Reportage da Montemonaco, tra i terremotati e i volontari veneti

scritto da ENZO BON

[da Montemonaco (Ascoli Piceno)]
È il boato, più che la scossa, a fare paura. Un rombo che nasce dalle montagne, da quelle affascinanti cime dei monti Vettore e Sibilla che sovrastano il Comune di Montemonaco. Scende, questo fragore, lungo i ripidi e stretti canaloni fino ad arrivare in valle, amplificandosi ed espandendosi. Non lo senti con l’udito, perché ti prende dapprima alle viscere. Pochi hertz, tra i 5 e i 20, direbbe un audiologo, una frequenza troppo bassa per essere ascoltata. La senti che ti nasce tra lo stomaco e il plesso solare e si propaga velocemente verso l’alto, fino ad arrivare alle cavità nasali e frontali e, finalmente, alle orecchie.

La scossa, quella, arriva dopo: la attendi perché sai che è solo questione di qualche attimo e cerchi di valutare, in quel lasso brevissimo di tempo durante il quale il tuo cervello funziona alla velocità della luce e il tuo corpo produce una quantità imponente di adrenalina, quanto ti farà tremare; se vale la pena cioè allarmarsi oppure aspettare semplicemente che passi.

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Un calcolo arduo, che i 630 abitanti di Montemonaco e delle sue oltre venti frazioni stanno facendo ormai dal 24 agosto, da quando cioè il terremoto ha iniziato a martoriare questa bellissima terra marchigiana, fino alla scossa fortissima del 30 ottobre, che ha dato il colpo di grazia su quanto era stato risparmiato dalle precedenti. È qui che mi trovo, nel Centro operativo comunale gestito dalla Regione Veneto. Con me decine e decine di volontari. Il nostro compito, in base alle singole specialità, è quello di aiutare l’amministrazione comunale a gestire l’emergenza e a ospitare quanti hanno la casa inagibile o non se la sentono di tornare tra quelle quattro mura.
Casa Gioiosa, questo il nome della struttura che ci ospita, è dichiarata sicura e lo sembra davvero: una imponente casa per vacanze di proprietà della Curia, quasi una roccaforte, con spesse mura di pietra squadrata che, mi spiegano, ha una sorta di elasticità che la rende ideale per affrontare i terremoti.

Qui convivono un centinaio di persone, tra ospiti e volontari, come in una grande famiglia. Li riconosci subito, questi ultimi, perché portano ognuno la differente divisa: l’Agesci con il classico fazzolettone al collo e il sorriso di giovani volti; il rosso sgargiante della Croce Rossa Italiana, con la serenità dei loro operatori; il giallo fluorescente dei volontari di Protezione civile provenienti da vari comuni del Veneto, sempre indaffarati a fare mille cose, a gestire la cucina e le manutenzioni e a dare aiuto e conforto a tutti con un sorriso; l’Associazione nazionale Carabinieri, in costante pattugliamento, giorno e notte, lungo i molti chilometri del territorio comunale per monitorare la situazione, dissuadere eventuali malintenzionati, trasportare persone e cose; i radioamatori dell’Ari, a cui appartengo, che si occupano di garantire le telecomunicazioni attraverso l’uso di apparati satellitari. Persone splendide, coordinate, durante questa settimana, da Francesco Bianchini, un funzionario della Regione (un disaster manager si dovrebbe dire) che mi racconta la sua ultra trentennale carriera professionale, costellata di missioni davvero impossibili: tutti i terremoti italiani, il Kosovo, i terremoti di Turchia e Armenia, la tragedia di Sarajevo per ricordarne alcuni. E lo fa con la semplicità e la calma di chi ti racconta le sue vacanze estive. E con la stessa tranquillità e determinazione, prende in tempi brevissimi decisioni importanti, comunicandole ai volontari con grande capacità persuasiva. Mi spiega che tutto lo sforzo deve essere fatto per garantire sostegno al Comune e fare in modo che, quanto prima, si torni alla normalità. La sua sicurezza denota la grande esperienza.

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Onorato Corbelli

Nei corridoi di Casa Gioiosa si incontra spesso Onorato Corbelli, il sindaco di Montemonaco. Classe 1956, geometra, al suo secondo mandato. Eletto con la lista civica “Noi con voi per crescere insieme”, Onorato si è trovato a gestire, come molti suoi colleghi di Marche, Abruzzo e Lazio, un’emergenza drammatica che, al momento, sembra ancora non finire.  Instancabile, sempre presente, una buona parola per tutti senza dimenticare una carezza ai bambini. Arriva puntuale, ogni mattina alle 8.30, al briefing con i responsabili della struttura e dei volontari, i comandanti dei Carabinieri e dei Vigili del Fuoco.

Onorato mette in pratica in ogni momento quella che in termini giuridici viene definita come  “la diligenza del buon padre di famiglia”. Mi racconta delle enormi difficoltà che hanno i comuni, specie quelli piccoli, con personale ridotto all’osso ma con le stesse incombenze di quelli grandi; della burocrazia che rende tutto più complicato, soprattutto in questi momenti di emergenza, dove tutto dovrebbe essere deciso in modo rapido; di come sia difficile gestire il quotidiano in un territorio comunale vasto e con frazioni isolate, le cui abitazioni sono molto danneggiate.

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Monte Vettore

Ha uno sguardo buono e sereno, e mi parla con un filo di voce a causa di una disfonia che lo ha colpito da qualche giorno, forse per lo stress accumulato. Mi racconta che non è importante lo schieramento politico, ma solo la volontà di amministrare bene. “Non rubare; per il resto agisci serenamente”: questo era l’insegnamento che gli aveva lasciato un vecchio sindaco del paese. Ed è questo che sta facendo Onorato, cercando di uscire fuori dall’emergenza il prima possibile, con una caparbietà ammirevole e tra indicibili difficoltà.

Vorrebbe, probabilmente, dirmi tante cose, mi fa un esempio. Il terremoto ha reso inagibile il bar del paese, quello centrale, della piazza. Non è possibile, mi dice, che Montemonaco resti senza questo importante punto di aggregazione, ricordando anche la vocazione turistica dell’area.

E così ho fatto giungere una casetta mobile, piazzata proprio sul parcheggio del vecchio bar, che supplirà alla mancanza del locale fino alla sua ristrutturazione. Ma bisogna far presto – mi ripete – perché la gente è stanca e vuole soluzioni rapide. Io mi assumo la responsabilità e prendo decisioni, costi quel che costi.

Pensa – mi dice abbassando gli occhi – il 30 ottobre era proprio il giorno della festa della castagna, una importante sagra per il paese e avevo insistito moltissimo per organizzarla. E proprio quella mattina il terremoto ha rovinato tutto…”. I suoi occhi si perdono per un momento, forse nei ricordi di quei terribili momenti, quando le bancarelle erano già arrivate e si stavano sistemando le merci e quando, improvvisamente, quei 6.5 gradi della scala Richter hanno spazzato la festa e la speranza. “Siamo stati fortunati perché il terremoto è arrivato al mattino presto; ma pensa se la scossa fosse arrivata dopo qualche ora, quando c’erano migliaia di persone provenienti da tutta la provincia e oltre…. Non abbiamo avuto vittime solo per fortuna…..

Mi piacerebbe che mi raccontasse altre storie, di quelle che ti fanno capire come deve essere un amministratore e di come dovrebbe funzionare la politica, quella con la P maiuscola, di vero servizio alla comunità. Ma gli impegni sono troppi: deve partire per Ancona, dove incontrerà il commissario Vasco Errani. “Una brava persona – mi dice salutandomi – che mi risponde direttamente al cellulare”.

D’altronde, di storie da raccontare, qui al centro operativo di Montemonaco, ce ne sono davvero tante. C’è Dora, ottant’anni suonati, che vive nella struttura di ospitalità perché, come tanti, ha la casa inagibile. E a tutti quelli che gli chiedono come sta, risponde con un sorriso: “Bene, ma qui è come un carcere”, lei che era abituata a vivere da sola e in autonomia. C’è Mimma, che ama immensamente gli animali e che adesso abita in un container con due cani che ha raccolto per strada alcuni anni fa. E ne ha altri da accudire e ne vorrebbe ancora. E che quando ti parla ti dice che i volontari sono come degli angeli mandati dal cielo. C’è Rosanna, che quando ti sorride i suoi occhi ti trasmettono una forza vitale inaudita e Dolly, la sua timida cagnolina obbediente, che vive in simbiosi con lei e che ad ogni piccola scossa la tocca con la zampina, quasi a proteggerla. C’è Francesco, che vive con la moglie e una splendida bimba in un modulo abitativo. Lui la casa ce l’ha ed è ancora in piedi. È una delle case più belle del centro, costruita nel 1916. Mi porta di sera a vederla dal di fuori perché non si può  entrare neppure con i Vigili del Fuoco. La struttura interna ha ceduto; lì ci sono i ricordi di una vita: da quel maledetto giorno di ottobre è come se l’esistenza, per lui e per la sua famiglia, fosse ibernata, in attesa del risveglio, perché Francesco non ha perso le speranze.

Non senza timore, vuole mostrarci, a me e al disaster manager regionale, il paese, quasi disabitato. Indossiamo il casco, obbligatorio, e ci inoltriamo per le stradine medioevali. Salutiamo una pattuglia dell’esercito, che presidia giorno e notte l’area assieme ai Carabinieri. Sembra strano, ma al mio occhio inesperto tutto appare normale, a parte qualche tegola per terra e qualche camino caduto. Ma poi, a guardare bene, mi fanno notare crepe e dislocamenti, qualche muro disassato, qualche rigonfiamento delle pareti. Case inagibili, e a decretarlo, attaccata alla porta di molte abitazioni, l’ordinanza del Comune. Ci accompagna fino alle mura medioevali, a quel manufatto della allora Repubblica di Montemonaco, che aveva stessa dignità di quella più antica di San Marino, puntualizza con orgoglio.

Passiamo davanti ad una casetta con un giardino: sembra quella delle fate tanto è curata. A tradire l’assenza dei proprietari la biancheria ancora stesa fuori, lasciata com’era quella domenica mattina di ottobre. C’è un quadretto appeso al campanello con scritto: “Benvenuto passeggero… Che l’incanto di questi luoghi ti induca a tornare”. Lo prendo come un augurio e mi faccio una promessa: questa estate voglio tornare a Montemonaco in vacanza. Qui ho trovato nuovi amici e sono certo che troverò anche un paese che non ha perso la speranza.

È quasi l’una di notte ed è ora di tornare al Centro operativo. Ci incamminiamo sotto un cielo stellato strabiliante. La sagoma del Vettore e della Sibilla ci fa da sfondo: speriamo che questa notte e anche le altre, le Fate che vi abitano, come vuole la leggenda, dormano serenamente.

il servizio fotografico è dell’autore

Reportage da Montemonaco, tra i terremotati e i volontari veneti ultima modifica: 2016-12-08T11:59:41+02:00 da ENZO BON

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3 commenti

Daniele 8 Dicembre 2016 a 17:09

Bellissimo Enzo, sembra di essere lì con te

Reply
Donato 8 Dicembre 2016 a 23:56

Enzo dopo aver letto attentamente quello che hai scritto e soprattutto come lo hai scritto, viene spontaneo fermarsi a riflettere sull’accaduto e rivolgere un affettuoso pensiero ai nostri amici meno fortunati di noi. Grazie Enzo sono onorato di essere un tuo amico.

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Giovanni 9 Dicembre 2016 a 15:28

Bravo, conosco molto bene quei posti, quei monti, conosco la gente, quasi faccio parte di loro , ringrazio per quello che ha scritto.
Nino

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