Matteo come Hillary, il “no” come…

scritto da GUIDO MOLTEDO

Qualcuno faccia sapere in giro che la campagna referendaria si è chiusa già da qualche giorno, ed è finita molto male per tutti (tutti i progressisti, la sinistra, il centro-sinistra delle diverse tribù, sì e no).

Comodo continuare ad avere un nemico, specie se è uno come Matteo Renzi, specie se è un bersaglio unico (che si è prestato volentieri ad esserlo, nell’illusorio calcolo di una vittoria finale che ne regalasse interamente a lui i dividendi). Strano, no?, nessuno vuole che Renzi se ne vada, specie i suoi acerrimi nemici. Lo vogliono tenere al suo posto ancora per un po’, a palazzo Chigi, perché continui il gioco dello schiaffo, in attesa che maturi uno scenario in cui non serva più, avanti un altro. Se va via è un irresponsabile, il ragazzino viziato che lascia il campo portandosi via il pallone (Travaglio), se resta è il solito furbetto attaccato alla cadrega. Per un po’ di giorni, il vasto e variegato fronte che l’ha avversato in campagna elettorale continuerà a tenerlo sulla graticola, qualunque cosa faccia. Guai ai vinti.

Normale che sia così, dopo una batosta come quella del 4 dicembre, normale che la sorpresa di un risultato dalle dimensioni inaspettate lasci interdetti gli stessi vincitori, ancora carichi di adrenalina. Ma c’è anche dell’altro in questo confuso dopo voto.

Nel Pd oggi è molto più confortevole e autorassicurante continuare a far finta che il referendum sia stato un match disputato interamente nel loro campo di gioco. Invece di misurarsi con il senso più profondo della rivolta elettorale, assisteremo ai supplementari della lunga partita referendaria, con Renzi, adesso, costretto a giocare in difesa, giuoco che non è suo e nel quale dà il peggio, e forse, anch’egli interessato a che il match si tenga tutto dentro il perimetro del Pd [altrimenti dovrebbe riconoscere di avere sbagliato, durante tutta la campagna referendaria, il campo di gioco, dedicando le sue migliori energie ai Bersani e D’Alema e agli Zagrebelsky e non ai veri nemici, alla destra].

Già, perché se, come sarebbe normale e doveroso, si cercasse tutti, nel Pd, di analizzare la lezione del 4 dicembre, probabilmente sarebbe un primo passo verso l’individuazione del percorso più giusto per ridare quel minimo di solidità al partito (anche nella sua responsabilità di forza di governo con una storia e con una funzione nazionale) perché al prossimo appuntamento elettorale non si ripeta il bis del referendum. Che è esattamente quello che annuncia e promette il referendum stesso.

Nella lettura che ne fa la costituzionalista Lorenza Carlassare sul suo blog, il voto del 4 dicembre ha invece i connotati inequivocabili di una sorta di riscossa della sinistra, quella delle bandiere rosse:

Le hanno viste le bandiere rosse nelle piazze, nei teatri, nei tanti luoghi degli incontri festosi dei Comitati del No?

Per neutralizzare il risultato clamoroso del referendum, nei loro interminabili vaniloqui televisivi i soliti noti ne celano l’esistenza e insistono nel riferire quel successo soltanto ai partiti (affermando così che ha vinto la destra) ignorandone volutamente il grande protagonista, il popolo italiano in tutte le sue diversificazioni e le associazioni nelle quali si è riconosciuto, ha trovato espressione, ha potuto far sentire la sua voce (Libertà e Giustizia e i Comitati). In particolare ignorando il popolo della sinistra che, da tempo senza un partito di riferimento, si è mobilitato per lunghissimi mesi lavorando col massimo impegno civile trovando nuove aggregazioni.

Non più rappresentati dal Pd che in passato votavano (da tempo trasformato dall’interno a opera di un manipolo arrogante che se ne è impadronito) né da altre sigle, questi cittadini costituiscono la più possente forza per un cambiamento reale, per la svolta vera che può consentirci di ripartire; e non distruggendo la Costituzione, ma finalmente applicandone le norme e dare ai suoi principi una vita effettiva. A essi si dovrebbe guardare.

Ida Dominijanni, su Internazionale, si augura “che questa sorpresa sia la molla per un salto di immaginazione politica” ed “è l’augurio del day after che dobbiamo farci tutti, rispondendo con la fiducia nella democrazia a chi insiste tristemente a vederci un salto nel buio” e su fb si unisce a quanto scrive la costituzionalista padovana: “Bravissima Lorenza Carlassarre, condivido riga per riga”.

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Dice Pierluigi Bersani:

Non abbiamo accettato di consegnare tutto questo alla destra. Adesso ci impegniamo per la stabilità e per una netta e visibile correzione delle politiche. Una vera governabilità può derivare solo dalla capacità di rispondere alla nuova e grande questione sociale che si è aperta nel mondo e in Italia. È ora di comprendere finalmente che l’alternativa tra sinistra e destra si gioca nel profondo della società. L’establishment viene dopo.

Se dunque l’esito del referendum non è un salto nel buio e se, anzi, è la rivincita delle bandiere rosse, il cimento che attende la sinistra è quello di dare un volto e organizzare quello che non è stato semplicemente un fronte del no, ma un movimento vasto di opposizione a un governo dei poteri forti, un movimento popolare che non bisogna disperdere e al quale occorre dare rappresentanza e guida.

Insomma ex malo bonum.

C’è solo da sperare che sia così, anche se è davvero difficile crederlo, con quel che oggi offre la sinistra, non solo il Pd, in termini di dirigenti politici e soprattutto d’intellettuali, che un simile movimento riesca a trovare l’alveo giusto perché possa essere incanalato, possa svilupparsi dando vita a forme un minimo solide di rappresentanza, tali da contrastare la destra in ascesa.

Purtroppo il voto racconta una realtà ben diversa da quella immaginata da Carlassare. Fosse anche vero che la vittoria del no va ascritta all’impegno e agli sforzi messi in campo dalla sinistra del no, è perfino possibile che la mobilitazione attivata da quel fronte – eminentemente politico – abbia contribuito ad alimentare una protesta contro il governo e lo stato delle cose presente, una rivolta sociale contro il combinato immagrazione-crisi sociale non diversa da quanto accade in questo momento storico ovunque in Occidente. Un bottino che la cricca Grillo-Salvini-Berlusconi-Meloni-Casa Pound giustamente rivendica come suo.

Le dimensioni della vittoria del no sono tali da descrivere un paese che ha già decisamente virato a destra. Dare a questa sterzata certe definizioni correnti – populista, trumpista, lepenista – non serve, servirebbe solo a condurre la discussione entro l’ennesimo sforzo ansioso e ansiogeno di spiegare la realtà con etichette, a cui contrapporsi dialetticamente con altre etichette.

Un movimento di popolo sarà pure intrinsecamente di sinistra ma quando non ha risposte politiche adeguate si affida alla destra. Ed è il caso anche dell’Italia in questo momento storico.

Siamo totalmente impreparati ad affrontare questa sfida, così come lo erano Hillary e i democratici in America [anche se in tanti pensano, qui da noi e là, che Bernie Sanders avrebbe vinto su Trump. E allora perché diversi candidati sanderisti al Congresso hanno perso? E siamo sicuri che un candidato dichiaratamente socialista avrebbe vinto al di fuori degli stati progressisti?].

Quindi, esattamente com’è successo dopo la sconfitta di Hillary, con le recriminazioni contro i Clinton, responsabile lei e famiglia della sconfitta, non la forza incontenibile del suo avversario, adesso passeremo un po’ di tempo (prezioso) a discutere ancora di Matteo e a bastonarlo, seppure con minore soddisfazione, visto che è un perdente.

Lei, Hillary, dal giorno della sconfitta, si è ritirata e ormai non se ne parla più, e, giustamente, si parla solo di Trump e del pericolo enorme che rappresenta nei prossimi anni. Matteo dovrebbe fare lo stesso, l’unico modo perché, se un giorno vorrà e ce la farà, riesca tornare sulla scena, e intanto si cominci, senza di lui, a discutere finalmente e seriamente del nostro trumpismo, che è già qui, è arrivato da noi il 4 dicembre, anche da noi come una sgradevolissima amara sorpresa, eppure chissà da quanto tempo in fermento.

Matteo come Hillary, il “no” come… ultima modifica: 2016-12-07T12:51:07+02:00 da GUIDO MOLTEDO

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