Dare corpo e anima al legno. Incontro con lo scultore Luis Ey nell’Isola di Pasqua

Lo scultore segue una tradizione che risale ai suoi antenati arrivati nell'isola in un periodo incerto compreso tra milleduecento e ottocento anni fa. L'abbiamo raggiunto nella sua cabaña
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

[dall’Isola di Pasqua]

Mio padre non voleva saperne che mi mettessi a intagliare, non lo considerava un mestiere serio. Così lo facevo di nascosto da lui e ho imparato a scolpire moai con le patate”. Con questo ricordo lontano incomincia a narrare la sua storia Luis Ey, i cui antenati, dopo la firma del patto di amicizia con il Cile nel 1888, videro spagnolizzato il cognome originario Rapa Nui in Hey dai primi funzionari del governo centrale sbarcati a Hanga Roa, nell’Isola di Pasqua.

Raggiungere la sua cabaña che sorge in un’area di campagna sulla collina a soli venti minuti di taxi dal centro della piccola capitale dell’isola, non è difficile. Tutti a Rapa Nui conoscono il sessantenne Luis, che lì vive con la moglie Marisol e il figlio che studia violino. La strada si alza per qualche chilometro inerpicandosi per la dolce collina coperta dalla vegetazione sub tropicale.

Qui e là qualche albero di banano e piccoli appezzamenti messi a coltura. Dopo un po’, l’asfalto del manto stradale diventa un ricordo, e il taxi ansimando imbocca con prudenza una pista di terra rossa con vaste pozzanghere causate dalle abbondanti piogge di una pazza primavera.

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Contrariamente alla casta di artisti che fino al 1600 erano dediti a lavorare il basalto nella caldera del Vulcano Rano Raraku foggiando moai sempre più grandi e costosi, e rossi pukao, i copricapi di scoria lavica, per la stolida gloria delle otto famiglie o etnie in cui l’isola era allora divisa politicamente, Luis scolpisce il legno.

Seguendo una tradizione che risale a quando i suoi antenati, in un periodo incerto compreso tra milleduecento e ottocento anni fa, fecero rotta con le loro fragili piroghe partendo dalle Isole Marchesi e sbarcando sulla bianca spiaggia di Anakena, luogo particolarmente sacro anche ai Rapa Nui odierni.

Dove, posti con le spalle rigorosamente al mare, si possono ammirare forse i più bei moai di cui l’isola disponga, i meglio conservati per la qualità del basalto. Molto fragile contrariamente a quanto si pensi, esposti come sono ad essere erosi da pioggia e vento e dai licheni, che vi attecchiscono. Assieme, naturalmente, al luogo magico di Tongariki, ai piedi di Rano Raraku.

“Non siamo in molti ormai a fare questo mestiere e le nostre tradizioni si stanno perdendo”, aggiunge Luis mostrandoci alcuni manufatti usciti dal suo intaglio. In genere oggetti di piccole dimensioni, moai, fantasiose figure umane, perfino curiosi “consuelos de damas”, una sorta di vibratori antropomorfi ante litteram.

Oggetti che rigorosamente si rifanno ai lasciti degli antenati e che possono essere visti nelle collezioni del bellissimo Museo Antropologico P. Sebastián Englert di Hanga Roa, il cui deposito conta quindicimila manufatti ed è curato dallo stesso Luis, o in qualche pubblicazione dedicata all’arte dell’Isola di Pasqua.

Non potrei fare a meno di intagliare. È una cosa che mi porto dentro, ed è come se dal modellare il legno si liberassero delle forme che appartengono alla storia del mio popolo. Senza alcuna implicazione di carattere diverso, religioso o altro. Sono cose mie e al contempo del nostro passato

continua Luis sollevando dal terreno un tronco d’albero dentro al quale dice di vedere le forme di un grosso serpente in attesa di essere liberate.

Perché nell’arte Rapa Nui di ieri come di oggi non pare esserci spazio per l’innovazione, ma solo per il rispetto della tradizione e per il culto del passato, quasi che l’evoluzione fosse una categoria assente. “Ora sto preparando una mostra che si inaugura a Santiago del Cile, e devo raccogliere e spedire un po’ tutto quello che ho”, racconta Luis nel capanno che gli serve da atelier. Gli chiediamo se la sua committenza è come un tempo locale.

“Tutto quello che vendo, risponde, lo vendo fuori dell’Isola” e c’è del rammarico nelle sue parole. “Per vivere la mia arte non basta, così vado a pescare aragoste e tonni” immergendosi in apnea, alla sua non più verde età, fino a cinquantasette metri di profondità. “Ma solo di tanto in tanto” precisa. O lottando per ore con i tonni che pesca con la semplice lenza. Che lo faccia per bisogno o per passione, o per entrambi i motivi, saperlo poco aggiungerebbe al significativo lampo che attraversa il suo sguardo quando parliamo di pesca.

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Ma il discorso ritorna all’arte e a come l’Isola si sta trasformando con l’arrivo sempre più massiccio di gente giunta da fuori attratta dal miraggio del facile guadagno col turismo. “La convivenza con gli altri è ancora buona, mi dice, ma temo che tra qualche tempo le cose cominceranno a cambiare in peggio”. Gli chiediamo perché non sono loro stessi Rapa Nui a dedicarsi al turismo. “Perché se anche ci mettessimo a fare un dolce, ci risponde, saprebbe di pesce”.

Pochi anni fa, Luis era stato chiamato dalla Biennale d’Arte di Venezia a presentare la sua arte e a tenere dei seminari nell’Isola di San Servolo. Assieme a un altro scultore suo amico, Pau Hereveri, il quale, al contrario di Luis, scolpisce moai di basalto nel suo atelier a cielo aperto e integra il suo reddito coltivando le verdure di cui con la sua famiglia fa uso.

Luis lo chiama al telefono e in breve andiamo a fargli visita nella casa che sta in un’altra parte dell’isola, su una verde collina con alberi di buganvillee e con una vista sul cobalto dell’oceano che toglie il fiato. Ci viene incontro e ci accompagna per il vasto giardino in cui lavora ai suoi moai di un basalto più duro di quelli tradizionali. Ne prendiamo in mano uno in miniatura e a stento riusciamo ad alzarlo dal tavolo su cui appoggia.

Ci verrebbe spontaneo chiedergli come fa per trasportarli fuori da un’isola che non ha una banchina portuale, e in cui ancor oggi tutto viene scaricato a terra attraverso barcazas che fanno la spola tra le navi alla fonda e la costa. O vi giunge per via aerea. Ma sarebbe vano e perfino un po’ ridicolo, al pensiero dei suoi antenati che trasportavano per un’isola di 57 chilometri dei moai di basalto alti fino a ventun metri senza conoscere la ruota. Tanto che ancor oggi non è del tutto chiaro di come facessero. Meglio lasciar perdere, visto poi che Pau racconta della loro esperienza italiana, di ArtLab Le Isole della Creatività del 2009 a San Servolo a Venezia, e di quando in seguito, assieme a Luis, lo hanno portato nella cava di marmo di Carrara.

“Dovevamo scolpire un moai di marmo bianco. Ci abbiamo discusso per un po’, poi non se n’è fatto niente. Davvero un peccato”, conclude sorridendo nel tinello della sua luminosa cabaña dalle grandi vetrate da cui si vede in lontananza il mare versandoci da una caraffa un bicchiere di succo di guayava ghiacciato. Già, davvero un peccato.

immagini fotografiche dell’autore

Dare corpo e anima al legno. Incontro con lo scultore Luis Ey nell’Isola di Pasqua ultima modifica: 2016-11-27T21:30:31+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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