la sua miseria e cattiveria e oggi è pienamente libera di esprimerlo senza ritegni.

il manifesto

Trump, i falchi e i moderati. Ma non sono la stessa cosa? ultima modifica: 2016-11-20T16:44:12+02:00 da GUIDO MOLTEDO

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