Il Renzi del dopo-Renzi

scritto da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

Matteo Renzi non ha tradito le attese dei suoi né se stesso. Aveva promesso di tener conto del risultato referendario e di non essere convinto che non fosse un voto su di lui. E si è dimesso da presidente del consiglio. Nonostante le pressioni che in questi mesi ha avuto per rimanere freddo e prudente, evitare le “personalizzazioni”, non condurre in prima persona la campagna referendaria (ci ha provato da settembre ai primi di ottobre poi non ha resistito…)

E d’altronde, va detto a sua discolpa ma non ne abbiamo ovviamente la prova, se anche avesse lasciato di occuparsene, sette mesi fa, solamente al suo partito con Guerini e la Serracchiani e al governo con la Boschi, nel clima personalizzato da lui e i suoi avversari in questi due anni e passa di governo (e prima no?!) sarebbe riuscito nell’intento di far credere che in fondo si vota solo (solo ?) sulle riforme costituzionali proposte?

Il voto ricalca molto, posso dirlo anche per conoscenza diretta, il voto su Roma: in fondo la Raggi non la considerava molto nemmeno chi l’ha votata ma si trattava di votare soprattutto “contro”, per dare un segnale al Pd, per punirlo dei suoi errori, per cambiare classe dirigente, perché da sempre contro il Pd dai tempi di Rutelli e Veltroni: molte le origini della scelta, comune l’obiettivo, e il risultato lo conosciamo.

Col referendum è stato lo stesso: per mantenere la Costituzione certo, ma anche e soprattutto per dare un segnale, più che legittimo, della propria esistenza: le periferie, il sud, i giovani, e naturalmente tutti quelli che avevano sentito di essere stati esclusi da Renzi.

Ora Renzi, tolto di mezzo Palazzo Chigi è però di fronte al Pd, non perché sia la sua massima preoccupazione, in fondo il partito lo ha trovato in “terapia intensiva” già da Bersani che non l’aveva certo curato con la “ditta” antica, e così l’ha lasciato, perché la “scalata” a Palazzo Chigi l’ha fatta di volata, per fare la sua scelta che non riguarda al momento solo lui stesso.

Ha voluto dare di sé (e probabilmente é così ) l’immagine di uno diverso dai soliti politici. Di uno che non fa un passo indietro per poi riproporsi.

Mantenere la segreteria significherebbe incassare i rimbrotti di chi ha votato “no” ma soprattutto tenere conto che nel quaranta per cento che Lotti reclama come “renziano” ci sono personaggi politici e correnti diverse dalla sua e dovrebbe quindi allargare il gioco, aprire la sua squadra, ragionare con molti “diversi” da lui, si pensi solo a Franceschini o a Cuperlo, e infine accettare un governo che sotto la regia del suo partito, maggioranza in parlamento, faccia fronte alle emergenze e alle attività ordinarie di governo e poi vari la riforma elettorale prima di andare al voto che il Quirinale al massimo farebbe anticipare da primavera 2018 all’autunno 2017.

Questo avrebbe l’effetto di “normalizzare” e integrare il Renzi attuale anche se forse gli garantirebbe la vittoria nel 2018 alle elezioni legislative.

Ma significa ricostruire il partito, come struttura classica o come comitato elettorale stile democratici statunitensi, il modello si può scegliere, ma anche sobbarcarsi un ruolo che Renzi non ha mai mostrato di amare troppo e che gli sta stretto.

E tuttavia egli sa che andare alle elezioni ora è impossibile: serve un sistema per eleggere il senato che ora come ora sarebbe eletto col proporzionale e la preferenza unica su collegi regionali, stante la sentenza della Corte costituzionale 1/2014.

Senza contare che pendono i ricorsi alla suprema corte sul sistema a doppio turno con grande premio di maggioranza dell’Italicum per la camera dei deputati.e l’ufficio stampa della Corte ha fatto sapere proprio in queste ore che prenderà una decisione a fine gennaio.

Oppure…

Oppure Renzi decide di essere coerente con se stesso e se ne va in attesa di ritornare alla guida davvero di un “partito nazionale” ( sarebbe ancora il Pd?) ma con il rischio intanto di essere fuori gioco per mesi non essendo neanche parlamentare (cosa che non è detto gli nuoccia più di tanto…) anche se con il gusto di osservare cosa possono inventarsi “gli altri”.

La terza via è quella a maggiore rischio: restare, cercando di essere Renzi, diverso dagli altri anche con le difficoltà anzidette provando a disinnescare ogni giorno queste difficoltà: le consultazioni, poi il governo di un altro ma che non gli sia rivale diretto, la necessità di evitare di farsi scappare qualche #staisereno di troppo.

E rischiando così di scontentare sia i renziani più fervidi che quelli tiepidi.

E naturalmente essendo sotto gli strali quotidiani di tutti coloro che gli rimprovereranno l’incoerenza di una posizione di difesa e di rincalzo che peraltro gli sta stretta e non sente adatta alla sua visione della politica.

In tutto ciò i tempi non giocheranno a suo favore e la scelta del successore a Palazzo Chigi rischia di essere come quella del dopo Berlusconi, con gli effetti sul Paese (che esiste e vive e soffre al di là anche dei nostri commenti e di Renzi stesso) che sappiamo anche nei rapporti internazionali e in seno all’Unione Europea.

Per questi motivi la direzione del Pd stavolta non riguarda solo il partito e i suoi “interna corporis” ma potrebbe essere “senza rete”, essenziale per la sua sopravvivenza come play maker in Parlamento e nella società.

Al di là di Renzi. E nonostante Renzi. Forse con il contributo interessato di Renzi.

Per la prima volta da quando decise di scommettere sul grande salto da Firenze a Palazzo Chigi. E sembra ormai passato del tempo immemorabile in poche ore.

Il Renzi del dopo-Renzi ultima modifica: 2016-12-06T18:57:03+02:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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