Due o tre cose che vorrei dire di Leonard Cohen

Il grande artista canadese ci ha lasciato un testamento letterario dove ogni parola è un’esplosione di luce
scritto da LUCIO FAVARETTO

Leonard Cohen nasce a Montreal nel 1934 da padre polacco e madre lituana. A Montréal gli inverni sono freddi. Intere zone della città sono costruite sotto il livello del suolo. È interessante e piacevole, per chi ci dovesse andare, vedere il brulicare della vita nei club e nei bar sotto le strade, più o meno all’altezza della linea metropolitana. Montreal è una città ricca di eventi musicali e di vita culturale. Si ignora la neve e la temperatura a meno trentacinque gradi che fa lacrimare gli occhi. Si scende tra caffè e librerie. Nasce lì il poeta elegante, l’aedo sempre in giacca perfetta, dalla voce bassa, trascinata e rotta.

Nel 1967 esce il suo primo disco ed è rottura. La musica si basa su accordi molto semplici. Ballate. I testi sono una meteora che si scaglia sul mondo. Negli anni ’70 diventa popolare. Il suo lavoro viene criticato in Europa. La canzone deve essere spensierata, deve proporre lo stile “allegro” del boom economico. Un cantautore (si può tranquillamente usare questa definizione) che getta sesso, violenza e critica al sistema non può tediare i sogni degli europei proiettati verso il benessere.

Fa pensare, questa sorta di “censura” della critica. Il mondo hippy rompe le convenzioni, il ’68 parla francese come Montreal, e non potendo tacitare una voce, la si toglie di mezzo stroncandola, in modo che non arrivi al grande pubblico. I nostri profeti, come Fabrizio de Andrè, traducono la sua Suzanne in italiano. L’ascolto è di nicchia (non è musica di massa), anche se poi arriverà la popolarità.

 

Leonard Cohen at the Arena in Geneva, 27 October 2008

Leonard Cohen at the Arena in Geneva, 27 October 2008

 

Leonard Cohen era al tempo già conosciuto nella comunità letteraria canadese. Chiamo l’amico Jeff Weingarten, Postdoctoral Fellow alla Concordia University di Montreal, che mi dice:

Leonard è stato il maggior scrittore post-moderno della letteratura canadese, prima di essere un cantante. Era conosciuto dalla comunità letteraria per i suoi scritti giovanili. Tutti, nella comunità, vedevano un grande futuro da scrittore in lui, accolto come il leader della nuova letteratura. I suoi primi scritti causarono un tremendo scandalo. Erano oltraggiosi e violenti, erano pregni di sessualità e critica feroce al mondo conosciuto. Nessuno scrittore canadese ebbe, nel bene e nel male, un tale riconoscimento. Fu così forte, così avvincente, da mettere in pubblico la sua esperienza personale sino a trascenderla attraverso una forza inimmaginabile. Usava una lingua dura, liricizzava la vulnerabilità umana mostrando sempre il lato oscuro della luna, della sua luna. Lo spazio che ha creato è di ascolto e lettura, uno spazio nuovo sino ad allora inedito che ci lascia un grande testamento letterario.

Uso le parole di Jeff Weingarten per dimostrare, nei fatti, che se gli accordi musicali di Leonard Cohen suscitano emozioni quali tenerezza, racconto, ballata melodica, sentori di vini profumati e leggeri, le parole, contraddicendo lo stile musicale, sono dei veri e propri massi. Non siamo più abituati alla parola scandalo. La usiamo talmente tanto che ne abbiamo perduto il senso.

Ma provate a leggere il romanzo Beautiful losers (“Belli e Perdenti”), scritto da Cohen negli anni in Grecia, sotto le spinte dell’anfetamina. Racconta (difficile farne la sinopsi, tante sono le sincronie) del triangolo sessuale amoroso tra la moglie defunta, un suo amico e lui stesso. La moglie, protagonista femminile, nel romanzo diventa una nativa americana vissuta verso la seconda metà del ‘600 e fatta santa. La scrittura è una continua licenza onirica, le parole sono fiumi in piena, sono intrise di significati. Lui stesso definisce il romanzo “una storia d’amore, una messa nera, una satira e una preghiera.” Il libro nobilita il ’68, l’uso della droga, il netto cambio della vita sessuale. Lo scherno ai costumi del tempo attraverso il libertinaggio, la ricerca sperimentata su se stesso, la scrittura poetica, dove il “flusso di coscienza” emerge in ogni pagina.

 

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Cohen dunque non è retorica canticchiata con la chitarra. Ci tengo a sfatare il mito del Cohen “buonista”. Cohen non cerca la mitezza, ma la verità, la sua verità, il suo conflitto interiore. I testi delle canzoni andrebbero letti mentre li si ascolta, andrebbero seguiti mentre l’autore canta. Credetemi, è il modo migliore. Gli accordi di Cohen sono puliti, scarni, la semplicità non è ovvia, è un punto di arrivo. Come se si dovesse asciugare tutto per arrivare all’essenziale: “mi disturba anche una parola vicino a un’altra, se potessi scriverei una sola parola avrei raggiunto il mio scopo.”

Il linguaggio poetico, così scarno, quasi un haiku giapponese, è per Cohen la traduzione di ciò che si deve dire e si può dire solo così. Si invocano le mille possibilità di una lingua e si sceglie una parola che più delle altre racchiuda i molti e voluti significati. Ci si riesce quando si stringe il fruitore in un mondo con pochi suoni. Pochi e scelti i lemmi nei testi, pochi e scelti gli accordi.

Hallelujah è una delle sue canzoni più note. È un capolavoro, una stringata preghiera che accede alla grandezza delle canzoni senza tempo e durerà per sempre. E per sempre verrà riproposta da centinaia di artisti. Trovo che la versione di Hallelujah cantata e suonata dal vivo da Jeff Buckley sia da perdita dei sensi. Quattro accordi con la chitarra elettrica, come si dice in gergo “splettrati”, il testo messo in evidenza dalla voce di un ragazzo che sembra un’orchestra, e la canzone tocca le corde più profonde del nostro sentire. Il testo è di un livello poetico altissimo. Racchiude in poche parole il senso e il dubbio di chi prega. E mette su vinile le contraddizioni della sua fede per sintetizzare tutto ciò che vuol dire: carne e fede, tentazione e ricerca del Divino.

Ora, ho sentito che c’era un accordo segreto / che David suonò e piacque al Signore / Ma a te della musica non importa molto, vero? / Fa così: la quarta, la quinta / la minore che scende e la maggiore che sale. / Il re perplesso compone hallelujah. / La tua fede era salda ma avevi bisogno di una prova. / La vedesti fare il bagno sul tetto, / la sua bellezza e il chiaro di luna ti vinsero. / Ti tenne legato a una sedia da cucina, / ruppe il trono, ti tagliò i capelli / e dalle labbra ti strappò l’alleluia / (…) C’è un esplosione di luce in ogni parola.

In questo testo credo si possa sintetizzare tutto di Cohen: l’invocazione, il dubbio, l’offerta, la difficile epifania del Dio del silenzio, che ci mette alla prova e si manifesta, come nella Genesi, rendendo forte e possibile la vita carnale. Il Dio degli ebrei, che propone attraverso la carne il sacrificio di Isacco. Sacrifichi il desiderio o il Creatore? Sembra la domanda della domande.

La sessualità vissuta non come pulsione, ma come tentazione. La carne che “spacca il trono”. Forse è difficile, per la mia generazione e quelle che seguono pensare alla sessualità come tentazione. Ma sono da sottolineare in quelle poche parole l’elegia scarna, il quadretto lubrico, e il dubbio. Ce n’è per mille commenti e mille interpretazioni. Ce n’è per chi crede, per chi non crede, per chi impreca, per chi si abbandona, per chi vede un Dio silenzioso e per chi non lo vede affatto: “forse a te non interessa”. Canta per cantare a tutti, anche agli atei o ai distratti. E questo non può che essere opera di un genio. La canzone fu ripresa, come dicevo, da centinaia di artisti. Ognuno, come in una preghiera, dà una propria interpretazione e un proprio significato, modulando in forma propria la voce per cantare il brano.

I luoghi di tutta la poesia sono qui, senza certezze. Sono qui nel nostro continuo vagare per cercare di aprire un piccolo varco luminoso nell’oscurità dei segni. La carne e la religione ebraica, il piacere e il misticismo sono Leonard Cohen. La lotta quasi frontale tra eros e misticismo, eros e codici di comportamento, sono la sua cifra stilistica. Cohen esita, nella sua vita privata, tra i dianetici (che lascia quasi subito) e i buddisti, sperimenta e lascia dimensioni religioso-esistenziali. Ma la carne dei suoi scritti è sempre lì, desiderabile e desiderata, e il signore in giacca si mette nudo, si spoglia di ogni compostezza, e manifesta tutte le contraddizioni del Dio della Bibbia, il Dio di Mosè, di Abramo, di Giacobbe.

 

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La grande poesia, la grande filosofia interrogano più che rispondere. E in pochi versi, o in qualche pagina di un suo romanzo, Cohen si tormenta e ci tormenta. Non consola. Così ci lascia nella Terra Promessa della grande canzone, del grande romanzo, della grande poesia dove un barlume di risposta nasce proprio dall’arte, forse unica porta, unico spiraglio di comprensione del divino: ciò che lui definisce “esplosione di luce in ogni parola”. E in tutta l’opera scorre il fiume del suo erotismo. È un omaggio alle pulsioni e alla ricerca di Dio tra le nostre cose piccole e maledettamente umane. Le donne nella sua scrittura sono finalmente portatrici di un proprio eros. Famous blue raincoat è scritta per parlare all’amante di sua moglie:

Hai offerto alla mia donna solo una scheggia della tua vita. / E quando lei è tornata non era più la moglie di nessuno. / Io ti vedo lì, con la rosa tra i denti, / un altro esile ladro zingaro. / Bene, vedo il risveglio di Jane / che ti manda i suoi saluti. / E cosa posso dirti fratello, mio assassino / Cosa posso dire? / Forse mi manchi, forse ti perdono, / Sono contento ti sia messo in mezzo. / Se mai verrai qui per Jane o per me / sappi che il tuo nemico dorme e la sua donna è libera. / E grazie per le ansie che le hai levato dagli occhi. / Io pensavo sarebbero state lì per sempre e così non ci ho mai provato.

Cohen duella di fioretto con l’agone, sottraendosi con malinconia e accettazione alla lotta. Dichiara la tristezza del tradito e vola in understatment per capirla, fa il gentleman poiché nel percorso amoroso ci sono fatti che si risolvono cedendo il talamo e lasciando che tutto sia. Con amara dignità.

Se non abbiamo memoria dei tempi, se non abbiamo memoria di quanto fosse negata la parola erotica, se non abbiamo memoria dei tempi codini e bigotti non possiamo apprezzare Cohen. Ha sfondato una porta chiusa, blindata e nevrotica, ha sperimentato, ha cantato l’amore che si spezza e che si divora. Ha cantato senza abbaiare alla luna. Sotto tono, con levità, ha rotto i vetri del conformismo letterario in musica e scrittura, ha eliminato con lucidità le consolazioni.

Vicino a lui, si può creare una lista infinita: da Dylan Thomas (“Nessun pensiero può turbare le mie pose malsane né smuovere l’austero guscio del mio spirito”) ai Fiori del male, alla Beat generation. Anche la beat generation rompe gli schemi. Ma al primo posto resta Cohen e il suo indubitabile talento. Se nella Beat Generation si fa della vita una forma d’arte (On the road), in Cohen l’arte è esprimere ciò che non ha né ordine né ragionevolezza: l’Intrattabile.

Cohen è uno scrittore vero, un vero poeta, non intende stupire, ma si mette lì tra cielo e abisso, e ci trasforma in testimoni delle nostre traversate. Poiché si perde tutto, proprio tutto, gli amori, gli amici, la Storia, Dio, ma restano le opere, ciò che è stato scritto, dipinto, e cantato, ciò che è stato suonato e che continueremo ad ascoltare e a leggere e a vedere.

 

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Ho voluto scegliere pochi pezzi rappresentativi. Suzanne è una della canzoni tra le più sentite e tradotte. Ma quando si sente una canzone per troppo tempo, se ne perde il contenuto. La ripetizione eccessiva spoglia la sua forza e ci arriva distrattamente. Vale la pena di ascoltarla con cura e seguirne il testo in inglese. Cohen ci lascia molto, da leggere e da ascoltare.

Forse, e consentitemi una digressione personale, se avesse ricevuto il Nobel Leonard Cohen (The bird on the wire, l’uccello sul filo di un altro magnifico suo brano) che ha tentato nella sua vita di essere libero, ne avrebbe preso atto. Più educatamente di Dylan. Basti raccontare queste poche cose per avere un’idea di grandezza. Compito di chi scrive, in fondo, è tentare un altro approccio, ma soprattutto invitare all’ascolto. Ciao Leonard. Ascolteremo a fondo le tue canzoni e leggeremo almeno un tuo libro. Poiché nessuna resurrezione, per noi laici o coloro che credono, è migliore di una così bella testimonianza.

Due o tre cose che vorrei dire di Leonard Cohen ultima modifica: 2016-11-26T19:42:19+01:00 da LUCIO FAVARETTO

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