The Donald, le due Cine e il Pacifico inquieto

scritto da BENIAMINO NATALE

L’entusiasmo col quale gli osservatori cinesi avevano accolto la vittoria elettorale di Donald Trump è durato poco. John Pomfret, ex-corrispondente del Washington Post da Pechino e autore di numerosi libri sulla Cina, ha riferito di aver partecipato pochi giorni dopo le elezioni presidenziali negli USA a una tavola rotonda nella quale i rappresentanti cinesi – professori universitari ed ex-diplomatici – avevano apertamente gioito per la sconfitta della temuta Hillary Clinton – che i cinesi considerano la vera responsabile, più del presidente Barack Obama – del “pivot” (“il perno”, letteralmente) sul Pacifico, vale a dire lo spostamento dell’ asse centrale della politica estera americana dal Medio Oriente all’Asia orientale. Una politica che The Donald e i suoi consiglieri giudicano negativamente.

Poi sono venute, il primo dicembre, la telefonata con la presidente taiwanese Tsai Ing-wen e, l’11 dicembre, lannuncio, in un’intervista alla Fox tv, che gli USA potrebbero abbandonare la politica di “una sola Cina”.

La minaccia di rafforzare anche in modo formale le relazioni degli USA con Taiwan, colpisce al cuore l’attuale quadro dei rapporti tra le due potenze.
Taiwan e’ un piccola isola (trentaseimila chilometri quadrati) abitata da poco più di venti milioni di persone. Nel 1895, dopo la sconfitta dell’Impero Celeste nella sua prima guerra col Giappone, fu ceduta a Tokyo, della quale è rimasta una colonia fino al 1945.

In quell’anno ne prese possesso il governo cinese, allora nelle mani del Kuomintang del “generalissimo” Chiang Kai-shek. Le truppe cinesi occuparono l’isola nonostante una forte opposizione della popolazione locale. La tensione risultò in un massacro nel quale – nel febbraio del 1947 – furono uccisi decine di migliaia di taiwanesi. Sconfitto dai comunisti nella guerra civile il “generalissimo”, nel 1949, si rifugiò sull’isola instaurandovi un feroce regime dittatoriale che durò fino alla sua morte, nel 1975.

In seguito Taiwan si è evoluta fino a diventare una democrazia basata su elezioni libere e sull’alternaza al potere dei maggiori partiti – il Kuomintang e il Democratic Progressive Party (Dpp), al quale appartiene la presidente Tsai. Il Kuomintang ha sempre mantenuto – e ritiene tuttora – di essere il governo legittimo di “tutta” la Cina e in quanto tale gli fu assegnato, nel primo dopoguerra, il seggio della Cina all’ ONU.

Tutto cambiò nel 1971, quando il presidente americano Richard Nixon e quello cinese Mao Zedong decisero di allearsi contro il comune nemico – la Russia sovietica. Gradualmente, il riconoscimento di essere il legittimo governo dell’unica Cina esistente, passò da Taipei e Pechino. Per rimediare il danno fatto a un fedele alleato, nel febbraio del 1979 il Congresso americano approvò – su proposta del senatore Ted Kennedy – il Taiwan Relations Act, che prevede che vengano mantenute strette relazioni economiche e militari con Taiwan e che gli USA intervengano militarmente in caso di attacco cinese.

La pretesa del Kuomintang – di essere il governo di tutta la Cina pur controllandone una piccolissima porzione – non è condivisa da Tsai e dal DPP.
La realtà di una destra simpatizzante di Taiwan – o, meglio, del Kuomintang – e una sinistra che riconosce le motivazioni di Pechino (basate sull’affermazione che Taiwan è “sempre stata” parte della Cina, storicamente falsa) è superata dai fatti.

Nel 2014 un forte movimento studentesco, il cosidetto “Movimento dei Girasoli” ha contestato un accordo commerciale che era stato concluso con Pechino dall’allora presidente Ma Ying-jeou (del Kuomintang) e ne ha ottenuto la cancellazione. Nel 2015 il settanta per cento degli interpellati in un sondaggio ha affermato di essere contrario all’annessione alla Cina. La necessità che Taiwan sia considerata un’entità esistente, importante sia economicamente sia politicamente, è riconosciuta oggi da molti studiosi. Per esempio Orville Schell, scrittore, accademico e attualmente direttore del Centro per le relazioni USA-Cina dell’ Asia Society di New York, ha affermato in un’intervista al New York Times:

…nello Stretto di Taiwan abbiamo oggi uno status quo che in qualche modo ha mantenuto la pace ma che recentemente non sembra poter durare e che non piace alla maggioranza dei cittadini della democratica Taiwan…rimane da vedere se il nuovo tipo di politica del rischio trumpiana porterà la Cina ad abbandonare la sua posizione intransigente su Taiwan o a rispondere in un modo pericoloso e militante…

Altri hanno sollevato l’ipotesi che il via libera a Pechino su Taiwan venga scambiato con un impegno concreto cinese per il contenimento del pericoloso dittatore nordcoreano Kim Jong-un. Questa possibilità viene continuamente sollevata da commentatori e diplomatici ma a mio avviso è da escludere assolutamente. Il pensiero strategico cinese si basa infatti su un futuro scontro con gli USA per l’egemonia nel Pacifico.

In quest’ottica, la Corea del Nord e il suo esercito – fanatizzato da un continuo lavaggio del cervello e ben addestrato – può sempre tornare utile. Tanto più da quando Pyongyang dispone di un arsenale nucleare.

Inoltre, un crollo del regime rischierebbe di portare i marines di stanza in Corea del Sud ai confini con la Cina, cosa che Pechino vuole evitare a qualsiasi costo. Se questo è il calcolo di Trump e dei suoi consiglieri non solo e’ immorale, ma è sbagliato.

Pechino ha reagito con toni moderati all’uscita su Taiwan, cercando di attribuire la responsabilità delle dichiarazioni del presidente eletto alla sua inesperienza e alle “macchinazioni” di Tsai – e con toni decisamente più pesanti alla sua intervista alla Fox. Sul piano dei fatti, dall’ inizio di dicembre l’aviazione cinese ha spesso mandato i suoi jet a sorvolare l’isola.

Probabilmente, Pechino vuole tenere aperte più opzioni, sperando che Trump prosegua sulla strada intrapresa con l’annuncio dell’abbandono della Trans Pacific Partnership (TPP), il mercato comune del Pacifico promosso da Obama e al quale avevano espresso la loro adesione 14 Paesi americani e asiatici. C’è da scommettere che l’annuncio della fine del TPP – che, come ha detto il premier giapponese Shinzo Abe “non ha senso” senza gli USA – sia stato accolto con un brindisi dagli “ottimisti” cinesi incontrati da John Pomfret.

Come ha scritto il New York Times, “non ci sono dubbi” sul fatto che la rinuncia al Trattato apra un grande spazio per l’egemonia della Cina sulla regione. Pechino non potrà infatti non approfittare dell’opportunità offertale dal presidente eletto per rilanciare la sua versione di mercato comune regionale, chiamata Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP).

Le prime nomine annunciate dal presidente eletto sembrano andare nella stessa direzione. Il consigliere per la sicurezza nazionale Micheal Flynn, il segretario alla difesa James Mattis e il segretario per la sicurezza interna John Kelly, sono ex-militari che hanno avuto ruoli di primo piano in Medio Oriente e conoscono i problemi di quell’ area meglio di quelli dell’ Asia/Pacifico, mentre Rex Tillerson, il dirigente della Exxon ritenuto in pole position per la carica di segretario di Stato, è un uomo del business che dovrebbe fare del pragmatismo la sua bandiera. Il nuovo ambasciatore degli USA a Pechino sarà il governatore dell’Iowa Terry Branstand, un “vecchio amico” del presidente cinese Xi Jinping, che fu suo ospite nel 1985 quando visitò per la prima volta gli USA nella sua veste di giovane funzionario del ministero dell’ agricoltura.

Tutte indicazioni che rafforzano i timori di chi teme che Taiwan – e la politica di “una sola Cina” – possano essere usate dal business-oriented Trump come pedine in una contrattazione globale con la Cina che avrebbe il suo centro nelle relazioni commerciali tra i due Paesi, una questione sulla quale il presidente eletto è fermo a quando Pechino teneva artificialmente basso il valore dello yuan per favorire le sue esportazioni, mentre oggi brucia le sue riserve di valuta per sostenerlo.

Insomma, alla fine Taiwan potrebbe essere tutt’altro che avvantaggiata dalle apparentemente innovative affermazioni di Trump.

I cinesi non sono soli nel guardare con ottimismo all’arrivo di un nuovo e inaspettato inquilino alla Casa Bianca. I media e alcuni politici pakistani hanno esultato ritenendo che le affermazioni di Trump in una telefonata col primo ministro Nawaz Sharif – secondo le quali il Pakistan è un Paese “fantastico” e “ammirevole” – preludessero a un abbandono delle buone relazioni di tutti gli ultimi presidenti americani da Bill Clinton in poi con l’India, considerata una pericolosa nemica da Islamabad.

Gli entusiasmi pakistani sono stati raffreddati da una più sobria interpretazione della telefonata diffusa dal transition team di Trump. Nessuno ha invece smentito il filippino Rodrigo Duterte, al quale The Donald, nella solita telefonata di congratulazioni, è apparso “molto sensibile alla nostra guerra alla droga” – cioè le circa quattromila esecuzioni extragiudiziali eseguite dalle sue forza di sicurezza negli ultimi sei mesi. “Mi ha fatto i suoi auguri per la mia campagna e ha detto che ci stiamo comportando ‘nel modo giusto’”, ha aggiunto Duterte.

Anche il malese Najib Razak – accusato in uno scandalo miliardario proprio dagli USA, e fortemente sospettato di aver ordinato un omicidio nel 2006 – ha gioito per il risultato delle presidenziali americane.

Insomma, la convinzione coindivisa da molti leader asiatici è che finalmente alla Casa Bianca siederà dal 20 gennaio prossimo un presidente indifferente al problema dei diritti umani e “comprensivo” verso i metodi spicci usati dalle dittature di nome o di fatto – che in Asia sono ancora la regola – per tenere sotto controllo i loro Paesi e per liberarsi degli oppositori.

The Donald, le due Cine e il Pacifico inquieto ultima modifica: 2016-12-12T16:04:03+01:00 da BENIAMINO NATALE

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